8a e ultima puntata – Dove crescono le rose selvagge

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Siamo giunti alla conclusione del romanzo giallo a puntate “Dove crescono le rose selvagge” di Alberto Minnella e Gaudenzio Schillaci.

Nell’epilogo gli autori ci sorprendono. La vicenda dell’avvocato Sautafossa ci mancherà. Chissà, magari un giorno, sentirete ancora parlare di lui.

 

Con gli occhi fissi sul rosso, all’incrocio fra viale Regina Margherita e via Etnea, rimase immobile.

Fremeva.

Riprovò a telefonare a Turi, ma con scarsi risultati.

Scattato il verde, anziché andare a destra verso casa, proseguì lungo via Etnea.
Riprovò ancora a chiamare Turi. Nella difficoltà di camminare e armeggiare con il telefono, confermando quello che le donne dicono degli uomini, e cioè di non saper fare due cose insieme, rischiò di farsi mettere sotto.

Sgranò gli occhi e cercò di scusarsi gesticolando. Vide l’uomo agitarsi e diventare paonazzo dentro l’abitacolo, al che Vitangelo continuò a gesticolare, sperando in una sorte migliore, ma per loro due il destino aveva ormai scelto l’arma dell’incomprensione.

Vitangelo lo fissò come si fissano i pesci rossi in una bolla di vetro, con curiosità e profondo senso di pena.

L’altro tagliò corto, affondò il piede sulla frizione, mise in marcia e ripartì a razzo bestemmiando.

Vitangelo lasciò perdere il suo cellulare e tagliò la testa al toro, dirigendosi dritto in questura.

Doveva a tutti i costi dire a Turi che Musumeci non era l’uomo che credevano fosse e che forse non era proprio la fonte affidabile che pensavano potesse essere. Una cosa di vitale importanza.

Da lì dov’era, raggiungere la questura a piedi, a pensarci bene, sarebbe stata una follia: troppa strada, troppa fatica. Ma non aveva alternative.

Immerso fra chi affollava i marciapiedi di via Etnea, sperso fra quei catanesi che sembravano non avere né tempo né spazio, nella difficile impresa di raggiungere Turi prima possibile, scivolò su più di un pensiero cattivo per i suoi compaesani e la sua città.

A metà strada pensò che sarebbe stato meglio prendere l’autobus.

La prima fermata utile se la trovò davanti, di faccia all’entrata della Feltrinelli, dove c’era un capannello di gente che cercava di entrare e gli impediva di aspettare il bus davanti alla fermata.

Cercò di allungare lo sguardo per scorgere cosa stesse succedendo lì dentro.
Musica, urla e strattoni si confondevano in un acquerello di colori indistinguibili.

C’è qualcosa nella fine dell’estate, non so bene che cos’è, e non riesco a respirare, sentì.

«Ma che c’è?», chiese a uno, mentre cercava, senza riuscirci, di decifrarne il volto nascosto sotto a una barba lunga fino ai pettorali.

«I Baustelle firmano le copie del loro ultimo album» gli rispose e dalla voce modulata dagli ormoni capì che doveva essere poco più che un ragazzino.

Vitangelo, comunque, non ebbe il tempo di fargli altre domande.

Qualche metro più avanti, nella bolgia, intravide il viso di Andrea.

Sussultò e il fiato gli si spezzò in gola.

La conosceva da poco, è vero, eppure la sentiva già sotto la pelle.

Il tempo s’era fermato. Il nome di Andrea gli scorreva nel sangue.

Al diavolo Turi, pensò per un attimo e gli passò per la testa di raggiungerla, di farsi strada in mezzo a quegli isterici, tirarla per un braccio e agganciarla con bacio, senza scampo, come in un film di Truffaut, di quelli che piacevano tanto a sua sorella.

Così pensò a Vittoria.

Vittoria e Andrea, Andrea e Vittoria. Rientrò, senza saperlo, di nuovo in loop, in uno dei suoi loop, di quelli da cui non era mai riuscito a uscire.

Ma per sua fortuna la realtà ripiombò nella sua vita e lo fece con un colpo di clacson.

