7a puntata – Dove crescono le rose selvagge

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Vitangelo si trova a indagare insieme all’assistente capo Pennisi e ottiene nuovi elementi su suo cognato. Ma qualcosa non torna. Quanto ancora sarà disposto a rimanere in balia degli eventi?

‘‘Freddie freeloader’’ era diventata ormai un presagio di sventura.
Forse sarebbe stato meglio perdere due minuti di tempo per cambiare suoneria.
Stava iniziando a odiare quel pezzo. Forse iniziava a odiare Miles Davis.

Quando il telefono prese a suonare s’era rimesso in piedi da pochi minuti e stava ancora stiracchiandosi muscoli e ossa, vagando per casa alla ricerca di caffeina.
Non che avesse fatto sogni tranquilli, anzi, e glielo si poteva leggere in faccia quanto quella notte lo avesse turbato. La barba, che aveva sempre portato un po’ incolta, aveva superato di qualche centimetro la lunghezza a cui era abituato e gli si increspava sotto al mento; le occhiaie oscuravano quegli occhi verdi che tanto successo gli avevano sempre riservato con le donne.
Era reduce da uno strano incubo: dentro a un aeroporto, non riusciva ad aprire la porta d’uscita, nonostante calci, rincorse e spallate. E più spingeva e più quella porta diventava impossibile da buttar giù.
Quando aveva aperto gli occhi gli era mancato il fiato. Riuscì a respirare solo quando si rese conto che attorno a lui non c’era nessun gate e nessun altoparlante, soltanto il disordine di camera sua e un paio di sigarette soffocate e lasciate morire dentro al posacenere.

Lo squarcio che la sua suoneria aprì nel silenzio lo allontanò per sempre da quell’aeroporto e da quel brutto sogno.

 

«Vita’, facciamo in fretta che non posso parlare».
«Anch’io avrei qualcosa da dirti. Tu che hai da raccontarmi?» disse, riconoscendo all’altro capo della linea la voce dell’assistente capo Pennisi.
«L’interrogatorio di Cris non ha portato a nessuna novità. Abbiamo verificato il suo alibi e ci è stato confermato che era a lavoro, quella notte».
«A lavoro? Ma il laboratorio era chiuso, come poteva essere a lavoro?»
«Da due settimane ha iniziato a fare un secondo lavoro, di giorno in pasticceria e la notte come guardiano notturno in un’azienda della zona industriale, la Plastech. Non ne sapevi nulla?»
«Ma che ne so – rispose Vitangelo scivolando di nuovo nella più profonda delle sconsolazioni – che ne devo sapere, io».
«Dice che senza stipendio non poteva continuare e con i soldi della Plastech riesce a tirare avanti in attesa che tuo cognato saldi i suoi debiti».
«Insomma, stai cercando di dirmi che lui non può essere stato».
«Mi sa proprio di no. Piuttosto tu che dovevi dirmi?»
«Ieri notte qualcuno mi ha lasciato sullo zerbino di casa un pacco di Chesterfield rosse».
«Chesterfield? Intendi le sigarette?»
«Sì, proprio un pacco di sigarette», rimarcò Vitangelo.
«E che vuol dire, che per oggi non hai intenzione di smettere di fumare?»
«Sono quelle che fuma mio cognato».
«Mi pare un po’ scarso come indizio».
«Qualcuno mi suona al campanello e mi fa trovare un pacco delle stesse sigarette che fuma mio cognato ancora intatto, e tu non ci vedi nulla di strano?»
«Pensi possa essere stato l’assassino?»
«O magari è stato proprio Nicola».
Pennisi ammutolì, cercando di scavare nel silenzio fino a trovarci un po’ di ragione. Vitangelo lo stuzzicò.
«Non credi possa essere stato lui?»
«E chi lo sa. Fin quando non si trova il corpo, nulla è da escludere. Per adesso c’è soltanto una rea confessa».
«Forse dovremmo andare a dare di nuovo un’occhiata a casa di Vittoria», suggerì Vitangelo.
«Hanno messo i sigilli, e non credo mi concederebbero un nuovo mandato entro le prossime ore».
«E da quando hai bisogno di un mandato?»
Pennisi si lasciò scappare un ghigno che era qualcosa simile a una risata strozzata sul nascere.
«Ho capito, Vita’. Facciamo che tra un’ora sono da te», disse prima di chiudere la chiamata.

