Esercizio di maggio: la riscrittura

Cari amici della Matita,

questo mese vogliamo parlare con voi di brevità e di lunghezza. A volte, quando scriviamo, non riusciamo ad avere il pieno controllo dello spazio che ci serve per quello che vogliamo raccontare… abbiamo scritto troppo, troppo poco?

L’unico modo per capirlo è scrivere, riscrivere, limare e limare ancora. Spesso si tratterà di togliere tutti quei dettagli che abbiamo messo solo perché servivano a noi per immaginare meglio la scena o i personaggi ma che sono del tutto inutili per il lettore. A volte invece potrebbe capitare di accorgerci, a una seconda lettura, di essere rimasti troppo sulla superficie, di aver bisogno di più dettagli e sfumature.

Come diceva Checov:

«Non permettere che qualcun altro accorci o modifichi i tuoi racconti. (…) Non permettere è difficile; più facile è adoperare il mezzo che hai sotto mano: accorciare tu stesso fino al nec plus ultra e rielaborare. Quanto più sarai breve, tanto più sovente ti pubblicheranno. Ma l’essenziale è questo: sta’ all’erta, vigila e suda, riscrivi anche cinque volte il medesimo racconto, accorcialo, ecc., tenendo presente che tutta Piter segue il lavoro dei fratelli Cechov».

trilobitiEcco dunque l’esercizio di questo mese.

Questo è un estratto dal racconto Trilobiti, dall’omonima antologia di Breece D’J Pancake. L’estratto conta 5.780 battute. Voi dovete:

  • riscriverlo riducendo le battute a 4.000;
  • riscriverlo riducendo le battute a 3.000;
  • riscriverlo portando le battute 6.500.

Questo vi obbligherà a selezionare di volta in volta l’essenziale, oppure ad ampliare dettagli appena accennati.

Dovrete essere rigorosi nel rispettare il numero di battute previste!

Apro lo sportello del camioncino, smonto sulla stradina di mattoni. Guardo di nuovo Company Hill, consumata e tonda. Tanto tempo fa era tutta un dirupo e stava come un’isola nel fiume Teays. Ci ha messo più di un milione d’anni a trasformarsi in una collinetta liscia, e l’ho battuta da cima a fondo in cerca di trilobiti. Penso che è sempre stata lì e ci resterà sempre, almeno finché serve. L’aria ha i fumi dell’estate. Un volo di storni fluttua sopra di me. Sono nato in questo posto e non ho mai smaniato per andarmene. Ricordo gli occhi senza vita di papà, che mi guardavano. Erano tutti secchi, e questa cosa mi ha lasciato un po’ svuotato. Chiudo lo sportello, mi avvio verso la tavola calda.

Vedo una toppa di cemento per strada. È a forma di Florida e mi torna in mente quello che ho scritto a Ginny sull’annuario della scuola: «Vivremo di mango e d’amore». Invece ha preso ed è partita senza di me – due anni che è laggiù senza di me. Mi manda cartoline con le foto dei fenicotteri, della lotta con gli alligatori. Non mi chiede mai notizie. Mi sento proprio scemo per quello che ho scritto, entro nella tavola calda.

Non c’è nessuno e mi riposo al fresco dell’aria condizionata. La sorella piccola di Reilly lo Stagnaro mi versa il caffè. Bei fianchi. Sembrano un po’ quelli di Ginny, scendono morbidi fino alle gambe. Fianchi e gambe così salgono le scalette degli aerei. Va in fondo al bancone e finisce di papparsi il gelato. Le sorrido, ma è minorenne. Minorenni e serpenti neri sono due cose che non le toccherei neanche con una canna. Una volta ho usato un serpente nero come una frusta, gli ho staccato la testa a quella bestiaccia, ma poi papà mi ci ha pestato a sangue. Penso che a volte papà mi faceva proprio arrabbiare. Sorrido.

Penso a ieri sera, quando ha chiamato Ginny. Il padre era andato a prenderla in macchina all’aeroporto di Charleston. Già s’annoiava. Ti va se ci vediamo? Come no. Magari ci facciamo una birra? Come no. Il solito vecchio Colly. La solita vecchia Ginny. Parlava a ruota libera. Volevo dirle che papà era morto e che mamma era sul piede di guerra per vendere la fattoria, ma lei parlava a ruota libera. Metteva i brividi.