L’autobus, infatti, era arrivato quasi alla fermata e cercava di farsi largo tra quel pubblico indisciplinato.

A fatica riuscì a passare.

Si voltò, abbandonando Andrea nella folla. Forse, gli sfuggì persino un bacio da affidare al vento, nella speranza che potesse farsi largo tra la folla e sfiorarle i capelli.

Senza curarsi di fare il biglietto, salì e si accomodò sul primo posto libero.

Lasciò che un ultimo sguardo ad Andrea venisse trascinato via dalla marcia dell’autobus.

 

Nella guardiola della Questura, l’agente Costanza aveva appena iniziato il turno. Nervoso da generazioni, era già tutto sudato, costretto dentro alla divisa.

«Avvocato, mi dica» domandò a Vitangelo.

«Pennisi c’è?»

Gli fece segno di aspettare un attimo. Blaterò qualcosa dentro alla cornetta del telefono.

Poi disse: «Dovrebbe essere in ufficio, se vuole glielo chiamo».

«Se mi fa entrare, vado personalmente».

«Un attimo» gli rispose, afferrando di nuovo la cornetta del telefono. Tolse il berretto e con quello si sventolò. Si asciugò la fronte con un fazzoletto e alla fine gli disse: «Prego».

Salì le scale due gradini alla volta, entrò nella stanza di Turi, ma non lo trovò.

Ebbe la sensazione che l’aria fosse imbottita di tensione come quella che si respira nell’arena di una corrida quando mancano pochi attimi all’uscita del toro da matare.

«Mi scusi – si rivolse a un agente – mi saprebbe dire dove si trova il dottor Pennisi?»

«In questo momento è impegnato. Lei chi è?»

«L’avvocato Sautafossa. Le dispiacerebbe chiamarlo? Devo dirgli una cosa con una certa urgenza».

L’uomo gli disse di seguirlo. Si fecero largo tra le divise degli agenti indaffarati davanti alla macchinetta del caffè.

«Aspetti qui».

Bussò a una grande porta bianca a due ante.

Fu lo stesso Turi ad aprire, colto alla sprovvista, con una faccia che era tutta un programma.

«Vitangelo, che ci fai qui?», rimase sull’uscio con la porta socchiusa e si sfiorò con una mano la bocca.

«Devo dirti una cosa, puoi uscire un attimo?»

Turi si guardò indietro. Era imbarazzato. Strinse ancora di più la porta a sé.

Vitangelo lanciò lo sguardo oltre la sua sagoma e scorse Vittoria, in lacrime, seduta di fronte al

commissario Ragusa.

«Vittoria? – chiamò a gran voce – Che state facendo? Fammi entrare.»

«Vitangelo» esclamò Vittoria, conscia della cazzata che aveva fatto.

«Vita’ non fare casini».

Con una spallata si aprì un varco tra Pennisi e la porta e ci passò in mezzo, svincolandosi dal tentativo di presa da parte dell’agente.

«Che cazzo state facendo?»

«Ma chi l’ha fatta entrare?» urlò Ragusa.

L’agente lo bloccò, questa volta, prendendolo per le spalle.

«Lascialo stare, Distefano», gli ordinò Pennisi.

«Chi minchia vi ha dato il permesso di interrogare Vittoria senza di me?» disse Vitangelo, che non si curò nemmeno di rassettarsi la giacca, maltrattata dai bicipiti dell’agente Distefano.

«Avvocato, moderi il linguaggio».

«Non modero niente».

«Calmo» gli suggerì Turi.

«Ma che calmo? Vittoria, alzati. Zitta e andiamo.»

Ragusa si mise in piedi, Vitangelo fece per andargli contro, ma fu subito bloccato dall’intervento di Pennisi, che si frappose tra i due.

«Smettila di fare il coglione», disse Turi rivolgendosi a Vitangelo, con una mano a tenergli il braccio e l’altra sul collo.

«Andiamo», disse Vitangelo a Vittoria, che in mezzo a quello sbraitare non sapeva cosa fare. Fece per alzarsi, ma Turi gli disse di restare seduta.

