6a puntata – Dove crescono le rose selvagge

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Una brutta giornata per Vitangelo che si trova a fare i conti con la giustizia per sua sorella e per se stesso. I papabili colpevoli salgono di numero e l’amore gli dà qualche gatta da pelare.

”Dio, com’è andato tutto a finire” pensò Vitangelo quando, affiancato dall’agente Costanza, mosse i primi passi dentro al palazzo della Questura, in piazza San Nicolella, a pochi metri sia dal cuore storico della città, Piazza Duomo, che dalle sue due arterie più importanti, via Etnea e via Vittorio Emanuele.
Vittoria era già stata portata lì da un’ora buona.
Arrivati al secondo piano la notò da lontano, ritta, con le spalle al muro e lo sguardo smarrito nel vuoto, poco prima dell’ultima porta di un lungo corridoio. Alla sua destra stazionava un giovanissimo agente, probabilmente mandato lì ad annoiarsi con l’incarico di doverla tenere d’occhio.
Come se, in quello stato di profonda catatonia, potesse scappare o fare qualche pazzia.
Lei non sentì nemmeno che i due uomini stavano arrivando e, quando entrambi si trovarono ad una manciata di passi da lei, Vitangelo la chiamò, senza curarsi nemmeno di nascondere la sua agitazione.
«Vittoria!» urlò, prima di stringerla tra le braccia.
Il giovane agente non sapeva come comportarsi davanti a quello strappo alle regole e si avvicinò a loro, nel tentativo di dividerli. Costanza fu più veloce, però, lo prese per un braccio e gli intimò di non interromperli.
Si aprì la porta.
«Ebbene?» disse un uomo barbuto dalle gambe corte, con la pancia contenuta in un gilet di lana a rombi e con una manciata di capelli sottili e ingrigiti che provavano, senza alcuna possibilità di successo, a nascondere la lucentezza del suo cuoio capelluto.
«Commissario, il signore è l’avvocato Sautafossa, legale e fratello della signora Sautafossa», rispose Costanza.
«Allora lei che è un avvocato dovrebbe sapere che qui dentro non si può urlare e non ci si può lasciare andare a effusioni, o sbaglio? Questa è la Questura, non siamo in una discoteca».
Vitangelo lo guardò di sbieco, con ancora le braccia attaccate alla vita della sorella. In quel momento non gli importava altro che di lei.
«Ci scusi, siamo molto scossi», disse Vittoria all’improvviso con voce flebile e monocorde, anticipando qualsiasi risposta inopportuna che stava per elaborare ed espellere la mente di suo fratello.
«Portateli dentro», intimò Ragusa ai due agenti, e poi rientrò nella stanza da cui era uscito pochi attimi prima.

 

