5a puntata – Dove crescono le rose selvagge

Nel quinto episodio Vitangelo Sautafossa deve fare alla fine i conti con la polizia. Qualcuno ha denunciato la scomparsa del cognato e ora Vittoria è nei guai. Le voci nel condominio cominciano a girare. Come finirà?

 

«Non posso farci nulla, hanno denunciato la scomparsa di tuo cognato in Questura, devo far partire le indagini».

L’assistente-capo Pennisi, le manette, le lacrime, i coinquilini con le braccia poggiate sul cornicione delle scale e la testa che cerca di scorgere qualcosa, le divise scure della Polizia.
E poi ancora l’arrivo della scientifica per il sopralluogo, la confessione di Vittoria, quella sensazione di impotenza che gli saliva dallo stomaco e gli formava un nodo in gola. La sensazione di essere colpevole di quell’arresto, di non aver saputo aiutare in nessun modo quella sorella così amata e così fragile.
Gli sembrava così assurdo, lontano e al tempo stesso reale e vicino.
Com’era stato possibile arrivare fino a quel punto?
Chi aveva potuto denunciare la scomparsa di suo cognato?
Forse qualcuno che aveva interessi nella vicenda, o magari era stata Agata, che non smetteva di seguirlo.
Lo aveva visto entrare a casa di sua sorella, probabilmente lo aveva osservato pure la notte prima, con Andrea. Gli faceva trovare dei bigliettini sotto lo zerbino. Chissà allora da quanto tempo lo teneva sotto controllo, e chissà cosa sapeva di tutta quella storia!
E se Nicola fosse davvero morto, e sua sorella davvero un’omicida? Si disse.
E se ad ucciderlo fosse stata Agata, per distruggergli la vita? Gli sembrava così assurdo, ma ormai niente lo avrebbe più sorpreso.
Troppe domande gli giravano per la testa. Magari suo cognato era solo scappato. Ma che fine stava per fare Vittoria? E che fine avrebbe fatto lui?
Trame degne di un giallista, ma lui, che romanziere non era, non riusciva a trovare una risposta che potesse sembrargli quanto meno plausibile.

«Non posso farci nulla, Vitangelo, davvero nulla», continuava a sussurrargli l’amico, mentre gli uomini della scientifica passavano al setaccio persino il latte bruciato rimasto nel pentolino dalla colazione di pochi minuti prima.

Nel cortile, uno stuolo di poliziotti s’affannava a cercare qualcosa che riconducesse al presunto delitto. Pennisi e Vitangelo li raggiunsero, il primo allo scopo di coordinare le indagini, l’altro per convincere tutti della non colpevolezza della sorella, che nel frattempo era stata presa in custodia da due agenti, caricata in macchina e portata in Questura.

«Dottore, venga, venga, guardi cosa ho trovato!», urlò uno degli agenti a Pennisi, porgendogli una bustina trasparente, con un sorriso soddisfatto e orgoglioso come se avesse trovato il terzo segreto di Fatima sotto il tappo della Coca Cola.
«Cos’è?» chiese con la voce stravolta, quasi sul punto di crollare in lacrime, Vitangelo.
«Sembra un petalo di rosa – Pennisi lo strappò di mano al suo agente, lanciandogli un’occhiata che gli fece ricacciare sorriso, entusiasmo e orgoglio in gola – ma a cosa può servirci secondo voi un petalo marcio, rinsecchito! Dove lo avete trovato?»
«Accanto alla ruota posteriore destra della macchina», rispose, questa volta ad occhi bassi, il poliziotto.
«Potrebbe essere volato da qualche balcone, o comunque potrebbe essere arrivato lì dentro in qualsiasi modo!».
«Di che colore è?» intervenne Vitangelo, interpellando l’amico.
Pennisi alzò la bustina verso il sole, come a volerla guardare controluce, poco convinto. Chiuse un occhio, mettendo a fuoco solo con l’altro. Poi spostò il braccio a destra, e cambiò pure occhio.
«Dovrebbe essere stata una rosa rossa, perché?»