 

Pennisi si presentò in ritardo di dieci minuti.
«Ho perso tempo con quello scassaminchia di Ragusa. Sembrava non mi volesse mollare», si scusò.
Andarono a piedi. Fu Pennisi a chiederlo. Del resto erano soltanto pochi passi e, confondendosi tra la gente che s’affanna su e giù per il viale, avrebbe potuto camuffare meglio la sua faccia da sbirro.
Davanti al portone d’ingresso del palazzo di viale Mario Rapisardi intravidero, dal marciapiede di fronte, una volante dei Carabinieri.
«Pensi che ci impediranno di entrare?», chiese Vitangelo.
«Adesso vediamo», rispose Pennisi, che subito dopo si avvicinò a una delle auto parcheggiate vicino a loro e arraffò un volantino, liberandolo dalla morsa di un tergicristallo.
«Ti va di pranzare cinese?» disse.
Vitangelo corrugò la fronte. Non aveva capito cosa volesse fare. Un «eh?» cadde nel vuoto senza ricevere alcuna risposta.
Attraversarono la strada e si ritrovarono davanti a un giovanissimo servitore della Benemerita.
«Assistente-capo Pennisi, Polizia di Stato. Lui è con me» disse facendo per entrare.
«Mi dispiace – gli rispose il carabiniere, usando il suo corpo come barriera – ma non può entrare nessuno. Ordine del PM».
«Ho un mandato», e dalla tasca tirò fuori un foglio di carta bianca arrotolato che gli brandì a un palmo di naso. Poi aggiunse: «Mi fai entrare o devo chiamare uno dei tuoi superiori e farti fare rapporto?»
Il ragazzo provò ad abbozzare un «Ma io..» che Pennisi gli ricacciò giù per la gola con un’occhiataccia.
«Allora? Che facciamo? Chi devo chiamare, il tenente Puglisi? Oppure il colonnello Vincenzi?»
Il ragazzo deglutì, prima di fornirgli le sue scuse e farli passare.
Pennisi lo mandò a quel paese accusandolo di avergli fatto soltanto perdere tempo.
Vitangelo continuava a non capire.
«Ma allora sei riuscito a farti dare un mandato?» gli sussurrò per le scale.
«Diciamo che me lo sono fatto da solo».
Scesero una sola rampa di scale. Davanti alla porta che divideva la scala dal cortile, un altro carabiniere.
«Ci sono delle indagini in corso, l’accesso è negato», disse loro.
Pennisi ripropose passo per passo le stesse battute dette al primo carabiniere, con tanto di tono aggressivo e minacce. Il risultato fu lo stesso e l’accesso gli fu permesso.

 