Una scrivania in radica di noce divideva il Commissario Ragusa dai fratelli Sautafossa. Su quella scrivania trovavano spazio un computer che aveva già vissuto i suoi giorni migliori, un faldone stracolmo di pagine e un altro pressoché vuoto, un bloc notes e una lampada nera, dal collo lungo e snodabile, come quelle che vengono puntate, nel più classico dei cliché, dai poliziotti cattivi, sulla faccia degli interrogati nei film americani.
Vittoria teneva gli occhi bassi, avrebbe voluto guardare suo fratello ma non poté, dominata dall’agitazione a causa di quello che già sapeva avrebbe confessato di lì a poco.
Ragusa cercò a lungo una penna, che trovò solo quando si accorse di averla posata nel taschino interno della giacca di lana che teneva poggiata sullo schienale della sua poltrona di pelle.
«Signora Sautafossa, mi dica cos’è successo la notte tra sabato e domenica».
«Mia sorella non ha niente da dichiarare», proruppe solerte il fratello.
Vittoria si voltò verso di lui, poggiò i gomiti sulla scrivania e scoppiò in lacrime.
«L’ho ammazzato io» disse, e Vitangelo, sconsolato, si lasciò sfuggire dalle labbra un ”basta” dal sapore di resa.
Per tutto l’interrogatorio la donna non ebbe la forza di dire altro.
A ogni lacrima alternava un singhiozzo, e a ogni singhiozzo seguiva quella stessa frase. «L’ho ammazzato io» diceva.
Ragusa cercò per quasi un’ora di estorcerle qualcosa che non fosse quella lineare ammissione di colpa. Magari un indizio per scoprire dove fosse finito il cadavere – ammesso che ce ne fosse uno – o il nome di chi l’avesse aiutata a trafugarlo. Di una cosa soltanto il Commissario non dubitò: della sua colpevolezza.
Per quanto Vitangelo cercasse di convincerlo dell’instabilità della sorella, Ragusa si era ormai romanzato, nella sua testa, l’ennesimo episodio di delitto passionale e non ci sarebbe stato modo di convincerlo che le cose magari non erano andate proprio in quel modo e che sarebbe stato fin troppo assurdo morire per un colpo di Tolstoj. Ma a lui quella confessione, ottenuta senza il minimo sforzo, andava bene così. Piuttosto, a incuriosirlo fu la posizione di Vitangelo.
«Lei invece, dove si trovava quando accaddero i fatti?» chiese, e sembrò uno sparo a bruciapelo.
«Davanti a due dozzine di persone», disse rispondendo al fuoco nemico.
«Cioè? Mi spieghi meglio».
«Suonavo con il mio gruppo alla Chiave Nera, un locale del centro, qui vicino, non so se conosce».
«Non conosco. Ha dei testimoni che potrebbero confermare il suo alibi?»
«Quelle due dozzine di persone di cui le dicevo prima, e pure i musicisti che suonano con me e i ragazzi che lavorano lì».
Ragusa ghignò un mezzo sorrisetto. Poi aggiunse: «Vedremo, vedremo se il suo alibi verrà confermato», prese il telefono e chiese di mandare qualcuno alla Chiave Nera per verificare.

Nel suo giallo a tinte rosa, il Commissario aveva ritagliato un ruolo da coprotagonista per il fratello della carnefice, che secondo lui avrebbe potuto aiutare la sorella a uccidere e nascondere il cadavere. Non aspettava altro che trovare una falla in quella ricostruzione dei fatti.
Sussultò, quando si convinse di averla scovata.
«Il proprietario del locale ha confermato che lei quella sera si trovava presso il suo esercizio pubblico, intento a esibirsi. Però… c’è qualcosa che non torna».

Gli occhi e la labbra sul volto di Vitangelo mimarono una smorfia che somigliava a un grande punto interrogativo. Gli era capitato così spesso di avere quell’espressione sul viso, nell’ultimo periodo, che quasi quasi stava diventando un suo marchio di fabbrica.
«Lei ha smesso la sua esibizione poco dopo la mezzanotte ma il delitto, da quello che abbiamo potuto ricostruire, dovrebbe essere avvenuto prima dell’una. Quindi avrebbe potuto avere tutto il tempo per finire la sua esibizione, andare da sua sorella e aiutarla a occultare il corpo di suo cognato».
«Io sono rimasto al locale, e mi sono intrattenuto a parlare con una ragazza. Quando, come le ho raccontato, Vittoria sconvolta è venuta a cercarmi al locale, mi ha trovato a parlare con lei».
Ragusa non sembrava esserne affatto convinto.
Si fece indicare il nominativo della donna e la convocò d’urgenza in Commissariato. Trascorse un’altra ora, in cui Ragusa non fece altro che rafforzare la sua ipotesi su un coinvolgimento diretto del fratello nella sparizione di quello che, dopo l’ammissione di colpevolezza della rea confessa, era ufficialmente diventato, nei verbali, un cadavere.

