Madeline, Celeste e Jane: eroine byroniane di “Big Little Lies”

Di Emily Temple – traduzione di Ilaria Guerra

biglittle“La maggioranza degli uomini vive in quieta disperazione. Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione rafforzata”.

Questa famosa citazione dal Walden di Thoreau rientra perfettamente in quella categoria di citazioni letterarie che mi fanno alzare gli occhi al cielo – non necessariamente perché Thoreau si sbagli, piuttosto perché crediamo che abbia assoluta ragione.

Dopotutto, nella nostra cultura, e soprattutto sullo schermo, sono proprio gli uomini che vivono in quieta disperazione – voglio dire, sono emotivamente capaci di farlo, visto che nessuno vorrebbe una vita del genere (nessuno che abbia più di 18 anni, s’intende) – o che, con una metamorfosi più generalizzata, diventano eroi byroniani, rimuginando sulle scogliere avvolti in un nero mantello a osservare l’oceano infinito, crudele, oscuro – buio come la loro anima – a riflettere sul loro passato e a immaginarsi i capelli al vento dell’amata, ormai defunta. Almeno, una volta era così.

La famosa citazione di Thoreau è tratta dalla prima parte del Walden, intitolata “Economia”, nella quale l’autore denuncia una cultura dove gli uomini finiscono con l’impantanarsi nel lavoro e nella vita che la società si aspetta che essi conducano, tanto da dimenticarsi in primo luogo di vivere: gli uomini sono “così presi dalle false preoccupazioni e dai più superflui e grossolani lavori per la vita, che non possono cogliere i frutti più saporiti che questa offre loro “. Scappate via nei boschi come me invece, dice Thoreau. La mamma di Emerson vi preparerà comunque degli spuntini e vi farà il bucato.

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Thoreau avrà anche avuto ragione su un punto – cioè che per farcela bisogna lavorare tantissimo e che si lavora troppo per avere troppo poco – ma non condivido l’idea degli uomini che vivono in quieta disperazione così come è stata adottata dalla nostra cultura. Come costrutto sociale è ovviamente problematico: tra le altre cose, suggerisce che gli uomini siano più inclini a questo tipo di crisi esistenziale rispetto alle donne (forse perché la loro intelligenza è tenuta maggiormente in considerazione), e anche che gli uomini non dovrebbero esprimere le proprie emozioni agli altri esseri umani, dunque dovrebbero stare a osservare l’orizzonte in quieta disperazione. In pratica, si insegna che la “quieta disperazione” è una caratteristica legata alla virilità.

Ancor più virile naturalmente è l’eroe byroniano: tipicamente attraente, magnetico, intelligente; un uomo distrutto, autocritico, lunatico e in conflitto. Spesso perseguitato dal passato. Spesso contraddistinto da convinzioni che paiono distaccarsi dalle regole del suo mondo – convinzioni che si sente spinto a seguire fino all’autodistruzione. Spesso violento, ma in una maniera che viene fraintesa. Proprio come Byron, è un uomo “pazzo, cattivo e pericoloso da conoscere”.

Quando penso agli uomini che vivono in quieta disperazione, non posso fare a meno di immaginare parallelismi con il concetto degli “uomini e le donne dimenticati di questo paese”,  cui Donald Trump nel suo discorso dopo la vittoria nel 2016 aveva promesso “che non sarebbero stati più dimenticati”. Ci piace romanzare la loro disperazione, ma rimarrei scioccata se Trump li aiutasse davvero. Comunque sia, nessuno di quegli americani vive nella Monterey di Madeline (Reese Witherspoon), Celeste (Nicole Kidman) e Jane (Shailene Woodley), le protagoniste di Big Little Lies della HBO.

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Probabilmente alcuni personaggi della serie avrebbero votato per Trump, ma solo per ottenere le agevolazioni fiscali dedicate ai milionari. E a essere onesti, Donald Draper rappresenta ciò che voglio dire molto meglio, rispetto all’operaio americano a cui si riferiva Trump: è ricco, di successo, tormentato, autodistruttivo.

Nella serie, Madeline, Celeste e Jane (e, in misura minore, Renata Klein, interpretata da Laura Dern) vivono anch’esse in quieta disperazione.

Uno dei tanti punti di forza di Big Little Lies è proprio quello di lasciare impersonare a queste donne un ruolo riservato tradizionalmente a personaggi maschili. Non mi sorprende che la serie sia basata su un romanzo (Piccole grandi bugie di Liane Moriarty).

Dopotutto, sebbene sia più difficile (ma non impossibile) che ciò accada sullo schermo, in letteratura capita molto spesso che le donne vengano ritratte in questo modo. Pensate alle donne descritte ad esempio da Clarice Lispector, Claire Messud, Evan S. Connell, Paula Fox, Catherine Lacey. Donne a cui però non vengono dedicati spesso dei film o delle serie TV sulla HBO (un esempio del contrario, che può indicare o meno l’emergere di una tendenza, è l’ultimo film di Kelly Reichardt Certain Women, tratto da Both Ways Is the Only Way I Want It di Malie Meloy, che tra l’altro vede nel cast proprio Laura Dern [sia il libro sia il film non sono ancora stati trasposti in italiano, ndt]).

