Intervista doppia sulla scrittura: l’autore e il suo editor

 

intervista di Rossella Monaco

 

 

Ciao Francesca, ciao Deborah. Grazie per aver accettato questa intervista doppia. Credo che chi ci legge sia curioso prima di tutto di conoscervi un po’, capire in che contesto siete cresciute e come siete diventate ciò che siete oggi. A questo proposito, volete parlarci della vostra formazione?

Francesca de Lena, l’editor: A venti anni mi sono iscritta al corso di scrittura della mia città (Napoli): Lalineascritta di Antonella Cilento. Lì leggevamo molto e bene e c’interrogavamo sui meccanismi delle storie. Allora pensavo che se m’interessavano le storie era perché volessi scriverle: mi dicevano che così doveva essere e a me pareva la motivazione più ovvia. Ho scritto qualche racconto, ma non avevo davvero “voglia” di scrivere. Quando c’erano da fare esercizi o mettere su una storia ero sempre molto trattenuta, molto restia: non mi piaceva, non sentivo le famigerate “voci in testa” dei personaggi, non mi svegliavo la mattina pensando a una scena da scrivere, né mi guardavo intorno per catturare cose da trasportarci dentro. Ancora oggi se mi metti in una mano la penna e in un’altra qualsiasi altra cosa, io scelgo l’altra cosa. Credevo di non essere brava e di aver sbagliato a credere di avere un’attitudine per la scrittura. Ho imparato che non è così: a me la scrittura piace, solo non mi piace scrivere, non mi fa stare bene. Uno scrittore e un editor sanno entrambi maneggiare la scrittura, ma uno ha il desiderio di comunicare con il mondo (dunque si mette a scavare, inventare, raccontare), mentre l’altro vuol tenersi tutto per sé. Quello che ho fatto, dopo aver lavorato per Lalineascritta e dopo essermi liberata da questa idea per cui solo chi vuole scrivere può interessarsi di scrittura, è formarmi sul piano professionale: prima con l’editor Laura Bosio, poi con la Grandi e Associati e con Laura Lepri. Sono arrivata alla The Italian Literary Agency, con la quale tutt’ora lavoro, e ho aperto il blog (ilibrideglialtri) cominciando a fare da me.

Deborah Donato, l’autrice: Mi sono laureata in Filosofia con una tesi sulla semiotica e l’estetica di Umberto Eco, nella quale ho cominciato a interessarmi del rapporto di cooperazione fra lettore e autore in un testo. Dopo la laurea ho svolto un dottorato, occupandomi della filosofia del linguaggio di Wittgenstein, e un post-dottorato, nel quale mi sono interessata alla fisica quantistica di Schrödinger. Ho anche tradotto dei testi dal tedesco (Hegel e Schrödinger) e reputo l’esperienza di traduzione molto formativa per chi scrive. Ti porta più di ogni altra cosa a riflettere sul peso e l’aroma di ogni singola parola.
La mia formazione comprende anche due scuole di specializzazione per l’abilitazione all’insegnamento di Filosofia e Storia e Lettere nella scuola. L’insegnamento credo che rimanga il luogo privilegiato da cui osservo la natura umana.


 

Come è in concreto la vostra giornata lavorativa? 

Francesca de Lena, l’editor: Lavoro quasi sempre in biblioteca, perché dove vivo ora (Formia) ce n’è una bellissima, con le finestre ampie che affacciano sul mare. Quindi vado lì e per la prima ora rispondo alle e-mail, mi occupo dei social e di organizzare gli impegni – così intanto mi sveglio, che è l’attività più difficile della giornata. Se ho da fare un editing comincio il lavoro sul testo, al computer. Se ho da valutare un manoscritto accendo il kindle e mi metto a leggere e prendere appunti. Organizzo le lezioni per Apnea e gli incontri su skype con gli autori. Scrivo i pezzi per il blog o per altre riviste, tra cui quelli di “La verità, vi prego” la rubrica di valutazione inediti pubblica e gratuita che sono sempre più felice di aver inventato perché seguo una politica nel mio mestiere che è quella della trasparenza: «Guardate, non faccio niente di magico: cerco di lavorare bene».

Deborah Donato, l’autrice: La mattina sono a scuola; insegnando Lettere, il mio rapporto con i testi, la parola scritta e poi letta, interpretata, gli effetti che essa produce nei ragazzi, sono la dimensione bella nella quale vivo. Cerco di imparare dagli autori che leggo in classe, e lavoro molto sulla scrittura creativa con i ragazzi. Nel pomeriggio, trascorro il tempo dividendomi fra gli impegni di madre di tre figli e la passione per la lettura e la scrittura. Solitamente scrivo la mattina all’alba o la sera quando tutti sono andati a dormire. Nei momenti di massimo lavoro e premura nel consegnare un capitolo, mio marito mi ha aiutato molto con i figli, lasciandomi la libertà di rinchiudermi nel mio studio.