La risposta a questa domanda, Pennisi, la trovò ritornando di sopra, nel salotto dell’appartamento della famiglia La Ginestra-Sautafossa, quando, aprendo una carpetta portadocumenti, Vitangelo gli mise in mano tutti i bigliettini ricevuti dalla sorella nelle settimane precedenti.
«Ogni lunedì, da un paio di settimane, mittente sconosciuto. Ieri, però, non ha ricevuto niente. Loro due ne discutevano sempre, e spesso la discussione finiva in litigio. Nicola era gelosissimo e non sopportava che qualcun altro le mandasse rose e frasi romantiche. Mia sorella ha sempre giurato di non sapere nulla riguardo al mittente, non aveva nemmeno idea di chi potesse essere».
«If I show you the roses, will you follow», lesse Turi, e lo rilesse di nuovo e poi, sempre più concentrato, ancora altre due volte.
«Questa frase è tratta da ”Where the wild roses grow”, una canzone di Nick Cave», affermò, sicuro. E aggiunse: «il duetto con Kylie Minogue, la conosci sicuro».
«Sì, certo che la conosco, è vero, non ci avevo nemmeno pensato, e quindi?»
«E quindi forse non è un caso che quel petalo di rosa sia stato trovato sul luogo del delitto, non credi?»
«Che vuoi dire? Pensi che ci fosse qualcun altro, quella sera?»
«Penso che magari tua sorella non ti ha detto tutta la verità».
«Quale sarebbe la verità?»
«Magari ha un altro».
«Mia sorella?» gli rispose Vitangelo ponendo, alla fine della sua frase, un punto interrogativo che serviva più a lui stesso per convincersi di quanto fosse assurda quell’eventualità che per domandare.
«Non potrebbe essere?»
Vitangelo non rispose. Pennisi lo incalzò.
«Non potrebbe? Magari l’ha pure aiutata a nascondere il cadavere. O magari è stato lui a nasconderlo, per salvarla dalla Polizia».
«Mia sorella non ha nessun altro, è così fragile, così attaccata a suo marito. Nicola l’ha salvata dalla pazzia, senza di lei mia sorella chissà dove sarebbe finita».
«O chissà con chi sarebbe finita».
Vitangelo lasciò cadere nel nulla quella provocazione, che in quel momento gli parve crudele. Avrebbe voluto controbattere, ma non aveva la voglia né le forze per poter discutere. «Cos’hai in mente di fare?» disse soltanto.
«Ho le mani legate, l’unica cosa che posso fare è continuare le indagini. Mi dispiace ma tua sorella, per adesso, è l’unica indiziata per la sparizione di tuo cognato. E spero per voi che non sia morto davvero. Intanto faremo esaminare il petalo, ma non credo ci caveremo fuori qualcosa».
Per Vitangelo quella frase fu come ricevere una coltellata alla gola. Per quanto potesse essere avvezzo a processi, accuse e procedure, non avrebbe mai immaginato che un giorno sua sorella si sarebbe ritrovata con le manette ai polsi, accusata di aver ucciso suo marito.
Non riusciva più a pensare o a dire niente.
Davanti agli occhi gli scorrevano tutti i momenti felici trascorsi insieme, sin da quando erano due bambini. E forse, in fondo, bambini lo erano ancora, nonostante il mondo attorno a loro fosse cambiato.
Non c’era alcun posto dove potersi nascondere in attesa che la frana finisse, tutto gli stava crollando addosso.
E ripensò di colpo alle giornate di temporale, quando si nascondevano sotto il letto, fratello e sorella, insieme contro la paura.
Non era rimasto più niente che somigliasse a quei giorni.
Non se n’erano manco accorti ma erano invecchiati, e non erano stati capaci di diventare adulti. Adesso che la frana e il temporale s’erano uniti e mischiati fino a diventare una cosa sola, non si sentivano grandi abbastanza per poter affrontare tutto.
Lui, adesso, non si sentiva abbastanza cresciuto.

«Torniamo in cortile, voglio farti qualche domanda», gli disse Pennisi, con un tono che non pareva quello di un amico ma somigliava sempre di più a quello del poliziotto.