Cercarono in lungo e in largo nuovi indizi o qualcosa che potesse servirgli per dipanare quel groviglio di misteri, ma non trovarono nulla.
«Ho fatto qualche domanda ai vicini, il giorno dopo il misfatto» disse Vitangelo, «ma nessuno ha saputo dirmi niente».
«Potremmo provare a chiedere qualcosa a Musumeci».
«Il tuo vecchio collega?»
«Sì, ho scoperto che abita al terzo piano. Il suo balcone dovrebbe essere quello – fece un cenno con il capo per indicarlo – e da lì si vede bene casa di Vittoria. Magari può aver visto qualcosa di utile».
Dopo quattro rampe di scale, il dito di Pennisi si ritrovò premuto sul campanello di casa Musumeci.
«Turi, che ci fai da queste parti? Piacere, Marco» disse allungando la mano verso Vitangelo.
«Volevamo farti qualche domanda. Ti dispiace se…?» chiese Pennisi.
«Macché, entrate pure, vi offro un caffè!»
La porta si chiuse alle loro spalle. Dalla prima stanza sulla destra, un rumoroso pezzo rock martellava potente sulle pareti e raccontava di Mickey Mouse e de “l’uomo degli addii”. Vitangelo riconobbe il timbro vocale del cantante, ma non riuscì a ricordarsene il nome. Di certo lo aveva già sentito da qualche altra parte.
«Scusatemi, stavo dando una sistemata», disse affrettandosi a spegnere lo stereo.
Il singolare ululare del cantante di quel gruppo, sconosciuto a Vitangelo, si arrestò all’improvviso.
«Di chi è quella canzone?»
«Non lo so, un gruppo che mi ha consigliato un amico, i Grinderman. Li stavo ascoltando adesso per la prima volta. Ma accomodatevi, accomodatevi pure», rispose il padrone di casa.
L’attenzione di Vitangelo cadde subito su una pila di vinili accostati l’uno sull’altro, senza alcuna copertina. Scorse con le dita sui primi, leggendone artista e nome dell’album.
«Però, gran bella collezione – disse quando si ritrovò davanti a “Yes” dei Morphine – varrà una fortuna».
«Macché, magari. Per buona parte la ereditai da mio zio che, come andava di moda negli anni Settanta, li impilava così, uno dietro l’altro, senza la copertina. All’epoca non pensava certo che sarebbero diventati pezzi da collezione. Oggi però nessun collezionista li pagherebbe qualcosa, senza la confezione originale. Quindi ormai ho preso anch’io l’abitudine di eliminarle. Diciamo che è diventato un marchio distintivo della famiglia Musumeci», sorrise.
Vitangelo ricambiò.
«Però – riprese a parlare l’uomo – proprio di quello lì la copertina l’ho conservata. Nel 1999 ero appena entrato in servizio a Palestrina, nel Lazio, quando lo comprai, e scoprì per caso che due giorni dopo ci sarebbe stato il loro concerto. Riuscì a intrufolarmi e me lo feci firmare, prima che…» lasciò la frase in sospeso.
«Prima che?» ribatté Vitangelo.
«Quello è stato il concerto in cui Mark Sandman morì».
A Vitangelo quel nome non fece venire in mente nulla, e rispose con un distaccato «Ah, mi spiace tanto».
«Mark Sandman, il cantante dei Morphine!»
«Non ricordavo fosse morto in Italia», si arrampicò sugli specchi.
«Già, prima del gran finale del concerto» gli rispose Musumeci, facendo una faccia che tradiva una certa delusione.
«Ad ogni modo non siamo qui per parlare di musica», s’intromise Pennisi.
«Appunto, Turi, come mai siete qui?»
Si accomodarono ai lati di un tavolo quadrato posto al centro della stanza, su cui spiccava un vasetto di peonie. Marco vi poggiò tre tazzine ancora fumanti e una crostata di mele.
«Se volete favorire», disse, e Pennisi non se lo fece ripetere due volte.
«Ultimamente non riesco a smettere di mangiare», tentò di giustificarsi.
«In effetti ti trovo più… pienotto».
«Ho messo su qualche chilo, ma niente che non possa risolversi con un po’ di corsetta».
«Ma che te ne frega, il cibo è il migliore dei piaceri della vita».
«Se poi è buono come questa crostata… Non ricordavo fossi così bravo pure coi dolci».
«Da quando mi è venuto il pollice verde la frutta è diventata la mia nuova passione».
«La frutta? Dici sul serio? Mi ricordo ancora quella volta in cui cucinai la mia ‘‘pasta mela e pancetta’’ e volevi picchiarmi», e si lasciarono andare a una fragorosa risata.
Vitangelo non c’entrava nulla con quegli aneddoti, non sapeva nemmeno di cosa stessero parlando. Bevve il caffè tutto d’un sorso, così in fretta che non fece in tempo nemmeno a bruciarsi la lingua.
«E chi se la dimentica – continuarono a ridere i due vecchi colleghi – la sogno ancora la notte!»
«Sì, ma nei tuoi peggiori incubi», e ancora un’altra risata.
«Esatto! E invece adesso pensa te che sono finito a coltivare alberi da frutto. Il karma sa essere proprio un gran bastardo, quando vuole!»
«Le cose cambiano, Marco, le cose cambiano sempre».
Vitangelo seguitava ad ascoltare in silenzio.
«E forse questa volta sono cambiate persino in meglio».
«Stai meglio, adesso?», Pennisi passò a un tono più serio, lasciandosi alle spalle le rumorose risate di pochi attimi prima.
«Adesso sto bene. Pensa che non solo coltivo la frutta, ma la mangio pure», prese il coltello e si tagliò una fetta di crostata. «Sicuro che non ne vuole?»
Vitangelo scosse la testa accennando un sorriso di cortesia.
«Dove si trova questo frutteto?», chiese Pennisi.
«Sulle colline di Vampolieri, tra Acitrezza e Acicatena. Sono diventato il Padron ’Ntoni della frutta», tornarono a ridere.
«A Natale devi mandarmi una cassetta di arance, allora».
«Una di arance e una di mandarini».
Vitangelo non ne poteva più.