 

Cosa vi piace del vostro lavoro?

Francesca de Lena, l’editor: Vedere come le cose possono migliorare. C’è un servizio che offro di guida alla riscrittura: leggo la prima versione di una storia, osservo dove c’è da lavorare, ne parlo con l’autore e poi comincia un lungo lavoro di revisione: lui riscrive, io rileggo e annoto, ne parliamo insieme e da capo. Alcune delle persone con cui lavoro sono al loro primo esperimento di scrittura e i problemi sono tanti. Le prime volte mi scoraggiavo, mi dicevo “mammamia e adesso dove metto le mani?” e poi mi sono accorta che c’è quasi sempre un momento in cui mi sembra di aver detto tutto quello che potevo dire su un capitolo e che dall’altro lato le cose non si muovono come avrei voluto e che finirò addirittura per peggiorare la situazione, ed è proprio in quel momento – di solito alla terza revisione – che invece l’autore comincia a mettersi in gioco e i cambiamenti arrivano e sono importanti, e le storie diventano più belle.

Deborah Donato, l’autrice: Tanto in quello a scuola, quanto in quello nel mio studio, la realtà in cui mi trovo a vivere è differente da quella che solitamente le persone chiamano “realtà”. Vivo con personaggi e dialoghi, descrizioni di ambienti e resa di emozioni. Questo per me è fonte di grande gioia.


 

Cosa vi piace meno?

Francesca de Lena, l’editor: Il fatto che da quando faccio questo lavoro leggo molto meno quello che vorrei. Cioè: leggo tutto il giorno quello che devo leggere, e mi rimane pochissimo tempo e anche meno voglia di una volta di ritagliarmi momenti per leggere ancora. E anche il fatto di lavorare da sola. Comincia a pesarmi non avere un collega, qualcuno con cui condividere i progetti. Inizio a pensare di voler incrociare la mia strada con quella di qualcun altro.

Deborah Donato, l’autrice: Scrivere è bello, riscrivere e poi riscrivere e poi riscrivere ancora è faticoso e a volte perdi la fiducia di riuscire a venirne fuori, ti prende lo scoramento perché vedi una distanza incolmabile fra ciò che dentro te vorresti dire e ciò che effettivamente riesci a esprimere. Quando si scrive per “hobby” non si coglie questa fatica della scrittura, quando si prova a fare della scrittura qualcosa di professionale e maturo, viene fuori il carattere “lavorativo” di questa passione, nel senso che non è un’attività a cui poter dedicare i ritagli di tempo della tua giornata, ma qualcosa che modifica interamente il tuo rapporto con le cose, anche mentre svolgi altre attività.


 

Che cosa rappresenta, per voi, l’editing di un romanzo?

Francesca de Lena, l’editor: Per me l’editing è una parte della scrittura, né più e né meno. Gli scrittori navigati fanno meno editing “a posteriori” solo perché hanno un’enorme consapevolezza del proprio mestiere e scrivono facendo già editing in mente. Ma anche per loro è una tappa obbligata. Altra tappa obbligata di cui si parla poco è quella che precede la scrittura. È importante mettere giù le immagini, farsi guidare dalla penna – sì. Ma c’è anche la necessità di ragionare attorno a una storia, porsi domande senza rispondere in maniera affrettata, far sedimentare una forma e un’idea. Senza un’idea non si va da nessuna parte: si gira in tondo.

Deborah Donato, l’autrice: È proprio il salto di qualità, di cui parlavo, dalla scrittura come passatempo a una scrittura professionale.


 

Quali sono i vantaggi dell’editing per uno scrittore?

Francesca de Lena, l’editor: Uno scrittore non può non fare editing. Non è una cosa che si può scegliere di non fare. Può però decidere e essere in grado di farlo da solo (e affidarsi comunque per l’ultima stesura all’editor interno alla casa editrice che lo pubblicherà) o decidere di farlo insieme a un professionista.