 

Pennisi accompagnò Andrea, prelevata quasi di forza dall’aula studio dell’Università di Lettere, nell’ufficio del Commissario.
La ragazza, sebbene fosse intimorita dalla situazione in cui si stava ritrovando suo malgrado coinvolta, confermò la versione dei fatti fornita da Vitangelo. Inoltre, aggiunse che con quella storia non aveva nulla a che fare e si erano conosciuti quella stessa sera.
Vittoria continuava ad accusarsi dell’omicidio di suo marito e la falla che Ragusa era convinto di aver trovato si era rivelata essere soltanto uno squarcio sul nulla.
Ad Andrea diede il permesso di andarsene, ma questo imprevisto nella sua personale ricostruzione del delitto lo fece innervosire. Il suo fiuto gli diceva che doveva continuare a scavare, e Ragusa non era certo un cane che mollava l’osso con facilità.
«Signora Sautafossa, lei non vuole collaborare!», disse quando la donna continuò a ripetere di averlo ammazzato, e si sentiva talmente nervoso che avrebbe voluto piantare un pugno sulla scrivania.
Lei non aveva smesso un secondo di singhiozzare.
«Ho mandato tutta la documentazione al Giudice Istruttore, tra poco lei sarà formalmente incriminata per l’omicidio del signor La Ginestra Nicola, suo marito. A lei – disse Ragusa rivolgendosi a Vitangelo – verranno recapitate tutte le carte processuali, mentre sua sorella deve restare qui in stato di fermo e verrà presto condotta in una struttura adeguata alla sua situazione. Può andare».
Pennisi afferrò Vitangelo per un braccio, alzandolo dalla poltrona.
«Sta facendo una cazzata, mia sorella non l’ha ucciso».
«Un’altra parola e la faccio denunciare per oltraggio a pubblico ufficiale», si mise in piedi anche il Commissario.
Vittoria non riusciva a trovare nemmeno la forza di guardare suo fratello, a cui sembrava stesse per scoppiare la giugulare.
«Si renderà conto presto che mia sorella è innocente», rispose Vitangelo, avvicinando il muso alla faccia di Ragusa.
«Dica un’altra parola».
Pennisi strattonò il suo amico, tirandolo indietro.
Vittoria rimase ancora immobile.

«Ci penso io, Commissario, lo accompagno fuori».
«Bravo, Pennisi, lo porti a prendere un po’ d’aria fresca, gli farà bene».

«Non finisce qui», sussurrò Vitangelo imboccando la porta.
Nell’ascensore che dal secondo piano li avrebbe portati all’uscita del piano terra, Vitangelo non rispose al cazziatone che gli fece Pennisi per essersi rivolto con insolenza a quel mastino di Ragusa.
«Oh, ma mi vuoi ascoltare?» disse, mentre le porte dell’ascensore si aprirono.
Vitangelo, a passi veloci, non si curò di lui e si guadagnò l’uscita, che raggiunse lasciando Pennisi qualche metro più indietro.
Con la testa impegnata ad arrovellarsi sull’inferno in cui era piombata sua sorella, non prestò alcuna attenzione all’attraversamento della strada.
Una Fiat Punto inchiodò un centimetro prima di mandarlo al Pronto Soccorso.
«Ma come cazzo attraversi, coglione?» gli urlò un ventenne alla guida.
«Scusa, scusami, scusami davvero».
«Per poco non ti ammazzavo, ma che cazzo fai?»
«Scusami, scusatemi tutti, è colpa mia» rispose Vitangelo, mentre l’autoradio della Punto sputava le rime di un pezzo rap che parlava di estate, tori e Pamplona.
Poi cadde prima sul cofano e poi a terra, svenuto.
Pennisi, che era rimasto a parlare con l’agente Costanza a pochi metri dall’uscita, non fece in tempo ad afferrarlo ed evitargli l’impatto.
«Io non ho fatto un cazzo, ho frenato e lui è svenuto da solo, avete visto, no?», urlò in preda all’agitazione il guidatore, che intanto era sceso dalla sua macchina.
«Ho visto, ho visto, stai tranquillo, adesso lo portiamo dentro e tu sgomberi la strada» gli rispose Pennisi. Si inginocchiò accanto a Vitangelo e si accertò delle sue condizioni.
Con l’aiuto di Costanza lo sollevarono da terra e lo fecero sedere nella prima sedia capitatagli a tiro, quella della guardiola.
«Me ne posso andare?» chiese il ragazzo della Punto a Pennisi.
«Ma sì, ancora qua stai? Ma vattene» gli rispose questi, mentre cercava di far rinvenire il suo amico somministrandogli un po’ di acqua e zucchero.
Si rimise in moto l’automobile, e lo stereo tornò a pompare le rime di Fabri Fibra e la voce di Tommaso Paradiso.

