Intervista a Laura Pugno: dalla poesia alla prosa

(Intervista di Sara Meddi)

Foto di Dino Ignani (www.dinoignani.net)

Ciao Laura, tu scrivi cose molto diverse: poesie, racconti, romanzi. Mi sono sempre sembrate cose inconciliabili tra di loro. Mi chiedevo: con cosa hai iniziato a scrivere? Quando eri più giovane, hai iniziato dalle poesie o dalla prosa? Come si sono innestate queste forme di scrittura l’una sull’altra?

Ho iniziato scrivendo poesia. Faccio parte di quella schiera di poeti che ha iniziato scrivendo poesia nell’infanzia, senza, ovviamente, nessuna consapevolezza, e via via in modo sempre più lucido e duraturo nell’adolescenza, intorno ai vent’anni, fino a trovare una mia identità nel dialogo e nel confronto con la tradizione prima e con i poeti della mia generazione poi. Ho sempre considerato la poesia la mia prima ricerca e la mia prima disciplina e per molti anni, fino ai 27-28 anni, sono stata convinta che avrei scritto solo poesia. Come nel famoso detto di Ezra Pound “la prosa è un’arte ma non è la mia arte”. Invece poi mi sono resa conto che è non così, che ci si può anche smentire rispetto a quello che si crede a vent’anni. Da sempre, anche qui più o meno dall’infanzia, ho avuto interesse per il cinema e passione per la scrittura cinematografica. È anche qualcosa con cui ho giocato successivamente, anche se non ne ho mai fatto una professione. Però ho lavorato molto nell’industria del cinema quando ero ragazza: in case di produzione, in riviste e siti web, ho avuto a che fare a vario titolo con questo mondo.

I miei primi racconti sono nati, nei tardi anni Novanta, come evoluzione naturale di soggetti per cortometraggio, in un momento in cui cominciava a essere possibile, anche se non con la facilità di oggi (si lavorava ancora in analogico), girare dei piccoli film in proprio. Ho un po’ sperimentato in questo campo, cercando di misurarmi, oltre che con la scrittura per il cinema, anche con la sua realizzazione pratica, e di lì sono arrivata a scrivere in prosa, è nato un primo nucleo di testi e così, sempre più costantemente e consapevolmente, mi sono messa a scrivere racconti. (Erano tempi in cui il racconto aveva più fortuna editoriale di oggi…). Così è nato il mio primo libro di prosa, Sleepwalking. 13 racconti visionari, che è uscito nel 2002 nella collana “Indicativo presente”, diretta da Giulio Mozzi, con l’editore Sironi – che ora non si dedica più alla prosa letteraria.

Negli anni seguenti ho scritto anche altri racconti, un po’ d’occasione e un po’ no, un materiale molto ampio che però non ho mai pubblicato in volume. A poco a poco, questi racconti sono andati mutando, diventando sempre meno “installazioni”, per usare una felice formula di Andrea Cortellessa, e sempre più narrazioni: quindi con una vicenda, o avventura, personaggi che non erano solo comparse e figure, un intreccio….. Così sono passata dal racconto al racconto lungo, e poi al romanzo. Non è però inevitabile, a mio avviso, che uno scrittore di racconti si metta a scrivere romanzi, e forse dovrei chiedermi se in realtà abbia mai smesso di scrivere racconti, perché molti miei romanzi sono brevi. L’ultimo libro che ho pubblicato, per l’editore Marsilio, La ragazza selvaggia – che ora è finalista al Premio Campiello – è il più romanzesco in senso classico, polifonico. C’è una narrazione complessa, molti personaggi, piani del racconto che s’intersecano….Le cose che ho scritto prima o dopo sono più lineari.

Il mio esordio nel romanzo è stato Sirene, che ho scritto nel 2005-2006, è uscito nel 2007 con Einaudi, nella collana Arcipelago, e ora è appena tornato in libreria, a dieci anni di distanza, sempre per Marsilio. Sirene è un libro a cui sono particolarmente legata, anche per come l’ho scritto: l’elaborazione interiore è stata molto lunga, direi quasi dolorosa, ma poi ho scritto la prima versione in tre giorni. La ricordo come un’esperienza di flusso, molto rara e felice, che mi ha portata al romanzo. Certo, poi ci sono state molte altre stesure, e il lavoro è servito: rileggendolo oggi, per rimandarlo in libreria, mi è sembrato un oggetto compiuto, chiuso in sé, nitido.