«Sua sorella è in carcere per aver confessato l’omicidio di suo marito. Abbiamo il diritto di interrogarla quando vogliamo».

Vitangelo guardò deluso Vittori.

«Senza avvocato? Chi vi credete di essere, la Gestapo?»

«Avvocato – tuonò il commissario – Un’altra parola…». Ragusa avvicinò il suo muso alla faccia di Vitangelo.

«Commissario – intervenne Pennisi – calmiamoci tutti. Magari facciamo cinque minuti di pausa?»
Ragusa non si mosse di un millimetro.

«Commissario…» continuò Turi.

«Portalo fuori – ordinò Ragusa a Pennisi e nel farlo sputacchiò un po’ di saliva sul mento di Vitangelo – E Distefano, fai uscire la signora. Tanto ci siamo già detti tutto».

Vitangelo non abbassò lo sguardo e rimase a guardare dritto dentro gli occhi di Ragusa mentre veniva trascinato fuori a forza da Turi.

A Vittoria fu finalmente dato il permesso di alzarsi, scortata a testa bassa da Distefano.

Pennisi lo trascinò in un angolo appartato, lontano da occhi indiscreti.

«Che cazzo fai? Ti metti a urlare al commissario?»

«Che minchia fai tu, Turi? O forse dovrei chiamarti Dottor Pennisi? O magari sbirro di merda.»

Pennisi, prima di rispondere, mise da parte il suo orgoglio per la divisa e fece finta di non aver sentito.

«Vittoria ha confessato e, proprio perché sto dalla tua parte, mi sono messo in mezzo all’interrogatorio.»

«Di nascosto, senza nemmeno avvertirmi?»

«È stata una cosa veloce, non ho avuto tempo».

Vitangelo lo mandò a fanculo e fece per andarsene, Turi lo bloccò al muro.

«Mi vuoi ascoltare? Non posso fare finta di non avere una confessione scritta di tua sorella in cui si autoaccusa dell’omicidio di suo marito. Chiaro? Cosa pretendi che faccia?»

«Eccolo, l’uomo di legge, tutto d’un pezzo. Ora lo vedo di cosa sei fatto, sbirro di merda».

«Finiscila – sbraitò, tanto da farsi sentire in tutta la questura, poi ridimensionò il tono – Finiscila».

«E io che credevo…» gli sussurrò Vitangelo.

«Che cazzo pretendevi che facessi? Dimmelo, che pretendi?»

«Niente, continua a fare quello che devi fare. Ma fra noi due finisce qui.»

«Ma la vuoi finire? – avvicinò il suo viso a quello di Vitangelo – ti ho detto di finirla».

«Non potete interrogare mia sorella senza avvocato, senza qualcuno che la aiuti, senza di me, quindi. Tu lo sai e non hai fatto niente. Bravo. Sta male, lo capisci o no?»

«Sì. Ma c’è di mezzo un omicidio e non si può…»

«Omicidio, eh? Ho capito, adesso ho capito. Ci rivediamo, dottor Pennisi», disse, facendo un passo indietro e risistemandosi il colletto della giacca.

«Inutile che fai così» gli urlò invano Pennisi mentre si allontanava.

Vitangelo si voltò verso di lui e continuò a camminare all’indietro, neanche fosse un gambero.

«Mi fai schifo –  gli urlò – Mi fate tutti schifo» e fece voltare tutti gli agenti nelle vicinanze.

Pennisi scosse la testa, intimando a tutti i presenti di lasciarlo andare.

Come un cane abbandonato in autostrada in estate, Vitangelo sentiva fortissimo il bruciore di quello che per lui era stato un tradimento insopportabile. Si sentiva orfano di quello che, negli ultimi quindici anni, era stato il suo migliore amico, e gli parve di portarsi addosso, in quel momento, tutte le ferite e i dispiaceri del mondo.