Quasi sempre, sullo schermo, le donne sono molto più stabili del tipico eroe di Byron o di Thoreau e, anche quando non sono tanto stabili, hanno perso la ragione in modi decisamente più stravaganti o comici (come nella serie Crazy Ex-Girlfriend [ancora inedita in Italia, ndt]). Annalise Keating di Le regole del delitto perfetto potrebbe rientrare nel modello byroniano, ma è alquanto singolare. Jessica Jones è piuttosto byroniana, ma non è affatto quieta nella sua disperazione.

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Di solito, sui nostri schermi, le donne aspettano in cucina che i mariti capricciosi tornino a casa, che cambino, che risolvano i loro problemi. Sono la cornice alla storia di qualcun altro; sono la componente che vive, che respira, che prova sentimenti. A volte questo è positivo: le donne sono ritratte come personaggi forti, sono meno lunatiche, meno disorganizzate, meno propense ad agire in modo avventato. Sono vittime, anche quando non lo sono. Si tratta di un impulso culturale simile a quello che porta uno spot televisivo dietro l’altro a mostrarci mariti incapaci assistiti e illuminati dalle mogli, che sorridono mestamente e porgono loro il prodotto sponsorizzato.

Madeline, Celeste e Jane tuttavia potremmo descriverle anche come pazze, cattive e pericolose – almeno a volte. Considero tutte e tre eroine byroniane contemporanee e realistiche, anche se ciascuna di loro impersona il ruolo da prospettive diverse – Jane è perseguitata dal passato, Celeste si aggrappa a schemi autodistruttivi, Madeline impone a tutti il suo sistema di valori guidato dal cuore; tutte e tre sono “lunatiche”, in modo silenzioso e tormentato, e – cosa importante per la serie – tutte e tre sembrano in grado allo stesso modo di uccidere quanto di venire uccise. È bello vedere delle donne interpretare questi ruoli.

In una delle prime scene, Jane prova a spiegare la sua sensazione di distacco a Madeline e Celeste: “A volte quando sono in un posto nuovo ho questa… sensazione. Tipo ‘se solo fossi qui’. È come se mi osservassi dall’esterno. Vedo questa vita e questo momento ed è meraviglioso, ma non appartiene del tutto a me. Voi due siete giuste, siete perfette, e tutto questo mi fa sentire… sbagliata, credo”. Celeste la guarda con una comprensione talmente intensa negli occhi. Capisce perfettamente. Anche lei vive la propria disperazione, forse la più quieta delle tre, nonostante il fatto che la sua storia sia la più terrificante e la più avvincente. La disperazione di Madeline non è altrettanto quieta: in questa scena parla a vanvera, rifiutandosi di affrontare con la profondità necessaria i discorsi con le due amiche, ma anche lei nasconde un inferno.

Anche i titoli di testa della serie sottolineano la traslazione dei marcatori emozionali dell’angoscia, tipicamente maschili, ai personaggi femminili: un compito che per tradizione è legato al genere (portare i bambini a scuola) viene affrontato con gravità; però i generi sono stati scambiati, sono gli uomini a fissare il vuoto, persi nei loro malumori e nelle loro incertezze, mentre Michael Kiwanuka canta “Did you ever want it? Did you want it bad?” e “We can try and hide it, it’s all the same…” (e non si tratta dell’unica canzone sul tema. “Papa was a Rolling Stone”, presente nel trailer e nei titoli di coda del sesto episodio, non è altro che una canzone su un eroe byroniano che lascia dietro di sé una scia di miserie).

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Le automobili, naturalmente, sono un punto chiave. Succede di tutto in quelle auto – domande, decisioni, liberazioni, rivelazioni, lacrime, catastrofi – proprio come nella vita reale; l’auto è senz’altro uno dei luoghi principali dove concentriamo la quieta disperazione della vita moderna. È un luogo dove possiamo isolarci dal mondo per il tempo necessario a spostarci da una commissione a un’altra. È un involucro emozionale in movimento. Gli scenari poi evocano introspezione e gravi traumi psicologici: le scogliere abbondano (e almeno una delle protagoniste fantastica di lanciarsi da una di esse); sullo sfondo c’è sempre la complessa metafora dell’oceano; lo sfacciato aprirsi e chiudersi delle tapparelle elettriche è un richiamo alla modernità. Ciò che voglio dire è che, in ogni aspetto, la serie prende le donne sul serio (particolare che non ci sarebbe bisogno di sottolineare in un dramma psicologico con protagonisti maschili, ovviamente, ma non entriamo nei dettagli).

Alla fine, comunque, questa è una storia di traumi (e delle loro conseguenze) e di abusi (e del modo in cui li nascondiamo), e non della confusa percezione di sé che si ha quando bisogna lavorare troppo per vivere troppo poco. Direi insomma che di fatto queste donne riescono a interpretare il ruolo anche meglio delle loro controparti maschili. Sono disperate, certo, sono insoddisfatte della propria vita, sicuro, ma c’è di più. Stanno anche combattendo meglio che possono per farsi strada nel mondo. Cosa che, tra l’altro, è decisamente piacevole da guardare.

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