Deborah Donato, l’autrice: Nei momenti di sfiducia, nei quali credi di essere entrata con la tua storia in un vicolo cieco, l’editor è colui che può tirarti fuori da questa impasse. Ad esempio, io – prima di iniziare il lavoro di editing – avevo riscritto almeno cinque volte il mio romanzo, ma mi ero impelagata senza soluzione nel problema dell’io narrante. Non riuscivo a decidermi fra una terza persona, che era richiesta dalla tipologia della storia che narravo, e l’io narrante, più affine alle mie corde. Quando cozzi costantemente contro il tuo limite, ti rendi conto che non hai gli strumenti “tecnici” per venirne fuori; e allora mi sono rivolta a una professionista. Uno dei vantaggi dell’editing è fare uscire i personaggi dalla tua testa e renderli in qualche modo reali: ne parli con l’editor, vi scontrate magari sul loro carattere, inizi a pensare a loro come esseri dotati di una esistenza indipendente da te. In concreto: inizi a pensare alla tua scrittura non più come a un atto privato, ma come a un “fatto”.


 

Quale credete sia il riguardo generale che gli autori contemporanei mostrano nei confronti dell’editing? C’è più fiducia o reticenza?

Francesca de Lena, l’editor: Credo che come tutte le cose – e sicuramente le cose editoriali – ci siano cicli, fasi, addirittura mode. Prima l’editor era un mostro cattivo che stravolgeva le intuizioni pure e talentuose degli scrittori, adesso è un mago dei cui trucchi avere timore e reverenza. L’editor è invece solo un professionista della scrittura e dei meccanismi narrativi e, se ha talento, la sua dote più grande è quella della maieutica. Deve scovare dov’è la storia quando chi scrive non la vede. Il suo occhio esterno si accorge di un personaggio lasciato ingiustamente in un angolo e ha il coraggio di ammazzarne un altro perché sa che quella storia non è il suo posto. I conflitti e gli obiettivi di una storia sono la stella cometa di un editor, e le scene e la lingua il tavolo di lavoro. L’editing richiede non solo capacità e competenze ma un talento creativo.

Deborah Donato, l’autrice: Molta reticenza, credo. Se ne parla solo fra gli addetti ai lavori, ma non ho ma letto in una intervista di presentazione del suo nuovo romanzo, un acclamato scrittore tessere gli elogi del suo editor. Penso che ciò accada perché c’è paura che presso il grande pubblico il lavoro dell’editor sia confuso con quello del ghost-writer. Ad ogni modo, constato fra i lettori ancora molto del mito romantico dell’invenzione come libera e immediata creazione dello spirito, per cui l’editing appare una sorta di doposcuola per gli impreparati.


 

Qual è il confine, secondo voi, tra editing e riscrittura?

Francesca de Lena, l’editor: Se per riscrittura intendi quella dell’editor, non so risponderti perché io non la prendo proprio in considerazione. Per me scrivere al posto dell’autore si chiama ghostwriting, non editing. È un altro mestiere. Ma non ho timore di entrare di petto su un testo che ne ha bisogno. Per intenderci, quando si dipinge Gordon Lish come un malvagio approfittatore della sensibilità di Carver, o quando si tenta di dire che i racconti di Carver non editati siano più belli di quelli passati per le mani di Lish, a me viene un po’ da ridere. Mi pare innegabile che Carver sia diventato quello che oggi rappresenta perché Lish ha costruito quella forma lì, quella lingua lì. Ma anche in questo caso è una questione di mode: c’è stato un periodo in cui non si poteva più pubblicare uno scrittore senza scrivere in quarta un riferimento al minimalismo, alla “lingua esatta e tagliente” e allo stesso Carver. Poi c’è stato un contrordine: «guardate la purezza del vero talento prima dell’accetta dell’editor!» Sono estremizzazioni e sono anche abbastanza ingenue. Carver era un ottimo scrittore, eccellente, e lo sarebbe stato anche senza Lish – ma in maniera diversa. Come? Non lo sapremo mai. Con Lish è diventato “Carver, il padre del minimalismo”.

Deborah Donato, l’autrice: La mia editor non ha mai scritto neppure un avverbio nel mio romanzo, né ha mai dato suggerimenti impositivi per la trama. In generale, credo che l’editing sia piuttosto un fare all’autore le domande che lui non riesce a farsi, piuttosto che dargli le risposte. Penso che l’editing abbia una funzione maieutica. Prima di fare editing, temevo anche io che fosse qualcosa che toglieva la tua firma alle cose che scrivevi, che le spersonalizzasse. Invece non è così, anzi se è fatto bene l’obiettivo che persegue è proprio quello di fare trovare a uno scrittore la propria voce.


 

Quali sono i vostri scrittori preferiti?