Si tirò fuori dalla Questura senza degnare nemmeno di uno sguardo l’agente Costanza, seduto in guardiola. Solo quando mise entrambi i piedi fuori, si ricordò che era andato lì per tutt’altro motivo. Guardò le finestre della questura: era ormai troppo tardi e capì che da quel momento in poi avrebbe dovuto cavarsela da solo.

Decise di prendere l’autobus che, da piazza Università, lo avrebbe portato a casa. Non aveva né la voglia né la forza di tornare a piedi.

Spalle al muro, era intento a rollarsi una sigaretta quando, alzando gli occhi, vide a pochi metri da lui Andrea.

Questa volta non titubò nemmeno per un secondo e si avvicinò a lei.
L’afferrò per un braccio e in cambio si prese un schiaffo.

«Che cazzo fai?», le disse.

«Io? Che cazzo fai tu. Cosa vuoi da me? Vattene».

«Parliamone».

«Senti, mi piacevi e pure molto, ma ora basta. Torna da quella.»

«Quella chi? Non c’è nessun’altra».

«La rossa non sembrava tanto convinta».

«Forse hai capito male».

«Malissimo. Di te, però.»

«Vedi che quella è la mia ex. E poi, dai, non è giornata di altri casini. Ti prego…»

«Neanch’io voglio casini – lo interruppe – Prima la Questura, poi la tua ex che si fa trovare nel tuo salotto e mi dà della puttana, ma che cazzo vuoi da me? Sono già stata male per causa tua, lasciami in pace».

Vitangelo le poggiò di nuovo una mano sul braccio, ma Andrea gliela tolse subito.

«Lascia che ti spieghi».

«Non devi spiegarmi niente».

«Voglio spiegarti tutto».

«E io non voglio ascoltarti».

«Ti prego, non andartene».

«Devi lasciarmi stare. Vattene. Vattene!»

Vitangelo si ammutolì. La guardò con una faccia da orsacchiotto, o meglio da paraculo, che avrebbe fatto innamorare qualsiasi donna. Qualsiasi, tranne Andrea. Ne aveva già viste troppe, per poter capitolare con solo uno sguardo.

Andrea proseguì per la sua strada, senza voltarsi. Vitangelo rimase lì, immobile, al centro di Piazza Università, con una sigaretta spenta tra le dita e la speranza di risvegliarsi presto da quel groviglio inestricabile di incubi che l’annodava alla malasorte.

Portò la sigaretta alle labbra e l’accese.

Distratto, osservò i passanti, in attesa del bus. Tra gli studenti che gli spuntavano dalle spalle, usciti fuori dal Palazzo Centrale, dove si tenevano alcune lezioni della facoltà di Lettere, e le catanesi fresche in volto e tutte imbellettate, intente, s’immaginò, a svuotare le carte di credito nelle boutique costose di via Etnea, notò un uomo, gaio in volto, con in mano un rigoglioso mazzo di fiori. Una scossa alla nuca e un brivido lungo la schiena lo turbarono. Gli occhi fissi su quell’uomo, ma ormai non lo stava guardando più per davvero.

Gli era venuta un’idea: magari Marco Musumeci non sarà stato il più attendibile tra i testimoni, ma fargli qualche ulteriore domanda avrebbe potuto aiutarlo a capire cosa fosse davvero successo, sabato notte, tra suo cognato e Vittoria.

 

Scese dall’autobus in piazza Due Giugno, poco dopo aver superato casa di Vittoria, dove erano soliti riunirsi tutti i pensionati della zona per sfidarsi in pericolosissimi e letali tornei di briscola pazza e boccette.

Appena Vitangelo mise i piedi sull’asfalto, l’odore di cipolline, fagottini di pasta sfoglia ripieni di cipolle stufate, prosciutto cotto, pomodoro e mozzarella, una specialità tipica catanese, proveniente da un bar lì vicino, gli s’intrufolò nelle narici.

Fosse stato un altro momento si sarebbe fiondato lì dentro e ne avrebbe divorato un chilo, perdendo letteralmente i sensi affondando i denti nella pasta sfoglia, mugugnando di piacere, abbandonandosi all’estasi di quel capolavoro.

