Intervista a Leonardo Patrignani: l’illusione dell’eterno

e4e5b09b-735c-402c-9ee2-8dbc2f5b4f73(Intervista di Rossella Monaco)

Ciao Leonardo, grazie per aver accettato quest’intervista per i lettori di Nautilus, come oramai da tradizione all’uscita di ogni tuo romanzo. Raccontaci un po’ di Time Deal (DeA). Come hai avuto l’idea?

È nata dalla curiosità verso le scoperte della scienza e in particolare della medicina. E dalle proiezioni future di alcune ipotesi della ricerca. Mi sono imbattuto nelle nanotecnologie proprio nel periodo “caldo”, tant’è vero che – mentre scrivevo il romanzo – il Nobel per la Chimica è stato assegnato proprio agli studiosi delle macchine molecolari, qualcosa di molto vicino al farmaco miracoloso al centro della mia storia.

Time Deal è un romanzo distopico, dipinge cioè un mondo che vorrebbe essere migliore ma, alla fine, i mezzi per arrivare al “meglio” sono così estremi da portare allo scenario opposto. Ci sono dei riferimenti al mondo in cui viviamo nel tuo romanzo? Fino a che punto ha giocato la finzione e fino a che punto la realtà?

Quando si scrive un romanzo di questo genere, si pesca sempre dalla realtà socio-politica in cui si è cresciuti e si vive. Si cerca di portare all’estremo una condizione che all’apparenza è ideale, o portatrice di benessere (n questo caso, la possibilità di preservare la propria salute e il proprio aspetto nel tempo). È allora – quando si varcano determinati confini (morali, politici…) che l’utopia vede ogni suo più scintillante bagliore collassare nel nero più torbido. Le utopie negative sono un classico della narrativa che amo di più, quella di Orwell, Bradbury, Huxley… avevo solo sfiorato questo genere con il secondo e terzo romanzo della serie Multiversum, ma col Time Deal ci sono finito dentro in pieno!

I tuoi romanzi vengono pubblicati dal 2011, sono passati sei anni dal tuo primo lavoro, Multiversum, e sei a quota 5 (se non contiamo racconti e altre prove narrative). Attualmente sei in grado di anticipare come verranno accolti dal pubblico?

Bella domanda! In realtà non avevo la più pallida idea di come il pubblico avrebbe accolto un romanzo come questo. Sembrava quasi tramontata la stagione dei “distopici del 2000”, inaugurata col successo di Hunger Games, capace di riportare in classifica un genere di certo non nuovo, ma con una veste moderna e di grande impatto non solo editoriale ma anche cinematografico. Non ero certo della risposta dei lettori e ne sono rimasto piacevolmente colpito. La sfida, da autore italiano e non americano, era quella di reggere il confronto dopo casi editoriali come Divergent, Metro2033, Maze Runner… Spero di essere riuscito nell’impresa!

Noti differenze nella ricezione dei tuoi lavori, in base alla zona o al paese in cui vengono distribuiti, visto che sono stati tradotti in tante lingue e per tante culture letterarie diverse?

Ho notato un andamento piuttosto uniforme nel settore YA. Forse negli ultimi anni in Italia si è affievolita la passione per le trilogie, che invece vanno tantissimo in Turchia e America Latina. In generale però i ragazzi hanno ancora tanta voglia di narrativa fantastica, a qualsiasi latitudine. Una piccola critica che, da questo punto di vista, mi sento di muovere al nostro Paese, riguarda le etichette. Alla Biblioteca Nacional de Buenos Aires ho avuto l’onore di aprire il terzo Incontro Internazionale di Letteratura Fantastica, come ospite italiano, e mi sono reso conto che tante inutili distinzioni che qui sono all’ordine del giorno (su tutte, la separazione netta tra Alta Letteratura e narrativa di genere) all’estero o non esistono o non hanno lo stesso peso. Ammetto però che osservavo il tutto dalla prospettiva di un ospite internazionale invitato appositamente per una fiera del libro, quindi la percezione potrebbe essere distorta. Indagherò nei prossimi anni.