Se però dovessi scegliere, fossi obbligata a scegliere, potrei smettere di scrivere prosa, non di scrivere poesia, e quindi questo è quello che sono. La poesia, per me, è il primo mezzo.

Sempre sulla prosa e alla poesia: come scrivi queste cose? Io ho iniziato a studiare poesia relativamente tardi, con Leopardi, già all’università. Per me quindi la poesia è qualcosa di più misterioso rispetto alla prosa e ho anche un’ammirazione potenziata per chi cerca di scrivere poesia adesso. Tecnicamente come nascono? Un romanzo o un racconto nascono da un progetto? Da un’idea? Quanto tempo richiede un’opera poetica rispetto a un’opera di prosa?

In entrambe per me c’è stato, nella mia carriera di scrittrice, un passaggio dalla scrittura per frammenti (soprattutto per la poesia ma anche per i racconti) a una scrittura per progetto. La scrittura per frammenti è quella che sorge con una varietà di tempi, è una scrittura che in qualche modo si sta cercando. In seguito ho iniziato a lavorare per progetto: intorno a un nucleo, o, in poesia, un’immagine, un tema. In prosa il tema prende anche la forma di una trama e di un intreccio.

Ci sono due tipi di scrittori: quelli che fanno il più possibile un lavoro cosciente e quelli che fanno il più possibile un lavoro inconscio. Entrambi i metodi sono efficaci, si tratta per lo più di una predisposizione personale. Io cerco di elaborare completamente la storia, quindi la vicenda ma anche la narrazione della vicenda stessa, prima di scrivere anche solo una riga. Mi preparo: faccio canovacci, schemi….

Solo quando ho chiara questa parte del lavoro, che può richiedere anche 2-3 anni, in cui ci possono essere anche momenti di attesa molto lunghi, poi risolti da improvvise folgorazioni, solo allora io mi metto a scrivere. In questo modo separo quella parte di lavoro che consiste nell’individuare dove va a parare la storia da quella parte di lavoro che consiste nel darle una forma e uno stile. (Anche se forma e contenuto sono ovviamente congiunte, nascono già insieme, ma è per spiegare il processo in qualche modo).

Poi si possono sempre avere sorprese strada facendo, per esempio mi è capitato di inserire intere sottotrame, però non mi è mai capitato che la storia cambiasse completamente direzione, perché questo lavoro di ricerca precedente, che può comprendere anche tutto un discorso di documentazione, secondo il tipo di storia, era stato molto lungo, molto cospicuo e accurato.

In un paio di casi ci sono stati anche anni di attesa da parte mia, nei quali ho cercato di capire dove andasse una certa storia. Per esempio sono riuscita a sciogliere i nodi della trama di Antartide (2011, Minimum Fax), quando improvvisamente ho capito che il protagonista, Matteo, doveva essere un ricercatore in Antartide. Uno scienziato che ha deciso di lasciarsi tutto alle spalle per amore della sua ricerca, che abbandona gli altri credendo di esserne abbandonato, la controparte maschile di Tessa, la ricercatrice che incontriamo ne La ragazza selvaggia. Questa vita atipica, al margine, dava senso a un personaggio marcato da un forte senso di isolamento, in grado potenzialmente di compiere scelte estreme. Nel caso del mio ultimo romanzo, La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), l’impulso iniziale a scrivere girava intorno alla figura di una giovane donna scomparsa, destinata a essere ritrovata, ma che al momento del ritrovamento resta assolutamente irriconoscibile. Com’era possibile, cosa la rendeva irrecuperabile, comunque perduta? Il fatto di essere una ragazza selvaggia, qualcuno che non ha mai posseduto o ha perso l’arte umana del linguaggio, che ci permette di vivere in comunità. Ho seguito quest’intuizione, mi sono documentata su questo tema e alla fine la mia storia ha preso una forma sensata per me e credibile per il lettore.