Invece, restò indifferente.

Andò a casa della sorella.

Il campo era libero da poliziotti. Non trovò nessun ostacolo ad entrare.

Premette sul campanello della porta di Musumeci, senza ricevere risposta. Continuò a premere. Continuò a non ricevere risposte.

Da dietro le sue spalle sentì lo scatto di una porta.

«Mi scusi» gli disse qualcuno. Si voltò e vide una donna, tutta rughe, rivolgersi proprio a lui.

«Prego» gli rispose Vitangelo.

«No, siccome ho sentito che insisteva…»

«Sì, sto cercando il signor Musumeci, lo conosce?»

«Marcolino? E certo che lo conosco, è una vita che ci conosciamo, gioia mia, sono stata pure sua madrina di Cresima. Sua madre era una delle mie più care amiche e lui, che è sempre stato tanto debole, si è legato a me. È un uomo tanto buono, per me è come un figlio».

«Sa se è in casa?»

«Se ci fosse, avrebbe aperto».

Vitangelo guardò sconsolato a terra.

«Ma lei chi è?»

«Sono… – titubò per pochi istanti, cercando una cazzata che potesse risultare credibile – lavoro con lui, devo dargli un’autorizzazione che gli servirà domani. A pensarci, forse sarà al frutteto.»

«Frutteto?»

Vitangelo fece di sì con la testa.

La faccia della donna era un grande punto interrogativo.

Vitangelo le si avvicinò.

«Il frutteto, quello che gestisce lui».

«Ne è sicuro?»

«Certo. Quello a Vampolieri.»

«A Vampolieri? Forse è informato male. Lì ci sta solo la sua campagna. Marcolino non mi ha mai parlato di un frutteto. So che cura il suo roseto. Marcolino è sempre andato pazzo per le rose selvagge.»

Il cuore di Vitangelo smise di pompare sangue. Sentì non avere più sangue nelle vene, restando immobile, freddo per qualche secondo.

«Sta bene?» le disse la vecchia, vedendo il suo smarrimento.

«Benissimo, signora, benissimo. Devo essermi sbagliato. Crede, comunque, che possa trovarlo più tardi?»

«Di solito quando va a curare le rose non torna mai prima delle nove di sera – disse, guardando poi l’ora sull’orologio appeso alla parete alle sue spalle – A quest’ora sarà ancora in campagna, lì a Vampolieri. Può provare là. Però, mi creda, non troverà nessun frutteto. Rose; quelle sì.»

«Non posso aspettare fino a così tardi. Penso che ascolterò il suo consiglio. Le dispiacerebbe, però, darmi l’indirizzo?»

«Certo, certo, aspetti un attimo – disse, rientrando per un attimo in casa – Ecco qua, via Marletta 28.» La donna gli porse il pezzetto di carta con su scritto l’indirizzo. «Lo riconosce perché c’è un grande casolare che si vede pure dalla strada».

Ringraziò in fretta la donna e si congedò, lanciandosi di corsa per le scale.

Si scordò del litigio, del tradimento, di ogni cosa, prese il telefono e provò a chiamare Turi.

Niente, telefono staccato.

”Merda”, disse tra sé.

Attraversò il viale Mario Rapisardi correndo come una furia fra le macchine imbottigliate nel traffico.

In contrasto con il tempo novembrino, sentiva un caldo asfissiante stringergli la gola.

Non si fermò nemmeno per un secondo, neanche per evitare di essere investito.

Prese le chiavi dalla tasca, fece per infilarle nella serratura della sua auto.

Poi, si bloccò.

Guardò le ruote: a terra. Girò attorno alla vettura. Tutte e quattro squarciate di netto.

Sul parabrezza, prese un bigliettino incastrato sotto al tergicristallo e lesse: ”Fottiti Maiale”.

Doveva essere di nuovo Agata. Ancora lei.

Iniziò a urlare, ossesso. Con un pugno frantumò il vetro dello specchietto del lato passeggero. Un taglio sulla mano e iniziò a perdere sangue.