Tu hai lavorato come cantante, showman, autore, doppiatore, hai scritto racconti e romanzi. Come sei passato da una forma di narrazione all’altra, e cosa ti è rimasto delle varie pratiche narrative?

Ho sempre sentito l’esigenza di esprimere la mia natura attraverso l’arte e i suoi molteplici linguaggi. Ero sempre io, con un’arma diversa tra le mani ma lo stesso obiettivo, sia nella musica che nella scrittura: intrattenere. Raccontare una storia, accompagnare il mio ascoltatore o lettore in un mondo nuovo. Essere colonna sonora di un momento della sua vita, o compagno di viaggio. Passare da una forma all’altra è stato piuttosto naturale, del resto ho la passione per la scrittura sin dalla tenera età (uno dei miei “giocattoli” preferiti era una macchina da scrivere della Olivetti!). Sono sempre alla ricerca di nuovi linguaggi da imparare, infatti l’anno scorso ho seguito perfino un corso di sceneggiatura, che mi è servito tantissimo per fare un passo avanti anche nel mio approccio alla stesura di un romanzo. Devo ringraziare, per questo, il mentore del caso, ovvero Francesco Trento, divenuto col tempo amico e collega.

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In merito alla scrittura, abbiamo già parlato dei tuoi metodi e delle tue pratiche in un’altra intervista relativa al tuo secondo mondo narrativo, There. Potresti in questa occasione farci l’esempio concreto di Time Deal? Come, dove e quanto hai lavorato a questa tua ultima fatica?

Sono partito dalla documentazione in materia di nanotecnologie, indispensabile per poter “creare” il farmaco attorno al quale ruota l’intera storia. Poi, a differenza delle precedenti lavorazioni (Multiversum e There) ho cominciato con una corposa mole di appunti a proposito dell’evoluzione socio-politica del mondo che stavo per creare. Sono dunque partito dalla backstory di Aurora. Da lì in poi, con la stesura dei primi capitoli, sono “sceso per le strade” della mia metropoli e ho iniziato a far muovere i personaggi nella nuova realtà. Come sempre accade in questa fase, gli eventi si sono verificati di fronte ai miei occhi, mentre scrivevo. Un processo creativo che porto avanti da sempre, basato sull’imprevedibilità della narrazione e non su una rigorosa scaletta. Capitolo dopo capitolo, però, mentre conoscevo meglio i protagonisti e l’isola, il percorso intrapreso come sceneggiatore è intervenuto di prepotenza nel mio modo di lavorare, condizionandolo. E mi sono trovato a strutturare dall’alto, a dividere il romanzo in scene, a incasellare gli eventi in un ipotetico “viaggio dell’Eroe”, a ragionare come se fossi di fronte all’architettura narrativa che sta alla base di un film. Questo mi ha aiutato tantissimo, ha reso più consapevole lo sviluppo della trama e supportato nel migliore dei modi la scrittura. In ogni momento, sapevo esattamente dove mi trovavo nel percorso, sapevo di che cosa aveva bisogno la storia e agivo di conseguenza. In termini “temporali”, credo che l’intera stesura del romanzo abbia  occupato circa quattro mesi. Altrettanti sono andati via per le revisioni in tandem con la mia nuova editor di DeA, Francesca Guido, alleata preziosissima, pienamente calata nella realtà del romanzo, capace di indicarmi con puntualità e sensibilità gli aspetti della narrazione su cui bisognava lavorare di più o meglio. Devo ammettere che sia il bilanciamento delle scene, in un racconto dal cast così ampio, che il comportamento di alcuni personaggi in determinate circostanze, hanno raggiunto l’equilibrio ideale proprio grazie ai suggerimenti di Francesca.

In Time Deal i personaggi principali sono due adolescenti, Julian e Aileen. Come sono nati nella tua mente?