In poesia accade qualcosa di simile. Per iniziare a scrivere ho bisogno di un nucleo aggregatore, qualcosa che tenga insieme tutto il libro.

Scrivere prosa a me richiede un lavoro fisico, percepisco la prosa come una grande fatica fisica, che impone molte ore non solo di stesura ma anche

 di revisione. La poesia – per me – è un procedimento più naturale. Parlo di un sentimento personale, di quello che io sperimento quando scrivo, sia per una questione quantitativa sia, soprattutto qualitativa. Io sono una persona che elabora soprattutto interiormente e poi cancella poco, cerco il più possibile di scrivere qualcosa che si avvicini al risultato che voglio ottenere. C’è sempre un lavoro di revisione, naturalmente, ma cerco il più possibile di far sì che le frecce raggiungano il bersaglio. Scrivere poesia è per me caratterizzato…. – non da un’immediatezza, perché non c’è nulla di spontaneo: la lingua che noi elaboriamo è piena di scorie e noi non la sottoponiamo a un processo di rinnovamento …. – però per me è la scrittura che io associo a una sorta di felicità. Non che non ci sia felicità nello scrivere prosa, ma è una felicità diversa, legata alla soddisfazione per il lavoro compiuto, mentre la felicità dello scrivere poesia è più legata al processo in sé, prima del risultato felice.

Una cosa che mi affascina è cercare di trovare dei temi che accomunino le opere degli scrittori al di là delle singole trame o dei racconti o, nel tuo caso, anche della composizione poetica. A me pare che ci sia sempre un elemento fantastico preponderante in quello che scrivi. È qualcosa di voluto o qualcosa che si inserisce un po’ autonomamente quando vai a costruire le storie?

Io ho scritto sia romanzi fantastici che non fantastici. In realtà non mi percepisco come una scrittrice fantastica, per me quello che faccio è letteratura “bianca”, senza aggettivi, ma ultimamente tutto ciò che non è immediatamente realistico è considerato fantastico. Secondo me le maglie della letteratura – anche storicamente, dall’Iliade all’Odissea passando per la storia del romanzo – sono molto più ampie, il che spiega anche il forte ritorno, a cui assistiamo ultimamente sotto tutte le specie, del fantastico. Scherzando, io divido i miei libri in impossibili e improbabili. Impossibili sono quelli in cui ovviamente succede qualcosa che viola le leggi della fisica come noi le conosciamo, come in Sirene (Marsilio 2017). oppure Quando verrai (2009, Minimum Fax). Ci sono invece vicende che non sono impossibili, per esempio Antartide (2011, Minimum Fax), in cui si ipotizza l’esistenza di un rifugio al confine tra Italia e Francia in cui opera una sorta di confraternita della buona morte o ne La ragazza selvaggia, in cui non accade nulla di impossibile che non sia accaduto più volte nella Storia, ossia il ritrovamento di una giovane donna perduta o forse fuggita nei boschi. Mi interessa meno, almeno oggi, scrivere di temi sociologici, descrivere la società come è. Mi interessano di più le strutture sottostanti, biologiche, mentali e fisiche, che sono più arcaiche ma possono anche essere paradossalmente proiettate nel futuro. Il futuro dirà….

Mi risulta che tu hai un altro lavoro. Come è che riesci a organizzare le tue giornate in base alla scrittura: sei molto metodica o scandagli il tuo lavoro un po’ come capita?

Sì, da due anni dirigo l’Istituto Italiano di cultura di Madrid, dove avevo già lavorato a lungo come funzionario dell’Area della Promozione Culturale, poi sono tornata dopo aver vinto un secondo concorso per dirigente. Sono al Ministero degli Esteri dal 2003, ma anche prima, ho sempre lavorato, forse perché ho iniziato con la poesia, e per molti anni non ho pensato di scrivere altro. Per altro, il mio lavoro è bellissimo….

Per rispondere più direttamente alla tua domanda, non sono una persona abitudinaria, in nulla, né nella vita, né nella scrittura. Scrivo quando mi è necessario farlo, e la parola necessità è la chiave, ma non in senso materiale.

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