La faccia contro il tettuccio, esausto dal dolore. Poi, si voltò e con la schiena scivolò lungo la fiancata della sua auto, pulendola, fino a finire con il culo sull’asfalto.

Era ben oltre il limite di sopportazione, non ce la faceva proprio più.

Freddie freeloader lo ridestò.

«Vita’».

«Turi!»

«Dove cazzo sei, ho scoperto una cosa.»

«Anch’io».

«Musumeci è uno stalker» dissero contemporaneamente.

«Come lo sai?» gli domandò Turi.

«Troppo lungo da spiegare. Forse so dov’è. Ho l’indirizzo, ma sono rimasto a piedi.» disse e per Pennisi non ci vollero altre parole.

Fu sotto casa di Vitangelo in un fiato.

«Che hai fatto alla mano?» gli chiese Turi.

«Niente» gli rispose Vitangelo, mentre dalla radio gracchiava la voce del centralino della polizia.

«Sanguini come un vitello sgozzato e mi dici niente?»

«Niente che non passi con acqua ossigenata e cerotti. Non avete un kit di primo soccorso nelle auto di servizio?»

«Ho capito. Passiamo da una farmacia.»

«No, non c’è tempo.»

Turi lo fisso perplesso.

«Basta che non mi muori in macchina.»

Vitangelo lo fulminò con un’occhiata.

«Vampolieri, via Marletta 28».

Turi inserì l’indirizzo nel navigatore. Vitangelo aprì il vano porta oggetti e trovo una bottiglietta d’acqua con la quale si ripulì alla meno peggio, constatando che la ferita fosse meno grave di quanto aveva creduto.

«Musumeci è stato condannato per stalking sei mesi fa.»

«Più o meno da quando mia sorella ha iniziato a ricevere fiori e bigliettini».

«Già. E a quanto pare la ex moglie somiglia tantissimo a Vittoria, sembrano due gocce d’acqua».

«Accelera!»

Si scambiarono uno sguardo. Non si dissero più niente.

Pennisi tirò fuori la sirena, la mise sul tetto e schiacciò l’acceleratore.

Staccò la radio di servizio e dagli altoparlanti i Baustelle presero a cantare.

 

Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera, nello sparire, nel mistero del colore delle cose, quando il sole se ne va. Resta poco tempo per capire il significato dell’amore, idiozia di questi anni, il Vangelo di Giovanni, la mia vera identità.

 

E nemmeno Vitangelo aveva più voglia di ascoltare musica leggera. Spense la radio quando mancava poco al loro arrivo sulle colline di Vampolieri, alle spalle di Acitrezza, dove la vista sul mare avrebbe tolto il fiato al più cinico dei catanesi.

Cosa avrebbero trovato arrivando al casolare non lo sapevano, ma poco importava. Quella era la pista giusta e bisognava batterla da cima a fondo.

«Dovrebbe essere quello lì, il 28», disse Vitangelo rompendo il muro di silenzio che s’era creato in macchina.

«Non vedo nessun cancello».

«Gira qui a sinistra, c’è un sentiero».

Parcheggiarono di fronte a un cancello semiaperto, in cima a una breve salita.

«Quel furgoncino lo conosco. Deve essere lui».

Si inoltrarono facendo attenzione a non fare particolari rumori. Dopo un paio di metri iniziarono a sentire della musica.

«Where the wild roses grow», sussurrò Vitangelo.

«Proprio quella».

«Allora…»

«Ora entriamo e fai parlare me.»

Vitangelo non aprì bocca.

Arrivarono a pochi passi dal casolare. Musumeci era accovacciato davanti a una fontana, cercava di riempire un secchio.

Quando li sentì arrivare sussultò e il secchio gli si rovesciò sui piedi.

«Turi? Che ci fai qui?»

Vitangelo gli fece un cenno, cercando di mostrarsi tranquillo, dando fondo a tutte le sue scarse capacità d’attore. Dentro, però, era un fuoco che camminava.

«Volevamo farti qualche altra domanda, non ti abbiamo trovato a casa e abbiamo pensato di venirtele a fare qui».