Ero deciso a raccontare questa storia principalmente da un punto di vista “giovane”. Mi spiego: di fronte a una scelta drastica come quella di assumere o meno il Time Deal, un adulto e un ragazzo si pongono in maniera diametralmente opposta. Ho potuto appurarlo da vari sondaggi fatti prima di scrivere il romanzo, e dagli stessi sondaggi ripetuti dopo la pubblicazione dello stesso. Ebbene, io desideravo che fossero due ragazzi al comando dell’azione. Due ragazzi legati da un sentimento inviolabile, ma con una storia personale e famigliare nettamente diversa con cui confrontarsi. Lei costretta a sottoporsi alla terapia a causa delle imposizioni di casa Sheridan, lui paradossalmente libero di scegliere, seppur nella condizione di estrema povertà di casa Darrel, con una sorella più piccola a cui badare.

Il libro apre con una citazione a J. L. Borges: “Si può minacciare di una cosa diversa dalla morte? Ciò che sarebbe interessante e originale sarebbe minacciare di immortalità.” Come è il tuo rapporto con il tempo?

Ho imparato ad apprezzare gli attimi preziosi della mia vita, attribuendo a questi il massimo del valore. Non so per quanto vivrò, ma ogni volta che “archivio” un momento di felicità trascorso con i miei bambini, mia moglie, un amico, ecco, allora so di essere sul binario giusto. Non credo che una vita artificialmente eterna sia meglio di una vita vissuta secondo natura, con i suoi limiti. Certo, se domani mettessero in commercio un farmaco come il Time Deal, ammetto che un pensierino lo farei…

Time Deal è anche una storia d’amore. Come sei riuscito a intrecciare l’intrigo amoroso con quello avventuroso, di fantascienza? Hai costruito precedentemente una scaletta? O hai lavorato per associazione tra scene?

Era inevitabile che le azioni venissero mosse dai sentimenti più sacri dell’animo umano, in questa storia. Sono le motivazioni più profonde a spingere i personaggi a calarsi nell’avventura, e tra queste l’amore e gli ideali sono in vetta. Nello specifico, l’amore ha diverse facce, tutte a loro modo importanti nel corso degli eventi. Ci sono l’amore puro di Aileen e Julian, il senso di protezione di Julian per la sorellina Sara e il sentimento di amicizia nei confronti del migliore amico Stan. Intrecciare queste diverse dinamiche è stato un lavoro automatico, un passaggio obbligato.

Come hai ideato l’architettura della città di Aurora? La sua struttura, la sua geografia?

Avevo bisogno di un posto isolato, lontano dalla terraferma, anche per giustificare alcuni elementi di backstory relativi alla guerra nucleare che precede di un centinaio di anni gli eventi narrati. Allo stesso tempo non mi serviva un’isoletta, ma una vera e propria città-Stato (sul modello di Singapore). Alla fine ho trovato il punto del mappamondo ideale tra l’Australia e la costa californiana, in una zona che potremmo immaginare a sud delle Hawaii. Aurora non esiste, è fittizia. Ma in realtà esiste. Un po’ come la Derry di Stephen King. Sono accadute così tante cose, da quelle parti, che… siamo certi della sua non esistenza? O forse è reale ciò che la nostra mente è in grado di ricreare, di immaginare, di vedere con gli occhi dell’inconscio?

Un saluto in stile “Aurora” ai lettori del nostro blog!

Un saluto ai lettori di Nautilus, con l’augurio di rimanere sempre giovani, forti e produttivi. Come? Semplice: con una rapida iniezione di Time Deal, che cambierà la vostra vita per l’eternità!

 

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Categorie:interviste

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3 replies

  1. Un’intervista davvero interessante. Complimenti a voi con le vostre domande e a Patrignani – che io apprezzo molto – per le sue risposte.

  2. Ho avuto l’opportunità di conoscere lo scrittore, l’ho trovato una persona molto disponibile e simpatica. Time.Deal poi è davvero una lettura piacevole

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