Le nostre letture di novembre

Questo mese vi proponiamo quattro libri molto distanti tra loro, sia per lo stile che li caratterizza, sia per l’origine geografica degli autori; li accomuna il semplice fatto di essere raccolte di racconti.

Ogni racconto, il lettore lo sa, è un frammento, legato, nella dimensione editoriale, ad altri frammenti, all’interno di una collezione. Se da un lato questa caratteristica offre la possibilità a chi legge questo genere di libri di sospendere e riprendere la lettura più volte, grazie alle interruzioni tra i singoli racconti, dall’altro lato è più difficile riuscire a catturare e mantenere accesa l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina.

Proprio per questo motivo l’autore (tal volta la casa editrice) concepisce la raccolta come un complesso organico, con una successione narrativa ben precisa e/o un tema che accomuna le parti, conferendo così una maggiore continuità e un senso.

È il caso di Tutti i figli di dio danzano di Murakami Haruki (Einaudi, 2005), che vede i suoi sei racconti legati da uno scenario: il tragico terremoto di Kobe del 17 gennaio 1995.

In quest’opera troviamo i tratti caratteristici della narrazione di Murakami: gente comune, uomini e donne soli, spesso alienati, che vivono ai confini della realtà e le cui vicende sfociano nel surreale e nel fantastico.

Le vite inconsistenti dei protagonisti vengono scosse – tanto nella realtà quanto nella metafora – dal terremoto, che apre uno squarcio sulle paure dei personaggi. C’è sempre però una via d’uscita dal dolore, una luce in fondo al tunnel, che appare nel momento in cui si decide di affrontare le proprie incertezze. Questo sembra dirci lo scrittore.

Così è ad esempio per Komura, il protagonista del racconto che apre la selezione: all’improvviso abbandonato dalla moglie, l’uomo assiste al crollo della propria quotidianità, che si sbriciola come gli edifici nelle immagini del terremoto trasmesse dal televisore. La possibilità di uscire da questa condizione di torpore, di inerme accettazione della decisione della moglie, è offerta da un collega di Komura, che lo convince a intraprendere un viaggio per consegnare una scatola dal contenuto ignoto.

I personaggi principali di questi racconti compiono un viaggio introspettivo, alla ricerca di una speranza di trasformazione, che può avvenire per mezzo di una scatola magica, di un fuoco sulla spiaggia o, come nel caso del giovane Yoshiya – protagonista della storia che dà il titolo alla raccolta – attraverso una danza liberatoria.

Un libro dalla forte carica emozionale, che dalle macerie del terremoto è capace di far emergere la speranza.

Non è invece semplice rintracciare questo sentimento nelle vite comuni dei personaggi della raccolta Cattedrale di Raymond Carver (Einaudi, 2011), la nostra seconda lettura (anzi, rilettura) del mese.

La scrittura di Carver è semplice e immediata, chi ha già letto qualcosa dello scrittore americano lo sa, ma è ricca di spaccati illuminanti sulla società americana, ritratta nella sua quotidianità più normale.

L’episodio che dà il nome al libro racconta di un uomo costretto dalla moglie a ospitare in casa sua un vecchio amico di lei, affetto da cecità, e della difficoltà di superare i preconcetti. La cosa più interessante è che l’autore, man mano che le scene si srotolano sotto i nostri occhi, ci mette di fronte ai nostri pregiudizi, mostrandoci le incomprensioni e le difficoltà relazionali che caratterizzano l’umanità. Ci sembra di capire, alla fine, che solo la condivisione, la comunicazione, può accorciare le distanze tra gli individui. E forse nemmeno quella può bastare.

La terza raccolta di cui vi parliamo è di un autore italiano stimato, Giulio Mozzi, ed è intitolata Le favole del morire (Laurana editore, 2015). Lo scrittore costruisce qui un’opera dalla struttura varia; i testi che compongono il libro sono infatti di diversa natura formale: si passa dalla prosa narrativa al monologo, dalla pièce teatrale all’epigrafe, con naturalezza apparente.

Una riflessione sul morire in frammenti, “pezzi” come li ha definiti l’autore, che alla fine paiono ricomporre un intero, seppur deforme. Un po’ come guardare attraverso uno specchio che ci restituisce l’altrove, ma in maniera rovesciata e irriverente (una danza macabra? La copertina sembra suggerirlo).

Il linguaggio è preciso, nessuna parola è casuale, in una perfezione chirurgica tale da risultare straniante. Reiterazione, accumulo ed elenco sono le forme retoriche più presenti e suggeriscono a chi legge l’inarrestabile scorrere del tempo, il nostro scivolare in modo quasi sempre inconsapevole da un giorno all’altro, dritti verso la meta ultima.

Tra i vari frammenti, ve n’è uno dedicato al suicidio di Emilio Salgari: in procinto di mettere mano alla pistola per spararsi (anche se nella realtà storica Salgari si suicidò con un coltello), lo scrittore viene fermato da una Voce, che inizia a interrogarlo nel tentativo di farlo riflettere sulla propria decisione.

Il dialogo tra Salgari e la Voce diventa pretesto per un’interessante riflessione su come la morte, anche quando volontaria e frutto della ragione, non sia un fatto egoistico e personale, bensì coinvolga nel profondo quel mondo dal quale ci si vorrebbe congedare.

Un’opera, quella di Mozzi, ricca di immagini reali e iper-reali, tanto da apparire, talvolta, alienante. Irrinunciabile.

Approdiamo infine in Argentina, con Jorge Luis Borges e il suo libro Finzioni (Einaudi, 2005), frutto dell’unione di due raccolte di scritti brevi, “Il giardino dei sentieri che si biforcano” e “Artifici”.

Entrambe le parti sono precedute da un prologo, in cui l’autore suggerisce alcune chiavi di lettura. Pur nella sua brevità, infatti, Finzioni è un’opera complessa, che per molti lettori può risultare perfino ostica.

L’erudizione, la letteratura e il fantastico si intrecciano e si fondono per creare una dimensione onirica e labirintica, nella quale è facile che il lettore si smarrisca. Il reale sfuma nella finzione, la quotidianità diviene sogno, i confini tra oggettività e illusione sono labili e incerti. 

Borges è maestro nella costruzione di immagini paradossali, che sfidano la razionalità. Ne è un esempio il racconto “La biblioteca di Babele”, in cui il narratore descrive una biblioteca infinita, così vasta da costituire un universo. Tuttavia, il lettore che cerchi di seguire la logica del narratore scoprirà ben presto che le uniche conclusioni alle quali può giungere sono di natura del tutto illogica.

I racconti di Borges sono esercizi di stile, labirinti costruiti ad arte che, come in un quadro di Escher, riportano sempre il lettore al punto di partenza e lo sfidano nell’intelletto.

Chi volesse approfondire la propria conoscenza nell’ambito dei racconti brevi, oltre a leggere queste raccolte, secondo noi imperdibili, può visitare il sito dell’associazione Cattedrale, che ogni mese propone interessanti spunti di lettura, interviste e recensioni relative al genere.

 

 

Annunci


Categorie:articoli, Le segnalazioni del mese

Tag:, , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: