Anteprima: estratto da “Nessun Kurtz” di Nicoletta Vallorani

9788857541884_0_0_0_75In anteprima per gli amici della Matita, un estratto da “Nessun Kurtz. Cuore di tenebra e le parole dell’Occidente”, di Nicoletta Vallorani (Mimesis).

Buona lettura!

RIPARARE I MORENTI
Percorsi tortuosi
In una conferenza all’università di Nijmengen, il 10 novembre del 2004,
Étienne Balibar introduce la nozione di “other humans” come categoria generica
che si applica a stranieri di altre nazioni (rispetto all’Europa) e che
si presentano alle nostre porte con le motivazioni più varie (2004, 16 ss.).
Da questo concetto di “umanità indecisa”, ma comunque umanità, parte il
mio lavoro su Heart of Darkness.1 È una definizione che manterrò in questo
testo, poiché essa ricorda un dato che rischia di andare perduto: ciò di
cui parliamo ha anche fare con una comune umanità, una connotazione che
tendiamo a dimenticare quando scorriamo il catalogo delle violazioni dei
diritti, delle strategie di resistenza, delle pianificazioni di muri e della conta
dei morti che caratterizzano questi tempi difficili.
Il mio passo successivo consiste nell’agganciare questa nozione di
“other human” a un sistema non sistematico di affiancamenti, una sorta di
sinestesia delle emozioni che a Joseph Conrad – l’esule suo malgrado, lo
scrittore prodigioso in una lingua non sua, il primo obiettore inconsapevole
dell’impero – sarebbe forse piaciuta molto. “Riparare i morenti” è un titolo
adattato da quello, bellissimo, del romanzo di Maylis de Kerangal,
Réparer les vivants (2015) che nulla ha a che vedere, in superficie, con le
storie delle quali si parla qui. E tuttavia, la giornalista e scrittrice francese
protagonista di questo stupefacente caso letterario ha pubblicato anche
un’altra piccola cosa, un librino uscito in Italia, per i tipi di Feltrinelli, col
titolo Lampedusa (2016). La titolazione francese – A ce stade de la nuit –
non aveva, come spesso accade nelle traduzioni, nulla a che vedere con la
versione scelta dall’editore italiano, che forse strizza l’occhio all’emergenza
del momento. Un’astuzia molto efficace, quest’ultima, che con me – che
di questa materia mi sto occupando – ha funzionato benissimo. Mi aspettavo un pamphlet sull’emergenza migratoria e mi son ritrovata per le mani le
riflessioni notturne, del tutto legittime ma non propriamente centrate, di
un’intellettuale francese sulla parentela simbolica tra la Sicilia di Tomasi di
Lampedusa e il resoconto radiofonico del tragico naufragio del 3 ottobre
2013 nel Mediterraneo: 370 vittime, di più dell’affondamento di Natale del
1996, di meno di quello del 2015, di cui poi dirò. Al sicuro in casa sua, di
notte, una scrittrice europea ascolta la notizia del naufragio e a essa aggancia
una serie di riflessioni, tutte collocate nell’alveo protetto della cultura
europea.
E tuttavia, alla fine, l’operazione creativa non è del tutto ininteressante.
Maylis de Kerangal, che non è un’attivista e che non credo sia tornata altrove
sull’argomento, racconta il processo attraverso il quale cerca di comprendere
il senso di un’esperienza che – per lei e per noi europei ben protetti
nelle nostre case – non è neanche immaginabile. Il naufragio in luoghi
resi familiari da altre narrazioni, a queste narrazioni – tutte occidentali –
torna, invocando la logica afferrabile di un Gattopardo declinato nella
scrittura barocca e prodigiosa di Tomasi di Lampedusa (1958) e riprodotto
al cinema (L. Visconti, 1963) da uno dei prototipi del maschio occidentale,
un Burt Lancaster agé e fascinoso, che aristocraticamente declina, nelle parole
di de Kerangal, “un migrante finito in una traiettoria sempre più dolorosa,
un percorso in cui il suo corpo arranca, soffre e si deteriora man mano
che cresce la sensazione di estraneità al mondo che lo circonda, della cui
realtà comincia a dubitare” (2016, 17). Per quanto inizialmente irritante, il