‘C’è l’apocalisse in centro’, dice il testo di quella canzone. Forse l’avevano scritta, con notevoli capacità di preveggenza, pensando a Vitangelo e alla giornata che stava affrontando ma, al contrario di quanto dice quel brano, lui non si sentiva affatto un toro a Pamplona, piuttosto un topo ritrovatosi rinchiuso in una gabbia dove non si intravedeva alcuna possibile via d’uscita.

 

«Turi, devi dirmi tutto quello che sai su questo caso. Mia sorella si ammazzerà se dovesse finire in galera. Non ha l’equilibrio né la forza per poter resistere a tutto questo. Se sei davvero mio amico devi darmi una mano a impedirlo, ti prego». Quando si fu ripreso, furono queste le prime parole comprensibili che Vitangelo riuscì a biascicare.
«Ti aiuto, certo che ti aiuto» si sentì rispondere.
Dopo qualche minuto e una sacrosanta sigaretta, era pronto per tornare a casa, farsi una doccia e razionalizzare sulla situazione.
Pennisi lo accompagnò con la sua auto.
Il traffico fu clemente e il viaggio durò soltanto cinque minuti. Pochi, ma troppi per il mal di testa che aveva assalito Vitangelo e abbastanza affinché Turi confessasse chi era stato a denunciare la scomparsa di Nicola.
«È stato quel cingalese,  Crisancoso, come si chiama…»
«Cris, quello che lavora in laboratorio da mio cognato?»
«Sì, lui. È così che si fa chiamare, Cris?»
«E chi l’ha mai saputo il suo nome completo?»
«Stamattina è venuto in Questura per denunciare la scomparsa del suo datore di lavoro, denunciando pure che gli deve un paio di mensilità e dicendo che dovevamo indagare su di voi, che siete delle persone strane e di sicuro sapevate qualcosa».
«Che pezzo di merda».
«No, non lo è, s’è soltanto parato il culo. Ho fatto una breve ricerca e questo tipo, questo Cris, in Sri Lanka risulta avere avuto, quasi vent’anni fa, un processo per omicidio, che non venne mai portato a termine perché cadde in prescrizione a causa della sua latitanza. Per questo è scappato da lì, prima in Francia e poi Italia. Qui, non essendoci accordi di estradizione tra Italia e Sri Lanka, si è rifatto una vita, ma nel caso finisse nei casini dovrebbe scappare pure da qui e non vuole correre alcun rischio di dover ripartire di nuovo da zero».
«E se fosse stato lui a uccidere Nicola? Ha persino dei precedenti, e pure il movente, economico, c’è».
«Se è stato lui lo scopriremo presto. Ragusa vuole interrogarlo».
«Allora stiamo freschi. Al Commissario non gliene frega un cazzo di questa indagine, te lo dico io, lui s’è già trovato il colpevole, il movente, la dinamica e pure i complici».
«Ma che cazzo dici, Vita’…»
«Glielo si leggeva negli occhi. Non vedeva l’ora di sentirsi dire da Andrea che io all’una di notte di sabato scorso non ero più al locale. Sta solo cercando di chiudere il caso, finire su qualche giornale per qualche giorno e poi basta. A quello non gliene frega un cazzo di trovare la verità».
«A me però frega», gli rispose Pennisi accostandosi pochi metri prima di casa di Vitangelo.
«Se sai qualcosa, per favore, fammi sapere» e scese dall’auto.
Si scambiarono uno sguardo d’intesa, a cui seguì un sorriso sforzato che entrambi fecero fatica a digerire.
Vitangelo chiuse lo sportello e il tonfo che fece gli riecheggiò nella testa intontita.
Infilò una mano in tasca in cerca delle chiavi, spostò lo sguardo verso il portone di casa e rimase di sasso.
Andrea era lì davanti, con gli auricolari nelle orecchie, che lo stava aspettando.