«Siamo qui per farle qualche domanda su sabato notte», interruppe l’amichevole discussione. Pennisi gli lanciò un’occhiata di sbieco in bilico tra il fastidio per essere stato interrotto e il senso di colpa per essersi lasciato andare più di quanto avrebbe dovuto.
«Ma diamoci del tu, dai», rispose Musumeci.
«Siamo qui per farti qualche domanda».
«Ditemi, che problema c’è?»
«Sabato notte – Pennisi si ricompose e riprese in mano le redini della chiacchierata – dopo mezzanotte, hai sentito qualcosa di strano? Qualche rumore, qualche urlo».
«Sabato notte? Non credo, non mi pare. Ma cos’è successo?»
«Mia sorella – tornò a intromettersi Vitangelo – è una sua vicina di casa, abita lì», disse scostando la tenda alle sue spalle e indicando il balcone di casa La Ginestra.
«Ah, sì, certo che li conosco. È sposata con quel signore, quello coi baffetti, come si chiama… »
«Nicola La Ginestra».
«Sì, sì, lui! Li ho conosciuti quando ci siamo presentati più di un anno fa a una riunione di condominio, e di tanto in tanto sono andato a comprare dei pasticcini da lui. È un uomo così gentile. Gli è successo qualcosa?»
«Niente che non possa risolversi» gli rispose Pennisi.
«Sabato notte, nel loro garage, hanno avuto un battibecco e mio cognato non si trova più da quel giorno» ribatté Vitangelo.
«E io come posso aiutarvi?»
«Magari ha sentito qualcosa».
«Non dovevamo darci del tu?»
«Sì, scusami – la faccia di Vitangelo nascose malissimo un certo disappunto per quella correzione – magari hai sentito qualcosa».
«Ma, sapete, io mi sveglio molto presto la mattina, a quell’ora di solito dormo. Però ricordo qualcosa».
Vitangelo si aggrappò alle sue labbra e non smise più di pendervi.
«Ricordo che mi svegliai a causa di qualche urlo. La mia camera da letto è qui accanto, e da lì si sente tutto».
«E cosa si urlavano?»
«Mi affacciai in balcone per controllare che non stesse succedendo nulla e ricordo che suo cognato disse che voleva lasciarla per sempre».
Sul viso di Vitangelo spuntò un sorriso dal sapore di speranza.
«E poi cos’altro?» subentrò di nuovo Pennisi.
«Niente, una volta che ho capito che si trattava di una discussione familiare me ne sono tornato a letto. Non erano mica cazzi miei».
«Nient’altro? Nessun rumore, nessun casino… magari il rumore della saracinesca del garage, o di una portiera».
«Qui ci sono sempre rumori di portiere e saracinesche, non ci faccio più caso, ormai».

«Va bene, credo che ci hai già detto abbastanza».

«Pensate possa essere scappato?»
«Non possiamo escludere nulla, per adesso. Nemmeno qualche ipotesi più grave».
«Più grave? Cioè?»
Pennisi si guardò intorno.
«Marco, non dovrei ma… pensiamo possa trattarsi di un omicidio».
«Oddio Santo, omicidio? Dici davvero?»
«Non possiamo escludere nessuna possibilità».
«E chi avrebbe dovuto ucciderlo? Era un uomo così gentile, sempre con il sorriso. Pure domenica sembrava tranquillo».
«Domenica?»
«Sì, domenica mattina. Stavo andando a messa e lo vidi da lontano, gli feci un cenno con la mano. Stava fumando mentre leggeva il giornale».
«Lei ha visto Nicola domenica mattina?» chiese Vitangelo.
«Il tu, ti prego».
«Dove lo ha visto? Qui vicino?»
«No, non qui, in piazza Cavour, vicino la sua pasticceria. Mi capita spesso di vederlo lì».
«Quindi Nicola è ancora vivo».
«O almeno lo era fino a domenica mattina», aggiunse Pennisi. Che poi proseguì: «Sicuro fosse lui? Magari da lontano era qualcuno che gli somigliava».
«Ma certo che era lui, mi ha pure salutato».
«Marco, la ringrazio, ci è stato molto d’aiuto», disse Vitangelo rimettendosi in piedi.
«Ma figurati, se posso aiutare…»
«Turi, andiamo?»

