Intervista allo scrittore Matteo Ferrario: Dammi tutto il tuo male

(Intervista di Rossella Monaco)

Matteo Ferrario (foto Ginevra Massari)2

Scatto di Ginevra Massari

Buongiorno, grazie di aver accettato l’intervista. Per iniziare, a noi piace sempre molto informarci sulla formazione degli scrittori: che tipo di percorso hanno seguito prima di pubblicare il loro primo libro, che maestri hanno avuto (reali e virtuali), che scuole hanno frequentato. Vuoi raccontarci la tua storia agli esordi?

Grazie a voi dell’invito. Il mio percorso di studio e di lavoro è stato come architetto, ma la scrittura è sempre stata presente in qualche forma, tant’è vero che nell’ultimo decennio ho fatto il giornalista e il traduttore nel campo dell’architettura. Ho iniziato a scrivere racconti verso i venticinque anni, e nei dieci successivi ne ho pubblicati alcuni su riviste letterarie e antologie collettive, senza tuttavia, per una serie di ragioni, riuscire a mantenere abitudini di scrittura regolari. Sono andato avanti a credere per tutto quel periodo di essere uno scrittore di soli racconti, ma la verità è che forse non avevo ancora trovato le mie storie, i temi che adesso ricorrono da un libro all’altro e sono l’elemento di unione di tutto ciò che scrivo.

Il primo progetto di romanzo è partito quando mi sono deciso a ritagliarmi uno spazio quotidiano da dedicare alla scrittura, circa otto anni fa. In fondo si trattava solo di quello: portare avanti un testo da un giorno all’altro; credere nel lavoro che si sta compiendo ancora prima che in se stessi, come diceva Giuseppe Pontiggia in un suo bellissimo corso di scrittura trasmesso dalla radio negli anni Novanta.

Quel primissimo romanzo ha avuto diverse stesure e una gestazione piuttosto lunga rispetto ai successivi: un’altra convinzione destinata a essere rivista, che avevo all’epoca sulla mia scrittura, era quella di essere un autore che aveva bisogno della lentezza per lavorare bene. Ma nel 2013, quando il mio primo editore me l’ha rifiutato, scegliendo invece di pubblicarmi una storia su cui avevo lavorato con grande intensità nell’arco di pochi mesi, ho capito che forse non era una questione di tempo: potevo tenere anche ritmi molto alti di scrittura, una volta trovato il giusto contatto con la voce narrante e i personaggi. Buia è diventato così il mio romanzo d’esordio, pur senza essere il primo in assoluto che ho scritto, e ha inaugurato una serie di abitudini di lavoro che, pur con le dovute differenze, sono rimaste valide anche per i libri successivi.

Pur avendo imparato qualcosa da tutti gli autori italiani di cui ho frequentato corsi e gruppi di scrittura, i maestri sono soprattutto i miei scrittori preferiti. Con loro ho sempre cercato un rapporto silenzioso, intimo, attraverso la pagina, che per me è il più prezioso. Nel tempo sono cambiato anche come lettore, e oggi tendo più a innamorarmi della singola opera che dell’autore o autrice nell’interezza del suo percorso, ma credo che alcuni siano rimasti dei capisaldi per il mio modo di scrivere. Non penso a qualcuno di loro mentre mi metto al lavoro su una mia storia, ma riesco a distinguere quello che ho cercato in ciascuno, i motivi per cui ho amato l’uno o l’altro.

In Michel Houellebecq, che considero tuttora fra i massimi scrittori contemporanei, ho trovato la capacità di affrontare temi universali occupandosi dell’umanità media, uomini e donne massificati che presentano tutte le contraddizioni dell’Occidente, e per cui provo compassione nello stesso momento in cui mi accorgo che non hanno un destino diverso dal mio, o dalla folla che mi circonda in metropolitana. Francis Scott Fitzgerald è fra tutti gli scrittori che ho letto il più grande e il più profondo nel descrivere il rapporto di coppia: il modo in cui cambia nel tempo, la natura illusoria dell’amore, l’incapacità di far rivivere i sogni. Richard Yates, che secondo me ha fatto confluire alcuni temi di Fitzgerald e la lezione stilistica di Hemingway in un unico percorso narrativo, è quello che mi ha fatto capire quanto fosse centrale nel bene e nel male la famiglia nella mia idea di letteratura, e probabilmente non solo nella mia: “Non c’è altro di cui scrivere”  aveva detto lo stesso Yates. Da quando ho iniziato a leggere i suoi libri sarà passata una quindicina d’anni e ho pubblicato tre romanzi miei, ma su questo punto continuo a pensare che avesse ragione. FerrarioMALE-05.indd

Da un paio di settimane è uscito il tuo nuovo thriller Dammi tutto il tuo male per Harper Collins Italia. La storia si gioca tutta sul confine tra luce e buio, tra bene e male, e il motore psicologico della trama è basato sulla domanda: “Cosa saremmo disposti a fare per proteggere le persone che amiamo?”. Come ti è venuta l’idea per questo romanzo? Ci vuoi anticipare anche qualcosa della trama?

L’idea nasce da un certo mio interesse per i personaggi controversi, che hanno qualcosa da nascondere, ma allo stesso tempo un lato “sano” della propria esistenza che cercano di proteggere. Andrea, il protagonista di Dammi tutto il tuo male, si identifica subito nella prima riga dell’incipit come un padre e un assassino, specificando che forse non sarebbe diventato né l’uno né l’altro se non avesse incontrato la donna della propria vita, Barbara. Di padri assassini mi venivano in mente già diversi esempi in letteratura, cinema e serie tv, ma il più delle volte si trattava di criminali di professione o psicopatici: io volevo scrivere di un uomo comune, insospettabile di qualunque forma di violenza, e metterlo in una situazione estrema per vedere come si sarebbe comportato. Ha preso forma così la storia di un bibliotecario quarantenne del milanese, che sta crescendo da solo la sua bambina e viene considerato da tutti gentile e incapace di aggressività, eppure ha un delitto nel suo passato: un omicidio feroce per cui in modo un po’ fortuito l’ha fatta franca, ritrovandosi contro ogni aspettativa l’occasione di iniziare una seconda vita con sua figlia Viola. È una vicenda raccontata dalla voce dello stesso protagonista, che, anche se è presente il canone noir, a me piace vedere soprattutto come un dramma familiare, una storia fatta di violenza e di segreti, ma anche e soprattutto di amore.

Quanto tempo ci hai messo per scrivere questa tua ultima fatica? Quale il tuo metodo? Hai degli orari di lavoro fissi, dei luoghi che ami di più per scrivere?

mostro-hinterlandPer Dammi tutto il tuo male ho mantenuto molte delle abitudini di lavoro che si erano consolidate col romanzo precedente, Il mostro dell’hinterland: ad esempio scrivere la mattina presto, ripartendo da una rilettura, spesso anche ad alta voce, del materiale scritto il giorno prima. Il luogo è sempre lo stesso, il mio studio, che si trova un piano sopra a dove vivo con mia moglie: lì ho tutto quello che mi serve, a cominciare da una certa tranquillità, che per scrivere è sempre di grande aiuto, almeno nel mio caso. Ma quando è necessario posso scrivere anche altrove, o a orari diversi: non sono legato a dei rituali particolari, basta che non ci sia troppo baccano e che possa lavorare senza interruzioni.

Anche riguardo al metodo c’è stata una certa continuità da un romanzo all’altro: l’eccezione principale riguarda Il mostro, che, essendo liberamente ispirato a un caso di cronaca reale, mi aveva richiesto una prima fase di studio e raccolta di materiali. Per il resto, di solito parto dalla voce narrante e dai rapporti tra i personaggi: nella prima stesura mi concentro soprattutto su questi aspetti, anche se di solito prendono forma già un incipit vicino a quello definitivo e un primo abbozzo di scaletta. Ma questa fase arriva sempre a un punto di riflessione e messa in discussione di tutto il testo: è da questo momento critico che, di solito, parte la riscrittura decisiva, quella che porterà alla versione definitiva, o quasi definitiva, del romanzo.

Le prime due stesure di Dammi tutto il tuo male si sono svolte nell’arco di una decina di mesi. Poi c’è stato l’editing, che ha occupato i mesi a cavallo tra fine 2016 e inizio 2017. A differenza di quanto avvenuto col secondo romanzo, in cui avevo lavorato più per sottrazione, stavolta si sono aggiunte delle parti concentrate sul rapporto padre-figlia, di cui sono molto soddisfatto. Le revisioni finali, come al solito, hanno riguardato più il lavoro sulla scrittura, sulla singola frase o parola: si tratta di una fase di lavoro che mi piace molto, perché mi sembra di essere l’artigiano che sta dando gli ultimi tocchi per ottenere un lavoro ben fatto, e a un certo punto i revisori mi devono strappare il testo dalle mani, altrimenti farei altri venti giri di bozze!

Passando un attimo alle tue precedenti opere, pensi che ci sia un tema comune, un qualcosa di ricorrente in quello che scrivi? 

Penso che tra i miei personaggi femminili dei tre libri – Buia, Mara e Barbara – ci sia una parentela, che forse corrisponde a ciò che amo, mi affascina o mi coinvolge in una donna. C’è sempre una verità che deve emergere, e una voce narrante che va alla sua ricerca, anche se per motivi sempre diversi. E poi c’è la famiglia, che è il vero campo di battaglia su cui si muovono tutti i miei personaggi, quello su cui riportano le loro ferite o, come nel caso di Andrea in Dammi tutto il tuo male, conoscono l’inferno. Nelle mie storie vengono mostrati molti aspetti negativi del vissuto familiare, soprattutto quello da cui provengono i protagonisti, ma c’è anche un riconoscimento dell’impossibilità di fare a meno degli altri, e forse anche la convinzione di fondo che meriti di chiamarsi famiglia qualunque gruppo di persone legate dall’amore.

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Si può dire che Dammi tutto il tuo male è anche una storia d’amore, nonostante sia a tutti gli effetti una storia nera? Perché?

Certo, sono convinto che questa sia soprattutto una storia d’amore, anche perché forse non riuscirò mai a scrivere un romanzo che, almeno in piccola parte, non ne contenga una: il momento in cui un personaggio si innamora è quello che mi interessa di più anche come lettore o spettatore di storie altrui, perché è quello in cui si rivela per quello che è, prima di tutto di fronte a se stesso. C’è un bellissimo film di Michael Mann, Manhunter, in cui il cattivo della storia, il serial killer Francis, si innamora o è sul punto di innamorarsi di una ragazza non vedente, con cui avvia una relazione: quando lei, addormentata al suo fianco, gli mette una mano sul viso e lo vediamo piangere, il personaggio si arricchisce di tante sfumature da mettere in discussione tutto quello che succederà dopo. Amo quando succede qualcosa di simile in una narrazione.

Ti sei ispirato a qualcuno nella costruzione dei personaggi? Come li hai costruiti?

Sia per Andrea che per gli altri personaggi credo di aver attinto, come in altre occasioni, a diverse fonti: l’esperienza personale, quella di chi mi sta vicino, fatti che mi sono stati riportati in modo indiretto, letture e cronaca. Tutti questi elementi sono materiale prezioso nelle mani di chi scrive, ma c’è sempre bisogno di un’ossessione personale che faccia da collante, e la mia è la famiglia. Il personaggio in cui c’è senz’altro una componente di invenzione maggiore è quello della bambina, Viola: ho provato a immaginarmi come sarebbe stata una bimba nata da quei due personaggi, e ha preso forma un temperamento caustico, molto simile a quello della madre, che spesso la porta a replicare in modo buffo, ma con una sincerità brutale, ad Andrea.

Cosa leggi in genere? E ora cosa stai leggendo nello specifico?

Cerco sempre dei libri che abbiano qualcosa da dirmi in un momento particolare della mia vita, oltre a interessarmi sul piano della scrittura. E, soprattutto, prediligo autori che abbiano uno sguardo spietato sulla realtà, che non facciano sconti di alcun tipo. Tra i libri che ho letto negli ultimi mesi ho trovato queste caratteristiche in Ninna nanna di Leila Slimani, davvero un ottimo romanzo. Nel momento in cui scrivo, la lettura in corso è Gli inquilini di Bernard Malamud, che mi sta piacendo molto, e tra le altre cose è un romanzo sulle inquietudini di chi scrive.

Un saluto in stile Dammi tutto il tuo male ai lettori del nostro blog?

Ciao a tutti, statemi bene, leggete i libri in cui vi riconoscete di più e, se vi innamorate di una persona, non accontentatevi di sapere cosa le ha fatto male: cercate di prendervelo sulle spalle – possibilmente senza uccidere nessuno.

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