Sulle ringhiere dei balconi le teste dei vicini di casa di Vittoria fecero capolino subito dopo l’ingresso delle forze dell’ordine.
Qualche bisbiglio, qualche sussurro, ma nessuno trovò il coraggio di chiedere a uno degli agenti cosa fosse successo.
Alcuni, probabilmente quelli che ci tenevano di più a salvare le apparenze, finsero di stendere i panni.
Da uno dei balconi del secondo piano, quello abitato dalle studentesse, qualcuno cantava con voce disperata, imitando Jacques Brel, ”Ne me quitte pas, ne me quitte pas”. Di lì a poco si ammutolì anche quella voce e dal balcone venne fuori Elvira, con i capelli legati in una bandana e con pezza e scopa in mano. Impegnata nelle pulizie di casa, con le cuffie nelle orecchie aveva continuato a spazzare e cantare Brel a squarciagola, senza sentire nulla del trambusto della Polizia.
Adesso, però, aveva visto gli agenti in cortile, e anche lei si era unita a tutti gli altri condomini. Mancavano soltanto le altre due coinquiline di Elvira, Serena e Giulia, entrambe fuori casa, ma gli altri erano davvero tutti lì, affacciati a balconi e finestre, con le orecchie tese, appese al filo della speranza di poter ascoltare qualcosa, per soddisfare quel bisogno innato di curiosare e poi raccontare, ingrandendo o omettendo particolari, esagerando o svilendo.

A Catania lo chiamano ”fare curtigghiu”, fare cortile. La necessità di intromettersi, di ascoltare, di farsi i cazzi degli altri. Lo fanno tutti, in qualsiasi ambito e in qualsiasi contesto, ma nessuno lo dice. Nessuno si vanta mai di essere ”curtigghiaru”.
Non importa riguardo chi o cosa, quello che conta è osservare e raccontare in giro. Ché da pettegolezzo in pettegolezzo, da ”curtigghiu” in ”curtigghiu”, si scopre sempre qualcosa che potrebbe ritornare utile, in futuro, chissà quando, forse mai.
A meno che non sia la Polizia a fare le domande, se te lo chiede il vicino, o l’amico, o la suocera, o la zia, allora sì, che il ”curtigghiu” serve a qualcosa. E se ne parla, se ne discute, ognuno lo interpreta e tira le somme che vuole.
E, alla fine, arriverà alle orecchie giuste che sapranno cosa farne, di quel pettegolezzo.

Quella coppia così schiva e riservata era sempre sembrata a tutti strana. I vicini di casa erano curiosi di sapere quale segreto nascondessero i La Ginestra e aspettavano di scoprirlo, armandosi di pazienza, comodamente affacciati alle finestre delle loro case.

«Agente Costanza», Pennisi richiamò all’ordine uno dei suoi uomini, «chiama l’agente Santagati e l’agente Giambertone, dovete andare a bussare porta a porta in tutto il palazzo. Rassicurate tutti, riportate la calma e chiedete di spostare tutte le macchine parcheggiate nel cortile. Ci serve spazio, qui. E inoltre avverti tutti che per un paio di ore nessuno potrà accedervi. Ci siamo intesi, Giovanni?»
Costanza, giovane agente catanese ritornato alla città materna da pochi mesi, nonostante avesse preso servizio a Catania da pochissimo tempo era sin da subito entrato nelle grazie di Pennisi, e con un cenno del capo diede risposta affermativa e si allontanò dalla scena, rientrando nel condominio, affiancato dai suoi due colleghi.
In pochi minuti la solerzia dei tre poliziotti costrinse alcuni degli inquilini a scendere in cortile, accompagnati dagli agenti.
«Ma si può sapere cos’è successo?», chiese uno di questi, che non doveva essere dotato di grandi scorte di pazienza.
«Non posso dirle nulla, ci sono delle indagini in corso», rispose Costanza.
«Ma ora io la macchina dove la metto? Qua fuori per trovare un parcheggio c’è bisogno della raccomandazione!»
«Preferisce cercare parcheggio o prendersi una denuncia per intralcio alle indagini della Polizia di Stato?» intervenne Pennisi.
«No, no, quale denuncia, Commissario, però non mi pare giusto».
«E io non sono nemmeno Commissario, che ci vuole fare? Le pare giusto? Eppure bisogna portare pazienza, così va la vita. Prima sgomberiamo il cortile, prima finirà il nostro lavoro e tutto tornerà alla normalità».
«Se lo dice lei» gli rispose, contrariato, l’uomo, prima di salire in auto, mettere in moto e uscire dal cortile.