«Prego, prego, accomodatevi» disse, invitandoli a avvicinarsi, prima di varcare una porta-finestra e spegnere lo stereo.

«È molto grande qui» disse Vitangelo.

«Meno di quanto sembri».

«Scommetto che c’è una pace…» continuò a dire.

Musumeci asserì.

«Complimenti anche per il roseto. Si vede dalla strada, sembra quasi un dipinto impressionista» intervenne Pennisi. Vitangelo pensò bene di farsi una sigaretta. L’avrebbe aiutato a smorzare la tensione. Così si disse.

«Grazie. Ma che posso fare per voi?» domandò Musumeci.

«Volevamo sapere se magari ti è venuto in mente qualche altro dettaglio su sabato notte, qualcosa che potesse tornarci utile».

«Turi, te l’ho detto – giocherellava, con un posacenere tra le dita, all’ombra di un vaso di rose scarlatte – li ho visti litigare, discutere, qualche urlo e niente di più».

«E poi domenica mattina hai visto Nicola La Ginestra in Piazza Borgo, giusto?»

«Giusto, giusto, perché?»

«Posso?» s’intromise Vitangelo indicando il posacenere.

«Certo. Che è successo alla mano? Spero nulla di grave».

«Lo spero anch’io».

«Quindi – Pennisi riportò la discussione sui giusti binari – mi pare di capire che non c’è altro.»

«Tutto quello che so ve l’ho già detto».

«Speravo che mi potessi dire qualcosa che scagionasse mia sorella. Basterebbe anche un piccolissimo particolare. Non so più cosa fare per evitarle l’ergastolo».

«Ergastolo?», sgranò gli occhi e si asciugò la nuca.

«Si è autoaccusata di un omicidio» disse Pennisi.

«Davvero? Ma non ci sono prove – sbottò –  non si trova il cadavere, magari si è allontanato volont…»

«E tu che ne sai?» gli disse Vitangelo.

«Niente, non si scaldi. Conosco sia sua sorella che suo cognato e sono solo molto dispiaciuto per loro».

Vitangelo abbassò lo sguardo.

«Se è tutto. Allora andiamo» disse Turi. Vitangelo gli lanciò l’ennesima occhiataccia.

«Forse il signor Musumeci può… »

«Va bene così» concluse Turi.

Si alzarono in piedi. L’ennesimo buco nell’acqua, pensò Vitangelo. Affondò le mani in tasca. Forse non tutto era perduto.

«Ah, quasi dimenticavo – gli disse, tirando fuori dalla tasca un bigliettino, poggiandolo sul tavolo – questo deve essere tuo.»

Musumeci allungò il collo per vedere di cosa si trattasse. In meno di un secondo ribaltò il tavolo addosso a loro e fuggì subito via, correndo per la campagna.

Pennisi gli si mise subito alle calcagna mentre Vitangelo, colpito dal tavolo e dal vaso di rose, rimase a terra, con la mano, già ferita, colpita da altre schegge di vetro. Se le scrollò di dosso e corse dietro Musumeci anch’egli.

«Fermati, Cristo santo. Fermati!» gli urlò Pennisi.

Corse fino a che i polmoni e le gambe glielo permisero. Poi, sopraggiunta la stanchezza, mentre Musumeci era quasi riuscito a nascondersi tra le erbacce, decise di sparare un colpo in aria.

Vitangelo, qualche metro più indietro, sentì il cuore arrivargli in gola, pronto a sputarlo.

Corsero ancora un altro po’, ma quando Pennisi si ritrovò Musumeci a portata di tiro non esitò e gli sparò.

Lo videro cadere, in lontananza. E mentre guardava quello cadere, Vitangelo sentì che il suo cuore era ripiombato al posto giusto.

 

«Quindi, con la confessione di Musumeci Marco, possiamo dichiarare ufficialmente prosciolta dalle accuse di omicidio colposo e occultamento di cadavere la signora Sautafossa Vittoria. La suddetta, però, dovrà fronteggiare una denuncia a piede libero per intralcio alle indagini, una per simulazione di reato e un’altra per procurato allarme. Mi dispiace, ma è la legge».