 

Calpestarono il marciapiedi di viale Mario Rapisardi in fretta, come a voler fuggire il più lontano possibile da lì.
Pennisi tirò fuori da una tasca il foglio arrotolato che gli aveva permesso di eludere i controlli dei Carabinieri.
«Eccoti il mandato», disse srotolandolo e mostrando il menù di un ristorante cinese. Vitangelo glielo strappò di mano, lo accartocciò e lo buttò per terra.
«Quando vuoi sai essere un ottimo poliziotto», sorrisero.
«Andiamo a fare qualche domanda in piazza Borgo?», chiese Pennisi.
«Non è di Catania, il tuo amico, vero?»
«Perché?»
«Perché non esiste un catanese che chiama ‘‘piazza Borgo’’ con il suo vero nome. Forse è la prima persona che conosco che la chiama ‘‘piazza Cavour’’».

«In effetti lo è, ma non del tutto. È nato a Catania ma sin da piccolo si è trasferito a Roma. Suo padre era poliziotto lì».
«E perché lui adesso non lo è più?»
«Quando sua moglie lo lasciò entrò in una profonda depressione, ebbe un po’ di casini e venne messo in aspettativa. In tutta onestà non so come si risolse quella storia, ma immagino bene, mi è sembrato molto più tranquillo».
«Che tipo di casini?»
«La moglie lo denunciò per stalking, ma le accuse non furono mai provate».
«Strano, sembra un brav’uomo».
«Lo è, era la moglie a essere un po’… particolare, ecco».
«Che intendi?»
«La trovò in macchina con suo fratello, una notte».
«Cosa?»
«Sì, erano di ronda, lui e un collega, si accostarono a una macchina appartata nelle zone di Canalicchio, sai, il quartiere al nord della città, e, quando puntarono una luce nell’abitacolo, trovò suo fratello con i pantaloni abbassati e sua moglie che… si divertiva, diciamo. Tutta la Questura rise di lui per mesi, insomma, si sa che tra poliziotti il bon ton non è di casa».
«Che sputtanamento».
«Lui è sempre stato molto difficile nel socializzare, e di certo quella storia non lo ha aiutato. Nonostante questo, lui la perdonò e dopo due settimane fu lei a lasciarlo. Non riusciva a farsene una ragione. Poi suoi fratello morì in un incidente stradale, e da quel momento crollò definitivamente. La moglie cercò di approfittarne per spillargli più soldi possibile e lo denunciò per maltrattamenti, violenza psicologica e stalking. Oggi mi è sembrato molto più tranquillo, forse il frutteto lo ha aiutato a dimenticare».
«Lo spero per lui», disse Vitangelo salendo sulla macchina di Pennisi.

 

In auto, alla volta di quella che tutti i catanesi si ostinano a chiamare piazza Borgo nonostante abbia un altro nome, le ipotesi sulla fine fatta da Nicola si sprecarono. Di certo, quell’avvistamento di domenica mattina aveva rinvigorito le speranze di Vitangelo, che parlava con tanta di quella frenesia da fargli venire il mal di testa.
All’incrocio tra viale Regina Margherita e via Etnea, fermi al semaforo, Pennisi non poté fare a meno di commentare il culo di una ragazzina in leggings che aspettava annoiata alla fermata del bus.
«Potrebbe essere tua figlia», fu la risposta di Vitangelo. Che poi, in uno slancio sarcastico, aggiunse: «Peccato che non lo sia. Sarei diventato volentieri tuo genero».
«Avrà sì o no sedici anni. Vuoi andare a fare compagnia in carcere a tua sorella?» ribatté Turi.
Vitangelo, colto sul vivo, non prese bene quella battuta, e si ammutolì.
«Dai, stavo scherzando, ho fatto una battutaccia, non prendertela».
«Non me la sono presa, stavo solo pensando. E poi sei stato tu a guardarle il culo per primo».
«A te è dispiaciuto guardarlo? Al giorno d’oggi queste ragazzine si atteggiano tutte a donne, è normale che l’occhio possa cadere».
«Turi, sai che questa è la scusa più comune che usano gli stupratori e i pedofili per giustificarsi, non è vero? Non è che magari devi raccontarmi qualcosa che non so?»
Pennisi scoppiò a ridere. «Sei sempre il solito coglione», gli disse.
La loro amicizia era stata costruita, mattone su mattone, anche su quelle battute caustiche e, per quanto potessero colpirsi forte, alla fine quei match a suon di colpi proibiti si concludevano sempre in pareggio, tra una risata e un insulto.