Vitangelo si era messo, spalle contro al muro, in un angolo.
Alternava ogni pensiero a un respiro profondo.
Si era poi rollato una sigaretta e se l’era accesa, sperando che potesse aiutarlo a calmarsi.
«Mi dispiace ma qui non può fumare, stiamo facendo delle indagini», gli intimò, subito dopo la prima boccata, l’agente Costanza.
«Tranquillo, Giovanni, lascialo fumare. Ogni tanto possiamo chiuderlo un occhio», intervenne Pennisi.
«Dottore ma io…»
«Non c’è problema, davvero. Ti segnalerò al Commissario per l’ammirevole diligenza con cui stai svolgendo il tuo lavoro, e magari ci esce pure una nota di merito – chiuse, cementando sotto una nota ironica la diatriba – piuttosto, dimmi, sai quando arriva?»
«Chi, il Commissario? Mi hanno detto che dovrebbe arrivare da un momento all’altro».
«Ecco, telefona in centrale e avvertilo che qui è già arrivata la scientifica».
Costanza fece di sì con la testa.
«Vedrai – Pennisi si rivolse a Vitangelo – appena saprà che la scientifica è già qui, non si farà vivo. Li detesta. Quello crede che i casi si risolvano ancora a fiuto, manco fossimo in un romanzo di Maigret. Però adesso devi dirmi se c’è altro che io non so, qualcosa che non mi hai ancora detto».
«Tutto quello che so è quello che ti ho detto, non so nient’altro».
«E tu sei davvero convinto che tua sorella non c’entri nulla con la sparizione di tuo cognato?»
«Non lo so, ma conosco Vittoria e so che lei non l’ha ucciso, non l’avrebbe mai fatto».
«Ma la dinamica sarebbe quella dell’incidente, non lo ha colpito con l’intenzione di uccidere, non era premeditato».
«Non lo ha ucciso. Questa è l’unica cosa certa che so».
Pennisi non ebbe il tempo di rispondere che una mano, con pesantezza, da dietro, gli si poggiò sulla spalla.