Con queste parole, il commissario Ragusa, seduto alla sua scrivania, aveva appena prosciolto dalle accuse più gravi Vittoria.

Erano passati soltanto due giorni dall’arresto di Musumeci, che si trovava ancora in ospedale con un buco di proiettile poco sopra il ginocchio.

Di fronte a Ragusa, Vitangelo, Vittoria e Pennisi ascoltavano in religioso silenzio la lettura di quei verbali.

«A seguito dei rilievi realizzati dalla scientifica, possiamo confermare che il Musumeci ha ucciso il signor La Ginestra Nicola per motivi passionali recidendogli la gola con la lama affilata di una forbice da giardinaggio».

Vittoria ebbe un mancamento.

«Distefano, Costanza, portate la signora fuori e datele un po’ d’acqua», disse il Commissario richiamando l’attenzione di due agenti che, con solerzia, fecero accomodare fuori Vittoria e si occuparono di lei.

«Commissario, mi scusi – intervenne Vitangelo – ma allora si può sapere cosa minchia è successo quella notte?»

Ragusa gli lanciò un’occhiata di sbieco, come a volerlo sgridare, ma questa volta si limitò e non gli disse di moderare il linguaggio.

«Musumeci nutriva una passione morbosa per sua sorella. Abbiamo trovato a casa sua decine e decine di videoriprese e fotografie. Quando, sabato notte, vide il litigio tra Vittoria e suo marito pensò che La Ginestra fosse morto e, approfittando dell’oscurità e dell’allontanamento di sua sorella, lo caricò sul suo furgone e lo portò in campagna con l’intenzione di sotterrarlo, affinché Vittoria non potesse essere accusata dell’omicidio di suo marito. Nicola, però, non era morto, e si risvegliò mentre Musumeci scavava la fossa dove avrebbe voluto sotterrarlo. Ebbero una breve colluttazione ma alla fine, utilizzando un paio di forbici da giardinaggio, riuscì a recidergli la giugulare e l’ha sotterrato lì, nel suo giardino, vicino alle rose selvagge».

Gli occhi di Vitangelo naufragarono, si annegarono di lacrime. Pennisi lo abbracciò.

Ragusa ripose i verbali in una carpetta, che chiuse e mise agli atti.

 

«Sei sicuro che ce la fai?» gli disse Pennisi quando uscirono fuori dalla Questura.

«Hai già fatto abbastanza. Devi solo farmi un ultimo favore: hai una sigaretta?», rispose Vitangelo con la sorella poggiata su una spalla.

«Eccola», disse l’agente Costanza, imbucatosi nella discussione.

Vitangelo gli sorrise.

«Mi dispiace per tutto», aggiunse Pennisi.

Vitangelo fece spallucce e lo abbracciò.

Pennisi si allontanò, lasciando i fratelli Sautafossa da soli.

Vitangelo, sorreggendo Vittoria, si mosse verso la macchina.

Cercando le chiavi in tasca, si fermò per un attimo. Poi, alzò lo sguardo; e pochi metri più là c’era Andrea, avvinghiata a un ragazzo, persa nel morso dei suoi baci.

Vitangelo esitò. Li guardò per un secondo lungo un’eternità.

Si voltò verso Vittoria, perdendosi fra i suoi occhi gonfi di dolore. Aprì lo sportello e l’aiutò a sedersi delicatamente. Le allacciò anche la cintura di sicurezza.

Guardò per l’ultima volta Andrea. Era lì lì per porsi una della sue solite domande esistenziali, di quelle che sospendevano il tempo e gli avvelenavano la vita, ma una giovane studentessa, stretta in un soprabito di un centinaio di euro, gli passò davanti, impregnandogli le narici di profumo.

Pronto a rientrare in loop.

No, stavolta no.

Accese la sua sigaretta. Fece una prima e lunga boccata.

”Torniamo a casa”, si disse prima di salire sulla sua auto. Torniamo a casa.

 

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Categorie:Feuilleton - romanzi a puntate

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