«Parcheggia qui, voglio parlare con il tizio del chiosco», gli disse Vitangelo appena arrivati a destinazione. «E stai attento a non guardare il culo delle ragazzine, sei pur sempre un poliziotto».
«Agli ordini, Commissario», lo schernì Pennisi.

 

Ebbero giusto il tempo di attraversare la strada, prima che il telefono dell’assistente capo squillasse.
«Mi ha chiamato Ragusa, devo tornare in centrale. Te la senti di continuare da solo?»
«Sta’ tranquillo, certo che me la sento».
«Sicuro? Sennò torniamo pomeriggio».
«Vai, qui me la sbrigo io».
Pennisi si congedò non prima di essersi assicurato che Vitangelo facesse attenzione alle domande da fare. Nessuno, in città, avrebbe dovuto sapere che c’era un segugio sciolto a caccia di notizie sulla scomparsa di Nicola La Ginestra.
Poggiò i gomiti sul granito del chiosco.
«Prego Mister, mi dica».
«Un caffè».
«Arriva subito, l’acqua come la preferisce, frizzante?»
«Mista. Senta – approfittò della mancanza di clienti di quel momento – le posso fare una domanda?»
«Certamente, mi dica».
«È da domenica che vengo qui in zona perché devo parlare di affari con il signore della pasticceria qui vicino, La Ginestra, lo conosce?», stava andando a braccio con la fantasia.
«Nicola? Certo che lo conosco».
«Praticamente è introvabile, ho chiesto un po’ in giro e nessuno lo vede da giorni. Non è che saprebbe dirmi dove lo posso trovare?»
«Sul giornale».
«Come?»
«Sì, sul giornale. È sparito da giorni, dicono che la moglie prima lo ha ammazzato e poi lo ha buttato chissà dove, c’era scritto su La Sicilia. Pure al telegiornale lo hanno detto».
«Non ne sapevo nulla. Ma quando è successo?»
«Sabato notte».
«Ma un signore qui vicino, domenica mattina, mi ha detto di averlo visto seduto in una di queste panchine che fumava e leggeva il giornale».
«Un signore? Chi? Qua della zona io conosco tutti, sono trent’anni che gestisco questo chiosco».
«Mi pare mi abbia detto si chiamasse Marco».
«Ma chi, Marco u pulizziottu? E lei ascolta a quello?»
«Mi è sembrato una persona per bene».
«Eccome, per bene, per benissimo! Talmente per bene che lo prendono tutti per pazzo».
«In che senso?»
«Pazzo, in quale altro senso può essere pazzo? Viene qui tutte le mattine alle sette meno dieci, di solito è vestito da lavoro, fa il campagnolo, mi pare abbia un vivaio. Si prende il caffè e in cambio ci lascia un mazzo di fiori, poi se ne va a messa lì di fronte, nella Chiesa di Sant’Agata al Borgo. Lo conosciamo tutti, ne spara di minchiate… Un paio di mesi fa s’è messo a dire che Andreotti è ancora vivo ma è scappato in Brasile».