procedimento realizzato dalla scrittrice illumina una strategia difensiva che
pare di vedere sempre più spesso in atto nelle culture europee. Spaventati,
normalizziamo quello che non riusciamo a capire. Lo riconduciamo a parametri
familiari, resi tali da una tradizione rappresentativa sedimentata nel
tempo, che ci ha sempre raccontato – anche sull’Altro – storie che potevamo,
come lettori e autori, riuscire a capire, storie che inventavano l’Altro,
cancellandone il mistero. I modelli sui quali appiattiamo quello che è, umanamente
e culturalmente, complesso e misterioso sono occidentali anch’essi.
È il paradigma consueto, già identificato, tra gli altri, da Edward W. Said
nel 1978, quando, riferendosi all’oriente, ne rilevava la modalità rappresentativa
distorta proprio perché concepita all’interno di un universo cognitivo
– quello occidentale – nel quale era necessario che l’Altro, spesso
deliberatamente non catalogato come “umano”, fosse funzionale al soggetto
(occidentale) autore della rappresentazione. In questa prospettiva, proseguiva
Said, “The orientalism is an integral part of European material civilization
and culture. Orientalism expresses and represents that part
culturally and even ideologically as a mode of discourse with supporting institutions, vocabulary, scholarship, imagery, doctrines, even colonial beaurocracies and colonial styles” (Said 2003, 2).
È una posizione molto nota, quella di Said, e per certi versi ormai datata.2
Resta il fatto che essa sollevi alcuni spunti di interesse ancora ora, in riferimento
all’attuale contingenza migratoria nel Mediterraneo. Appare rilevante,
per esempio, il peso dell’orientalismo nella cultura materiale dell’occidente:
la diffusione di una versione “adattata” dell’alterità, costruita in
stretto rapporto con quel che serve a noi e non di quel che rende giustizia al
reale, ha avuto (e ha) un rilievo non solo simbolico, ma anche e soprattutto
materiale (mai come ora). Il rapporto tra le due voci attributive (“materiale”
e “simbolico”) va rovesciato, come accade – ci dice Foucault – nella costruzione
delle ideologie. Vi è prima una circostanza fattuale (l’utilità pragmatica
dei lavoratori migranti, che di per se stessa risale molto indietro nel tempo,
nel bacino del Mediterraneo) e poi l’ideologia che la autorizza (la
connotazione del migrante come creatura inferiore, non semplicemente incomprensibile,
ma di fatto minus dotata). Questa ideologia, per funzionare
così a lungo e in modo tanto persistente, occorre che sia confermata e sostenuta
non solo dall’apparato normativo della società occidentale (leggi, obblighi
religiosi, procedure ammnistrative e quant’altro), ma anche dal sistema
delle rappresentazioni culturali (letteratura, arti performative e visuali,
programmi scolastici, prodotti dell’industria culturale).
Ora, in questo punto preciso si colloca la mia rivendicazione della rilevanza
delle humanities: se il sistema delle rappresentazioni culturali si incrina,
ammette l’introduzione di elementi dissonanti, accoglie versioni non
conformi – in toto o in parte – a quanto richiesto dall’ideologia, l’intera costruzione
gerarchica si sfalda. Il dubbio è più potente di qualunque arma.
E questo è uno dei motivi per cui mi interessa HOD. Senza averne una
piena consapevolezza, Joseph Conrad costruisce una storia che rappresenta
la prima decisa critica ai processi del colonialismo occidentale. Non lo
decide, non intende realizzare un’opera politica, non pianifica la portata
ideologica del suo lavoro. La sola cosa che vuole è scrivere un romanzo
che venda abbastanza da garantire a lui e alla sua famiglia i mezzi di sussistenza
per un periodo anche breve di tempo.

Annunci


Categorie:articoli, Le segnalazioni del mese, Uncategorized

Tag:, , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: