Perché ricevo solo rifiuti per la mia opera?

Era il 3 giugno 1997, quando un’allora sconosciuta J.K. Rowling, ricevette la lettera di un editore che bocciava il manoscritto di Harry Potter e la pietra filosofale. L’opera veniva definita scadente, poco interessante e, soprattutto, totalmente inadatta a una trasposizione cinematografica.

Prima della pubblicazione la Rowling incassò una dozzina di rifiuti, fino a quando la figlia di 8 anni del presidente di Bloomsbury convinse il padre a far pubblicare il libro.

In tempi più recenti, quando cercò di far pubblicare Il richiamo del cuculo sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith, la faccenda non andò molto diversamente. Fioccarono altri rifiuti e qualche sagace editore le consigliò di iscriversi a un corso di scrittura creativa.

La vita degli scrittori emergenti non è facile. Bisogna armarsi di pazienza e di forza d’animo per far fronte ai (possibili) numerosi rifiuti. Considerare che non tutti siamo ai livelli di J. K. Rowling e che anche se la nostra opera fosse bellissima, in fin dei conti, lo scopo principale di una casa editrice è quello di vendere un determinato prodotto e quindi individuare opere che siano funzionali al raggiungimento di tale scopo e che si contraddistinguano per una certa riconoscibilità editoriale.

È necessario, dunque, in taluni casi,che lo scrittore si avvicini il più possibile alla linea editoriale della casa editrice o rispetti tutta una serie di requisiti di commerciabilità presunta. Non è semplice, ovviamente. E quello della Rowling non è l’unico caso di rifiuti clamorosi.

A proposito de Il grande Gatsby si commentò:“Sarebbe un libro decente se non ci fosse il personaggio di Gatsby”.

Un errore clamoroso, visto che l’opera ebbe poi un grandissimo successo sia in America che in Europa e diventò la massima espressione del Modernismo.

Anche Agatha Christie, C.S. Lewis e Orwell ricevettero ai primi tentativi un bel no categorico.

E una volta che l’opera è stata pubblicata, il successo editoriale non è garantito. Prendiamo ad esempio il caso del triestino Italo Svevo. I suoi primi due romanzi Una vita e Senilità non destarono l’attenzione della critica né, tanto

meno, quella del pubblico. Passarono semplicemente inosservati. Senza infamia e senza lode, come direbbe il nostro caro amico Dante.

Anche La coscienza di Zeno rischiava di fare la stessa fine se non fosse intervenuto Eugenio Montale, il quale sottolineò la grande dignità letteraria del romanzo, creando un vero e proprio “Caso Svevo”, che assicurò allo scrittore un grande successo.

Insomma, scrivere è un mestiere difficile. Se non fosse che la scrittura è una sorta di vocazione molti rinuncerebbero alle prime difficoltà. Però la passione è quella cosa che aiuta ad andare avanti, a non perdersi d’animo, anche quando la fortuna sembra guardare da un’altra parte, perché gli scrittori sono un po’ tutti dei sognatori.

Questo non vuol dire accanirsi e cercare di far pubblicare il proprio lavoro a ogni costo. Il mondo editoriale è particolarmente duro, ma bisogna avere anche l’onestà intellettuale e riconoscere che forse la propria opera non è poi così innovativa come si crede o che non ha le caratteristiche giuste per essere collocata sul mercato in un determinato momento storico o da determinati soggetti editoriali.

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