«Ah, non mi pareva fosse così squilibrato».
«Poverino, con tutto quello che gli è successo, anzi che non s’è buttato sotto un treno!»
«Perché, che gli è successo?»
L’uomo inarcò la schiena e, con le braccia poggiate sul granito, iniziò a sussurrare.
«A fimmina ca avi russuri, attira chiossai de ricchizzi. E sua moglie, invece, non era tipa da avere rossori. Diciamo che era… allegra, ecco».
«A fimmina ca avi russuri, attira chiossai de ricchizzi? Che vuol dire?»
«Vuol dire che la donna che ha pudore è più preziosa di tutte le ricchezze. Ma non è siciliano lei?»
«Sì, ma non conoscevo questo proverbio. E quindi? Cosa intende dire?»
«Che sua moglie gliene ha messe di corna! Una donna molto… espansiva, diciamo. Lo ha fatto diventare pazzo».
«Addirittura?»
«Addirittura! Dottori, avvocati, notai, si dice in giro che una volta la trovò a letto persino con un parente. C’è chi dice suo suocero, c’è chi dice suo cognato. In città lo sanno tutti che la sua ex moglie è una donna… stravagante. E lui è diventato pazzo appresso a lei. Faceva il poliziotto e s’è licenziato per andare a fare il campagnolo, le sembra una persona normale? Di questi tempi, poi».
«Magari sta meglio così».
«Macché meglio, quello sempre pazzo è. Una volta che impazzisci, poi non guarisci più. Perché ormai la pazzia ce l’ha qua dentro», con l’indice si ticchettò sulle tempie e, nel fare questo gesto, con la mano fece cadere la penna che portava poggiata all’orecchio.
Il rumore che fece sul lastrone di granito si stagliò nella mente di Vitangelo come una pugnalata nella sua carne.
Pagò il caffè, tra una smorfia di dolore e l’altra, e cercò di ringraziare l’uomo per le dritte.
Con la sigaretta in bocca, confuso si andò ad accomodare su una delle panchine messe a incorniciare la fontana della dea Cerere, posta al centro della piazza. Il mal di testa che lo aveva assalito lo faceva quasi barcollare. Aveva bisogno di un respiro.
Stese le spalle sullo schienale in ghisa. Non riusciva a tenere il suo sguardo sotto controllo. Prima un Pinscher nano che pisciava sotto un albero, poi una coppietta che chiacchierava. Dovevano conoscersi da poco, perché insieme a loro stava seduto su quella panchina il sottile imbarazzo che hanno due che si piacciono ma non possono ancora dirselo, che si accarezzerebbero ma non possono ancora farlo. Che si bacerebbero, e pare che non possano più aspettare.
Ridevano di gusto, tra un sorso di birra e l’altro, e di tanto in tanto si fermavano a guardarsi senza parlare, rimanendo occhi contro occhi fino a che non tornava quell’imbarazzo a disturbarli, a mettersi in mezzo. A stuzzicarne le fantasie.
Vitangelo li fissò, poi puntò la sua attenzione sulla statua di Cerere, posta sulla cima di un piedistallo in stile barocco. Cercò prima le labbra, sottili, poi il naso, mutilato dai vandali. Infine si fermò.
Occhi contro occhi, senza nessun terzo incomodo che potesse dividerli, in quel caso.
Cercò di carpire lo spirito di quello sguardo inanimato e altero. Vi intravide una smorfia corrucciata, quasi ebbe l’impressione che si fosse mossa.
Il pugno della dea, teso come se stesse brandendo qualcosa, allungava la sua ombra fino a coprire le Clarks che Vitangelo portava ai piedi.
I catanesi credono che quella statua porti sfortuna. Vitangelo lo sapeva, e anche per questo motivo decise di non spostare lo sguardo di un millimetro: se nella partita a dadi che la vita gli stava proponendo in quel momento era in svantaggio, sentiva che stava per arrivare il suo ultimo tiro.
Guardò in faccia la sfortuna e ne leccò il sapore. Poi gli venne voglia di prendere a calci la cattiva sorte e diventare finalmente artefice del suo destino.
Se Nicola era ancora vivo, adesso era davvero pronto a scoprirlo.
Dalla tasca tirò fuori un accendino, si accese la sigaretta che aveva tenuto serrata tra le labbra per tutto il tempo e se ne andò via.
Si lasciò Cerere, la coppietta, e la sfortuna, alle spalle.
Il mal di testa si stava affievolendo.
Era arrivato il momento dell’ultimo lancio di dadi. Non avrebbe potuto perdere per sempre.

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