«Va bene che non ci vediamo da un sacco di tempo, ma non mi sembra il caso di mobilitare tutta la Questura per trovarmi. Sono sempre stato qui, dovresti saperlo».
Si voltò, e l’uomo che si ritrovò davanti lo accolse con un grande, caloroso sorriso.
«Marco!»
«Dottore Pennisi», gli rispose questi, togliendosi il cappello alla pescatora che indossava, abbozzando un saluto a metà strada tra il rispettoso e l’affettuosa presa per il culo. E poi continuò: «Che ci fai da queste parti? Non sarà mica successo qualcosa…»
«Purtroppo sì, ma non posso ancora parlarne».
«Figurati, lo capisco, so come vanno queste cose».
«Tu piuttosto come stai?»
«Eh, si tira avanti, come sempre».
«Ti sei dato al giardinaggio?» gli chiese Pennisi indicando gli stivali di gomma che indossava.
«Da quando me ne sono andato dalla Polizia mi occupo di un orto fuori città. Lattughe, pomodori, melanzane. Adesso è inverno, e vado a sistemare il terreno, ma quando sarà momento di raccolta ti farò assaggiare qualcosa».
«Solo se la cucini tu».
«Non ti sei dimenticato dei pranzetti che vi preparavo quando eravamo a Roma per il corso d’aggiornamento, eh!»
«E nemmeno di quelli che cucinavi quando eravamo in missione fuori città! Una volta, a Siracusa – Pennisi iniziò a raccontare, con enfasi – non so se ricordi ma ci cucinasti una parmigiana così buona che i colleghi siracusani volevano costringerti a firmare le carte per chiedere il trasferimento da loro».
«Quando dovevamo sgominare quella banda di trafficanti che prendeva l’eroina dal Marocco e la portava in Sicilia? E certo che me lo ricordo! Mi ricordo pure quanto s’incazzò il Commissario Ragusa quando invece del peschereccio che trasportava l’eroina bloccammo un carico di saraghi e orate».
«Che poi sequestrammo e tu cucinasti per tutta la Questura! Che tempi, quelli!»
Risero entrambi, ricordando gli episodi passati con lo stesso inarrestabile entusiasmo di chi sa che quei giorni non sarebbero più tornati.
Quelle risate, per loro due così affettuose, rimbombarono come cazzotti ben assestati sulla faccia pallida di Vitangelo.
«Purtroppo adesso devo farti allontanare da qui», gli disse Pennisi, che si era reso conto che la situazione non era certo delle più opportune per darsi all’amarcord.
«Certo, certo, te l’ho detto, so come funzionano queste cose. Una volta le facevo pure io, che ti credi – sorrise – Allora… Turi, mi ha fatto piacere rivederti, buona fortuna con questo caso, spero si risolva presto».
«Magari prima della raccolta ci prendiamo un caffè».
«Con piacere», disse l’uomo, abbracciandolo prima di allontanarsi.
«Scusami – riprese a parlare con Vitangelo – un ex collega che non vedevo da tantissimo tempo».
«Abita qui?»
«Mi sa di sì. Ci siamo persi di vista da anni, ormai. Da quando fu costretto a lasciare la divisa. Non sapevo si fosse trasferito».
«Mia sorella non mi ha mai parlato di un poliziotto tra i suoi vicini. Magari quella sera ha sentito qualcosa».
«Ha avuto dei problemi dopo il divorzio dalla moglie, un bel po’ di casino, allora era un bravo poliziotto. Me lo avrebbe detto subito. Non si sarà accorto di nulla».
Vitangelo si avvicinava sempre di più al baratro dello sconforto che aveva invaso e oscurato la sua mente.
«Se dalle indagini non riusciremo a trovare nulla, comunque, sentirò anche lui, come tutti gli altri condomini. Non preoccuparti, farò del mio meglio».
Gli mise una mano sulla spalla, in uno scarso tentativo di dargli conforto.
Poi, proseguì: «Dai, adesso andiamo in Questura. Credo che tra non molto il Commissario vorrà interrogare tua sorella. Immagino tu abbia già pensato a trovarle un avvocato, giusto?»
Vitangelo, in quella assurda giornata che stava vivendo, aveva pensato a tutto, tranne che a quello.
Di chi si sarebbe dovuto occupare dell’assistenza legale di sua sorella non gli era passato in mente nemmeno per un attimo.
Sembrava smarrito, provava persino paura, quando gli passò in mente il pensiero che avrebbe potuto togliersi i panni del fratello preoccupato per la sorte della sorella e indossare quelli dell’avvocato. Eppure, chi altri avrebbe potuto difendere sua sorella se non lui?
«Vita’, la sigaretta è finita», Pennisi ne richiamò l’attenzione prendendolo per un polso.
Tra indice e medio era rimasto giusto il filtro.
«Sì, sarò io l’avvocato di Vittoria», gli rispose Vitangelo.
Turi non se lo aspettava.
«Sei impazzito? Tu sei scosso quanto lei e sei dentro questa storia fino al collo, non puoi aiutarla», disse.
Vitangelo non si mosse di un millimetro.
Si scambiarono uno sguardo, fermo, glaciale, come se con gli occhi volessero firmare un patto: da quel momento la loro amicizia andava accantonata, messa di lato, per far spazio a qualcosa di più grande, qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto più controllare.
Non se lo dissero, ma sapevano bene entrambi che stavano per giocarsi tutto.
Nessuno dei due abbassava lo sguardo.
Da quel momento non sarebbero più stati Vitangelo e Turi, ma soltanto un poliziotto e un avvocato. E chissà fino a quando.
Passarono alcuni secondi a guardarsi dritti in faccia.
«Costanza, accompagna il signor Sautafossa in Questura» urlò Pennisi senza mai staccare lo sguardo dagli occhi di lui, ora preso dal dubbio.
«Agli ordini, dottore», rimbombò l’eco delle parole dell’agente, nel silenzio del cortile.
«Ci vediamo là», rispose Vitangelo, voltandosi, prima che l’agente Costanza lo prendesse per un braccio e lo accompagnasse fuori dal cortile.

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Categorie:Feuilleton - romanzi a puntate

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