 

«Mi spieghi che cazzo è successo?» chiese nervosa la ragazza, andandogli addosso.
«Una storia lunga, entriamo in casa, dai».
«Non mi muovo da qui se prima non mi spieghi per quale motivo sono finita in Questura. Che cazzo hai combinato?»

«Non ho combinato niente – fece per prenderla per mano, ma la ragazza si scostò – ho mal di testa e bisogno di un caffè, entriamo, per favore».
«Devi dirmi cos’è successo».
«E te lo dico, ma non qui fuori, a casa».
«Voglio sapere adesso in quale casino mi hai coinvolta».
Lui abbassò lo sguardo, infilò la chiave nella toppa e aprì il portone. Poi le chiese: «Entri o no?»
Andrea, messa alle strette, decise, seppur con riluttanza, di accettare quell’invito.
Davanti alla porta di casa, Vitangelo, che cercava la chiave giusta nel suo mazzo, provò a voce bassa ad approntare un discorso.
«Mio cognato è scomparso da qualche giorno e la polizia sospetta si possa trattare di un omicidio».
«Omicidio? E che c’entro io con questa storia? Ti conosco appena», sussultò la donna.
«Sh, parla piano» le intimò, spingendo la porta del suo appartamento. Proseguì: «Praticamente volevano sapere dove mi trovavo lo scorso sabato sera e ho detto che ero al pub con te, niente di cui preo…» troncò la frase all’improvviso.
Aveva appena acceso la luce e nel salotto, seduta sul divano, vi trovò Agata. Vederla lì gli azzerò la salivazione in bocca.
«Finalmente sei tornato», esordì lei.
«Che cazzo ci fai qui? Come sei entrata?»
«Che cazzo ci fa questa puttana qui», rispose la sua ex.
«Chi cazzo sei tu?», ribatté Andrea.
«La sua fidanzata. Tu sei la troietta che il mio ragazzo si sbatte da qualche giorno, invece. Ti ho già vista stamattina».
«È la mia ex» disse Vitangelo cercando di tranquillizzare Andrea.
Tentativo fallimentare, a giudicare dal colorito della faccia di lei che, dal solito candore quasi angelico, era diventato porpora.
«Io me ne vado» fu la sua reazione a quella scena.
«Aspetta – la afferrò per un braccio – aspetta»
«Cosa devo aspettare? Quale altra sorpresa devo aspettarmi da te? Stamattina mi hai cacciata di casa, poi mi hai fatto finire in Questura e adesso mi ritrovo la tua fidanzata…»
«La mia ex, cazzo!» la interruppe.
«La tua fidanzata – ribadì, e lo scandì sillaba per sillaba – nel salotto di casa tua. Ma chi cazzo sei davvero, Vitangelo? Ma che cazzo vuoi da me» e urlò così forte che sembrava stesse per venirle una crisi isterica.
Vitangelo chiuse la porta che dava sulla scala.
«Adesso tu resti qui e tu – disse rivolgendosi ad Agata – mi spieghi come ti sei permessa di entrare in casa mia».
«Questa  non è casa tua, questa è quella che doveva diventare casa nostra», gli rispose la rossa.
«Questa non è mai stata casa nostra, questa è sempre stata soltanto casa mia» gli urlò contro Vitangelo. Che subito dopo, abbassando la voce, aggiunse: «Dovrei denunciarti per tutto quello che stai combinando, lo sai, vero?»
«Perché? Cosa sto facendo? Perché ti amo troppo e sto cercando di farti capire che siamo fatti l’uno per l’altra? Per questo dovresti denunciarmi?»
«Io in questa storia non c’entro nulla e non voglio averci niente a che fare» intervenne Andrea, che riaprì la porta.
«Posso spiegarti tutto, aspetta», Vitangelo la richiuse.
«Non ne voglio sapere più nulla, lasciami perdere», disse Andrea.
