Intervista all’autrice e editor Chiara Santoianni

(intervista di Rossella Monaco)

Buongiorno, Chiara, grazie di aver accettato la nostra intervista. Partiamo dagli esordi per i quali si ha sempre una certa curiosità. Da quali esperienze di studio e lavorative arrivi?

Grazie a te, Rossella. Il mio esordio nella scrittura, o meglio sulla carta stampata, è avvenuto praticamente sui banchi di scuola: ero ancora all’ultimo anno del liceo classico quando decisi di accettare l’opportunità, che un noto quotidiano locale offriva ai giovani, di intervistare alcuni personaggi famosi. La mia carriera è partita dunque dal giornalismo e si è sviluppata poi nel settore della saggistica, della manualistica e della narrativa. Vengo da studi classici, che ho proseguito anche all’università (sono laureata in Lettere moderne), e da un’infinità di lavori: prima di trovare una relativa stabilità nel mondo della scuola − e qui ci sarebbe molto da raccontare, tanto che ci ho scritto un romanzo! − sono stata imprenditrice nel settore librario, ricercatrice di mercato, sviluppatrice di siti web e altre cose ancora: tutte esperienze che, pur molto diverse, hanno contribuito alla mia formazione.

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La seconda domanda è abbastanza generale: Cos’è per te la scrittura?

La scrittura è il mio modo naturale di esprimermi, ancor prima che con le parole non scritte. Scrivere per comunicare fa parte di me sin dall’infanzia e avrei voluto che fosse il mio principale lavoro, anche se le cose sono andate diversamente. La scrittura è stata inoltre, per me, un modo di capire la realtà: mettendola nero su bianco (un tempo sui quaderni, oggi al computer), arrivo a comprenderla meglio.

Quando inizi a scrivere un romanzo hai già in mente tutta la storia, i personaggi e i luoghi in cui intendi ambientarla?

Per quanto riguarda i miei ultimi due romanzi, Cocktail di cuori e il sequel Missione a Manhattan (entrambi editi da CentoAutori), sì, ho programmato in anticipo tutta la trama, dopo aver creato i personaggi, per i quali ho usato gli archetipi di Jung. Quanto ai luoghi dove ho ambientato le storie, non potevano che essere Londra e New York: la prima perché è la mia città preferita e quella che all’estero conosco meglio; la seconda perché avrei voluto ritornarvi, e l’ho fatto virtualmente. I miei romanzi di esordio sono stati una produzione molto più spontanea, ma oggi so che applicare alla narrativa la programmazione che comunque usavo per altri tipi di testi professionali permette di ottenere risultati migliori.

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Ti va di descriverci una tua giornata-tipo mentre sei alle prese con la scrittura di un romanzo?

Quando scrivo un romanzo che ha un tempo di consegna piuttosto breve, devo concentrare moltissimo la scrittura. E, poiché devo dedicare le mie giornate alla vita quotidiana e al lavoro, più che alla produzione letteraria, riservo alla stesura del romanzo le ore più tranquille della giornata, in genere quelle serali. Ma il mio sogno è di scrivere con regolarità secondo “orari di ufficio”, come spesso fanno gli scrittori famosi.

Quanto il tuo lavoro da editor in casa editrice influenza invece il tuo lavoro da scrittrice?

Sono editor per la collana letteraria che mi è stata affidata da CentoAutori, “A cuor leggero”, ma da sempre ho corretto testi altrui. E sono ben convinta della necessità di compiere un costante lavoro sul testo, anche quando sono io a scrivere, persino una semplice e-mail: credo che curare il più possibile la scrittura sia una forma di rispetto verso chi ci legge, anche se inviamo solo un sms. Una volta apprese, da chi era più esperto di me, le regole dell’editing, ho cercato di applicarle anche nella scrittura dei miei testi.

Come selezioni in genere i testi per la pubblicazione?

Per la collana “A cuor leggero”, ho avuto la fortuna di poter selezionare in primo luogo le scrittrici: ritengo infatti importante che si crei una buona sintonia tra chi scrive e chi dovrà curare i testi e tutte le mie autrici erano persone in cui avevo fiducia e con cui, in passato o anche solo di recente, si era creato un buon rapporto. Diverso è stato il caso dell’ultimo romanzo edito nella collana, Il mio nome è Ava Cincotti, di Elisa Manzini: non conoscevo l’autrice, ma mi ha colpito il suo stile fresco e spontaneo, e la sua naturalezza (e delicatezza) nel trattare un argomento non proprio facile, quello delle relazioni virtuali e dei ménage a trois. Ho scelto il libro perché mi era piaciuto, ma anche sostenuta dalla presentazione professionale che me ne era stata fatta e dal buon curriculum dell’autrice, che tra l’altro è sceneggiatrice a Los Angeles.

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Come lavori in fase di editing su un testo altrui?

Affronto l’editing solo se sia possibile farlo: i “casi impossibili” è meglio che rimangano manoscritti nel cassetto. Inizio con il controllare la formattazione e la punteggiatura, per poi passare a un’attenta lettura del testo, durante la quale intervengo. Anche quando mi trovo nella necessità di compiere delle aggiunte, o di modificare profondamente alcune parti del testo, per renderle più chiare per il lettore, cerco di rispettare sempre l’idea dell’autore. Per questo, credo, sono ancora in buoni rapporti con tutte le mie autrici!

Da scrittrice come ti rapporti all’editing altrui dei tuoi testi?

Devo confessare che, di tutti i miei testi pubblicati in più di trent’anni, solo uno ha ricevuto un editing, da una redattrice che stimo molto; ed è stato un bene perché era il mio primo romanzo breve e quei piccoli cambiamenti, utili e a volte necessari, mi hanno insegnato tantissimo. Osservando le modifiche al mio testo, ho capito come intervenire su quelli degli altri. Non so come reagirei se mi si chiedessero cambiamenti impegnativi, ma finora non è mai successo. Ho accettato però di buon grado i consigli che mi sono venuti, in passato, da una grande casa editrice come la De Agostini, cui ho avuto la fortuna di poter sottoporre un mio manuale di viaggio.

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Come il rapporto con i luoghi che vivi e abiti influenza il tuo lavoro?

Nella mia città, Napoli, è molto vivo il gusto per l’autoironia e per il paradosso, che ho trasmesso anche ai miei personaggi. Per ragioni legate al genere che ho trattato negli ultimi anni, che prevede un’ambientazione ‘internazionale’, è stato il mondo anglosassone a fare da sfondo alle mie ultime storie, ma altre, anche se non lo si dice troppo chiaramente, hanno sullo sfondo la mia città. Alla quale vorrei fare presto un omaggio molto più esplicito.

Dove lavori in genere? C’è un luogo dove riesci a essere più produttiva? Da editor e da scrittrice i tuoi spazi cambiano?

Non sono tipo da comporre romanzi, o fare editing, su smartphone e tablet, e nemmeno su notebook. Lavoro esclusivamente nel mio studio, su un computer fisso, dando sia all’editing che alla scrittura tutta la mia attenzione. Per le attività che richiedono concentrazione, preferisco ancora il ‘grande schermo’.

Stai scrivendo altro in questo momento? Ti va di anticiparci qualcosa?

In questo momento sto completando un progetto a cui tengo molto, un testo didattico legato a un’attività professionale che vorrei svolgere in futuro. E ho in mente di raccontare, con maggiori dettagli rispetto a quanto ho fatto in passato, le mie vicende scolastiche. Ma, soprattutto, vorrei finalmente dare corpo a un’idea che ho da molti anni e che spero mi consenta di uscire dai pur piacevoli paletti imposti dal ‘genere’.

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