Anche le tazze mi mettono i brividi. Le “guardo appese ai ganci accanto alla vetrina. Coi nomi stampati sopra, unte e coperte di polvere. Sono quattro, una è di papà, ma mica ho i brividi per quello. La più pulita è quella di Jim. È pulita perché la usa ancora, ma sta appesa insieme alle altre. Lo vedo dalla finestra che attraversa la strada. L’artrite gli stritola le articolazioni. Penso che manca ancora tanto prima che crepo, ma Jim è vecchio e mi vengono i brividi, a vedere la sua tazza appesa lì. Vado alla porta e lo aiuto a entrare.

Mi fa: «Adesso di’ la verità», e mi pizzica il braccio con la sua vecchia zampa.

Dico: «Con lei no». Lo aiuto a sedersi sullo sgabello.

Prendo dalla tasca un sasso bitorzoluto e glielo schiaffo davanti sul bancone. Lui lo rigira con la mano rattrappita, lo studia. «È un gasteropode», dice. «Probabilmente del permiano. Ti tocca pagare anche a ’sto giro». Con lui non c’è gara. Li conosce tutti.

«Ancora non m’è riuscito di trovare un trilobite», dico.

«Qualcuno ce n’è», dice lui. «Però pochi. Le rocce qui intorno sono quasi tutte troppo giovani».

La ragazza gli porta il caffè nella sua tazza, la seguiamo con lo sguardo mentre torna in cucina. Bei fianchi.

«Visto che roba?» La indica con la testa.

Dico: «Guardare e non toccare». Riconosco una minorenne da un chilometro di distanza.

«Cavolo, quando eravamo in Michigan con tuo padre l’età delle ragazze non ci ha mai fermato».

«Di’ la verità».

«Hai voglia. Basta che calcoli bene i tempi e salti sul primo treno appena ti rialzi i pantaloni».

Guardo il davanzale della finestra. Gli scheletri friabili delle mosche sparsi qua e là. «Perché tu e papà ve ne siete andati dal Michigan?»

Le rughe intorno agli occhi si rilassano. Dice: «La guerra», e beve un sorso di caffè.

Dico: «Non è più riuscito a tornarci».

«Manco io. Volevo tornarci, lì o in Germania, così, giusto a dare un’occhiata».

“«Sì, m’aveva promesso che mi faceva vedere dove avete sepolto l’argenteria e tutto il resto durante la guerra».

Dice: «Vicino all’Elba. Ma ormai l’avranno già trovata».

Il mio occhio si riflette nel caffè, il vapore mi avviluppa il viso, sento che arriva il mal di testa. Alzo lo sguardo per chiedere un’aspirina alla sorella dello Stagnaro, ma lei sta ridacchiando in cucina.

«È lì che s’è ferito», dice Jim. «Sull’Elba. Non s’è svegliato per un bel po’. Che freddo, faceva un freddo boia. L’avevo dato per morto, invece è rinvenuto. Mi fa: “Ho girato tutto il mondo”. Mi fa: “Che bella la Cina, Jim”».

«Se l’era sognato?»

«Boh. Sono anni che non me lo chiedo più».

La sorella dello Stagnaro arriva col bricco per scucirci la mancia. Le chiedo un’aspirina e vedo che ha un brufolo sulla clavicola. Non ricordo d’aver visto foto della Cina. Guardo i fianchi della sorellina.

«Trent vuole ancora i vostri terreni per costruirci?»

«Come no», dico. «E mi sa tanto che mamma glieli vende. Io non sono buono a mandarli avanti come papà. La canna da zucchero è ridotta uno schifo». Finisco il caffè. Sono stanco di parlare della fattoria. «Stasera esco con Ginny», dico.

«Daglielo da parte mia», dice Jim. Mi allenta una ditata sulla patta. Non mi piace quando parla così di lei. Se ne accorge, e gli passa il sorriso. «Gli ho trovato parecchio gas, a suo padre. Era uno in gamba, prima che lo piantasse la moglie».

Mi giro sullo sgabello, gli do una pacca sulle spalle deboli e invecchiate. Penso a papà e provo a scherzare. «Puzzi così tanto che ti segue il beccamorti».

Ride. «Lo sai, sì, che appena nato eri brutto come la fame?»

Sorrido e mi avvio verso la porta. Lo sento urlare alla sorellina. «Vieni qua, cocca, che ti racconto una barzelletta».

[…]

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Categorie:esercizi, esercizio del mese

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