«Ma sì, lasciala perdere – si intromise Agata – tanto tu hai me, che te ne fai di questa ragazzina?»
Tutto quel discutere e urlarsi addosso aggravò il suo mal di testa, e prima di rispondere Vitangelo esitò in silenzio per qualche attimo, cercando di riprendere fiato.
Quando fece per riparlare, Andrea lo interruppe: «Non dire più una parola e non provare a fermarmi. Vaffanculo, sei un pezzo di merda» disse, e aprì di nuovo la porta.
Vitangelo si voltò per guardarla negli occhi, ma non li trovò.
Questa volta la porta non venne chiusa e alla ragazza fu accordato il permesso di andarsene.
Agata nel frattempo si era messa in piedi.
Si avvicinò in silenzio a lui e, da dietro, gli poggiò le mani sul petto e la testa su una spalla.
«Non toccarmi».
«Amore mio, perché stai facendo così, perché devi rendere tutto così difficile».
«Ti ho detto di non toccarmi», con uno strattone si liberò dalla sua morsa.
«Io non ho mai smesso di amarti. Ho sbagliato a chiederti di sposarmi, la nostra vita insieme è speciale anche senza matrimonio. Il nostro amore è speciale. Noi, siamo speciali», e mentre parlava le si iniziò a imperlare di lacrime il viso.
«Devi lasciarmi in pace. Non esiste più nessuna vita insieme, nessun amore, nessun noi. Non esiste più niente».
«Io e te siamo per sempre».
«Se non scompari dalla mia vita, ti denuncio. Fatti curare, sei malata».
«Ma non vedi quanto male mi stai facendo?»
«Vattene via – prese la sua borsa, poggiata sul tavolo, e gliela lanciò addosso – te ne devi andare, devi scomparire».
«Non dire così, ti prego».
«Vattene!» urlò con tutta la rabbia che aveva in corpo.
La donna, con gli occhi soffocati dalle lacrime, si chinò per raccogliere una custodia per occhiali, una penna e un rossetto che erano caduti sul pavimento durante il lancio della sua borsa.
Lui si voltò per non guardarla.
Lei poggiò una mano sulla porta, e prima di uscire si lasciò scappare un «non finisce qui».
Vitangelo prese un posacenere dal tavolo e lo lanciò verso di lei, che però fece in tempo a uscire.
L’oggetto si schiantò contro la porta e si frantumò in schegge di vetro.
Quello era tutto ciò che era rimasto del loro amore.

 

Era passato giusto il tempo di un caffè e di una sigaretta quando, appena messosi sotto la doccia, Vitangelo sentì il campanello suonare.
S’infilò un accappatoio e, col sapone che gli prudeva sulla pelle, sperò di non ritrovarsi di nuovo Agata davanti.
Sul capo si strofinava una tovaglietta di spugna, provando ad asciugarsi i capelli di prescia, per evitarsi un malanno.
Inciampò su una sedia.
Dallo spioncino della porta diede una sbirciata, ma non vide nessuno sul suo zerbino.
Pensò all’ennesimo tentativo fatto da Agata per destabilizzarlo.
Aveva ormai paura, di quella donna.
Tirò un sospiro, poi chiuse gli occhi per una manciata di secondi, cercando di trovare la forza per aprire quella porta.
Quando ci riuscì, sul suo tappetino, vi trovò un pacchetto di Chesterfield rosse ancora chiuso.
Le afferrò e le scrutò, avvicinandosele al naso.
Chiuse la porta, poggiò quelle sigarette sul tavolo e si sedette a guardarle.

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Categorie:Feuilleton - romanzi a puntate

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