Francesca de Lena, l’editor: Io mi sono formata con gli scrittori di racconti ed è la letteratura che continuo ad amare più di ogni altra. Guy de Maupassant, Anton Čechov, Flannery O’Connor, Goffredo Parise, Yasunari Kawabata sono nel mio Olimpo. Poi ci sono molti americani, tra tutti: Richard Yates, John Cheever, Charles D’Ambrosio e la regina dei racconti lunghi Alice Munro. Tra gli italiani vivi (perché non sopporto chi non parla dei vivi): Marco Lodoli, Giulio Mozzi, e mi piacque molto “Dieci” di Andrej Longo. Ho cominciato ad amare i romanzi più tardi e a leggere, tra gli italiani, Natalia Ginzburg, Giuseppe Pontiggia, Elsa Morante, Primo Levi. Resto però sempre attratta dalla forma, che, anche in un romanzo, deve essere non per forza breve ma sicuramente ben strutturata, compatta, intensa. Negli ultimi anni ho apprezzato romanzi che però erano ripartiti come racconti: “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère, “Tre anni luce” di Andrea Canobbio, “Lacci” di Domenico Starnone.

Deborah Donato, l’autrice: Marcel Proust, Thomas Mann, Lous-Ferdinand Céline e Gabriel Garcìa Marquez. Neanche un italiano? No, non riesco a scegliere fra gli italiani, perché sono come i tutor che mi hanno accompagnato dalle elementari fino ad ora, quindi sentirei di fare un torto lasciandone fuori qualcuno. Diciamo che per motivi sentimentali sono molto legata ai siciliani (Pirandello, Verga, Tomasi di Lampedusa, Bufalino).

 


 

E i vostri editor preferiti?

Francesca de Lena, l’editor: Non ho editor preferiti perché non ho mai visto nessuno di loro al lavoro. Non ho mai lavorato in casa editrice. Degli editor conosco quello che conosce chiunque è interessato a questo mestiere e dunque potrei fare qualche nome autorevole come Grazia Cherchi, per esempio, sulla quale ho letto molto, ma non saprei davvero dire qualcosa su di lei. Questo è un mestiere ancora molto nascosto e per imparare a farlo io mi sono messa a studiare e copiare quello che scovavo nel lavoro degli altri. Leggo da sempre Giulio Mozzi e Luisa Carrada, perché loro hanno blog in cui mostrano quello che fanno e condividono la loro esperienza. Non c’è molto altro in giro, alla luce del sole.

Deborah Donato, l’autrice: Maxwell Perkins: è affascinante (forse vi è anche molta aneddotica) il suo rapporto con Hemingway e Fitzgerald. E poi uno dei miei scrittori preferiti è stato anche uno dei più importanti editor: Italo Calvino, che sosteneva di avere dedicato più tempo ai libri degli altri che ai suoi. E qui arriviamo alla mia editor preferita, che ho conosciuto proprio grazie a queste parole, “I libri degli altri”, nome del blog di Francesca De Lena.


 

Il corso sull’editing Apnea intende insegnare il mestiere dell’editor nella pratica, lavorando concretamente sui romanzi degli autori. 

  • Cosa ti ha spinto a idearlo?

Francesca de Lena, l’editor: Quando ho deciso di fare questo mestiere ho cercato ovunque qualcuno che mi aprisse le porte del proprio metodo: mi facesse vedere come si lavora a una storia. Non l’ho trovato. Solo brevi workshop di un fine settimana o corsi multidisciplinari sui “mestieri dell’editoria”. Quello che cercavo io era invece vedere una narrazione crescere dalla prima stesura fino alla presentazione al pubblico, e Apnea è il laboratorio che avrei voluto frequentare.

  • Cosa ti ha spinto a partecipare con il tuo romanzo?

Deborah Donato, l’autrice: Testare il tipo di reazione che il mio romanzo suscitava in lettori professionisti e raccogliere buoni suggerimenti su come modificare i punti che non convincono.


 

Come funziona il corso nel concreto?

Francesca de Lena, l’editor: Per prima cosa ho inviato ai partecipanti le sole prime 20 pagine dei manoscritti di cui ci saremmo occupati. Ho fatto lo stesso con Luca Briasco – ora editor per la straniera di Minimum Fax – che ha aperto il laboratorio con la prima lezione. Volevo mostrare a tutti la realtà, e la realtà è che un editor (o un lettore professionista, o un consulente) comincia a leggere, ma può fermarsi molto presto. E non lo fa per insensibilità, ma perché ha gli strumenti per capire con 20 pagine se una cosa funziona, se non funzionerà mai, o se non funziona ma potrebbe funzionare. Sono strumenti che vanno affinati. Per la seconda lezione ho inviato loro i romanzi interi e gli ho chiesto di scrivere una valutazione. Dopodiché abbiamo cominciato il lavoro sui testi: scandito dagli argomenti delle lezioni (perché i partecipanti sono comunque alle prime armi e c’è bisogno di mostrare loro di che cosa si parla) e da moltissimo (forse troppo, dicono che sembra un corso di Navy Seals) lavoro concreto. Fanno scalette, smontano le scene, e soprattutto chiedo di darmi proposte proposte proposte. Dico sempre loro che capire quello che non va è solo un passo – che pur bisogna imparare – del mestiere: poi ci vuole il saper trovare una soluzione.

Deborah Donato, l’autrice: Francesca e gli aspiranti editor si incontrano senza di me e l’altro scrittore (Luca Mercadante) per mettere in luce i punti che non funzionano dei nostri romanzi o, comunque, per proporci alcune soluzioni stilistiche ma, soprattutto, in merito alla credibilità dei personaggi e della trama. Da queste loro lezioni, nascono le schede di lettura che ci vengono inviate e che noi leggiamo e valutiamo (siamo d’accordo? Davvero volevamo dire questo?) prima dell’incontro mensile con loro, su skype. Questi incontri, in cui si dialoga volta per volta con ogni partecipante al corso e, poi, si crea un dibattito su alcuni punti del romanzo, sono per me una fonte di riflessione davvero preziosa.


 

Andare nel concreto dunque spesso funziona meglio delle spiegazioni. Vi andrebbe di parlarci di un punto su cui avete discusso durante il laboratorio Apnea? Quale la scelta finale e perché?

Francesca de Lena, l’editor: Abbiamo discusso molto sulla tendenza di Deborah ad avere uno sguardo catalogatore sui personaggi. Del genere narrativo (banalizzando: “questo personaggio è geniale”, “questo personaggio è arrabbiato”, “questo personaggio è oppresso”) e del genere filosofico (sempre banalizzando: “questo personaggio rappresenta la volontà di preferire l’arte alla passione”, “questo personaggio rappresenta il senso di inadeguatezza”), che è la sua deformazione professionale – la filosofia, intendo. Stiamo ancora discutendo dell’inizio e della fine, perché la trama c’è tutta, ma non ci convince il modo in cui si entra nella storia né quello in cui se ne viene fuori. Ma non posso parlarti di scelte finali, perché il laboratorio è in corso e non ce ne sono ancora.

Deborah Donato, l’autrice: I punti sono stati vari; diciamo che quello a me ha colpito di più – forse perché è una delle cose a cui tengo maggiormente – è l’incompletezza della descrizione della mia protagonista e la sua non totale credibilità. Lei si chiama Giulia e dopo la tragica morte dei suoi genitori, scopre che sua madre ha avuto un amante per tutta la vita, che poi scoprirà essere anche il padre di suo fratello. Quello che durante il corso di Apnea è emerso è che la reazione di Giulia alla morte dei genitori (al funerale) è poco credibile: troppo fredda; che non sono riuscita a fare emergere bene i conflitti familiari narrati in flashback e che conseguentemente le sue scelte per lo svolgimento successivo della trama appaiono poco comprensibili al lettore. Un punto dolente è anche la maniera in cui Giulia ha scoperto dell’esistenza di questo amante: ci siamo accordati sul ritrovamento di alcune lettere, ma è stato un punto sul quale, lo ammetto, la sottoscritta scrittrice ha molto ostacolato gli aspiranti editor. La scelta finale sulla messa in scena dei conflitti familiari, invece, mi ha trovato molto d’accordo. Adesso si tratta di riscrivere le parti in flashback che fanno luce sul rapporto madre/figlia, padre/figlia.


 

  • Cosa vorresti dire a Deborah?

Francesca de Lena, l’editor: Che è un’autrice molto coraggiosa e umile – già essere stata disponibile all’esperimento di Apnea lo dimostra – e che queste due caratteristiche combinate le permetteranno di fare sempre di più e meglio. E che deve imparare a lasciarsi andare di più nella storia, e allo stesso tempo non lasciarsi mai andare alla scrittura, perché lì ci vuole controllo. In effetti, scrivere è un atto dall’equilibrio complicatissimo, direi funambolico, che ti costringe costantemente a guardarti dentro e a rimanerne fuori.

  • Cosa vorresti dire a Francesca?

Deborah Donato, l’autrice: All’inizio del nostro rapporto, si parla oramai di due anni fa, avrei voluto dirle di essere più espansiva in certi momenti, di dare maggiori soddisfazioni quando un capitolo riusciva bene. Adesso, invece, mi rendo conto che quella sua “freddezza” o rigore sono stati molto utili per non abbassare mai la guardia, per non accontentarmi mai dei risultati raggiunti. Quindi le direi di continuare così, decisamente.

 

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