4a puntata – Dove crescono le rose selvagge

17889004_1278879902225530_929748575_n

Nel quarto episodio, Vitangelo Sautafossa riflette sulla sua vita sentimentale e su chi è veramente mentre sul suo cammino si mettono d’ostacolo donne venute dal passato e uomini che hanno tutta l’intenzione di svelare la scomparsa del cognato alla polizia.

 

Da qualche settimana, di comune accordo tra tutti i membri dello Stardust Quartet, aveva preso piede l’abitudine di concludere le prove cambiando genere e suonando qualche grande classico del rock.

Alla voce, seppur con notevoli stonature, si intratteneva Luca, il pianista del gruppo.

Era, il loro, un tentativo di non restare troppo legati al grande amore che li accomunava, il jazz, e un modo come un altro per non cadere nella trappola della routine. Forse, era pure uno spiraglio per eventuali nuove opportunità di lavoro, ma di certo anche la scelta dei pezzi da suonare era condizionata dalle loro passioni.

Quel giorno era toccato allo stesso Luca scegliere, e aveva optato per un brano dei Beatles, di cui era fan indomito, “Yer Blues”. Quello che n’era venuto fuori era un appassionato cocktail di rock e jazz, in una cover che metteva al centro dell’armonia il pianoforte.
Quando le bacchette toccarono per l’ultima volta il rullante e la musica terminò, nella mente di Vitangelo si ricompose l’immagine di sua sorella. Rimise i ferri del mestiere nella loro custodia e, di fretta, salutò tutti e uscì dalla sala prove. Dalla saletta accanto, anticamera della porta di uscita, mentre cercava in fretta di rollarsi una sigaretta poté ascoltare quelle battute, a limite tra il goliardico e il maschilismo più becero, tipiche del cameratismo da bar tra amici.
Si immaginavano chissà quale “puttanella”, i ragazzi del gruppo.

Sebastiano, che sul palco suonava il basso ma nella vita preferiva trovarsi al centro dell’attenzione, si lanciò in una imitazione della tipica “troietta Vitangeliana”: la solita ragazzina stupida e sprovveduta che intravede negli occhi profondi del batterista un tormento interiore da cui solo lei può salvarlo, e che cerca di tirargli fuori quel tormento succhiandoglielo via.
Di certo una femminista non si sarebbe trovata a suo agio, lì in mezzo. E per la prima volta nemmeno Vitangelo era suo agio.
Forse la recente rottura con Agata, amplificata da quel bigliettino trovato sotto la porta di casa sua, lo aveva colpito più di tante altre storie finite male di cui era stato, suo malgrado, causa e protagonista. O forse, più semplicemente, stava cambiando, e iniziava a rendersi conto che, al contrario di come cantavano i Rolling Stones, “il tempo non era più dalla sua parte”.
Si girò, come a voler voltare le spalle a quelli che erano i suoi amici e a quelle risate di cui, mille e più volte, era stato complice e che oggi gli suonavano così cattive da non poterle sopportare. Imbracciò la sua roba, fece un cenno al tecnico del suono e uscì, con la sua sigaretta tra le labbra e un leggero mal di testa.

Un rapido rifornimento al supermercato era necessario, dopo aver constatato lo stato in cui versavano le credenze e il frigorifero di sua sorella. Riempì tre buste di viveri e le portò da Vittoria.
«Sono a casa», urlò una volta messo piede nell’appartamento. Ripose le buste sul tavolo della cucina e poi andò ad accettarsi delle condizioni della sorella. La trovò sempre a letto, sempre rannicchiata su se stessa.
«Ti sei mossa da lì?»
Non ottenne risposta.
«Adesso ti preparo qualcosa da mangiare».
«Non ho fame».
«Vorrà dire che farai uno sforzo».
Dalla cucina, dopo circa una ventina di minuti, Vitangelo tirò fuori una carbonara che solo dal profumo avrebbe risvegliato un morto. Vittoria, presa a forza dal letto e messa a sedere alla tavola che il fratello aveva imbandito per lei, ne masticò con fatica due forchettate.
Con i cadaveri forse quella carbonara avrebbe funzionato, ma lei stava peggio di un morto.
Vitangelo decise di non continuare a insistere. Non riusciva più a rassicurarla dicendole che tutto sarebbe andato bene. L’unico modo che gli veniva in mente per tranquillizzarla era dentro ad una boccetta comprata in farmacia.
Le somministrò il calmante. Decise di abbondare, aggiungendo due o tre gocce in più della razione abituale. Poi la accompagnò a letto e si mise, con le maniche della camicia tirate su, al lavabo della cucina per lavare le stoviglie.
Mentre raschiava una padella fin troppo ostinata nel restare incrostata, sentì il suo telefono, nella tasca posteriore dei jeans, vibrare. Lasciò perdere le pulizie, si asciugò le mani con un canovaccio e sbirciò il messaggio.
«Ti sei già dimenticato di me?», lesse. Il mittente era Andrea.
Alle sue orecchie risuonarono le parole e le risate dei suoi amici. Poggiò il telefono, senza rispondere, e riprese in mano la padella che stava lavando. E mentre con la paglietta cercava di strappare via i residui di cibo e sugo incollatisi all’acciaio inox, scacciava via dalla sua mente il sorriso di Andrea, quella sera, al pub.
«Non posso farlo, non posso prendere per il culo pure lei, basta Vitangelo, basta» si diceva, e mentre lo diceva immaginava Andrea e le sue labbra, sul suo petto, mentre sua sorella piangeva in un letto accanto al suo e i suoi amici ridevano di lui. Nella sua mente, ad un certo punto, apparve Sebastiano che, in falsetto, urlava “Sì, Vitangelo scopami, scopami, sono la tua troietta Vitangeliana, l’ennesima che non richiamerai, scopami Vitangelo, scopami”.
Lasciò cadere la padella nel lavabo. Mise la schiena contro il muro, chiuse gli occhi e si passò una mano sulla faccia. Si impasticciò la barba con la schiuma del sapone che stava usando per pulire le stoviglie.
Scoppiò a ridere. Una risata forte, chiassosa, scalmanata.
Si asciugò la faccia con un grembiule da cucina appeso al muro. Prese il telefono, e scrisse.
«Ho avuto un po’ di casini, ma se ti va possiamo bere un bicchiere adesso. Ci vediamo da me tra un quarto d’ora?»
La risposta fu praticamente immediata.
«Dove abiti?»
«Via Cronato 48, alle spalle di viale Mario Rapisardi. Conosci?»
«Credo di aver capito. Mezz’ora e sono da te».

Andò in bagno e si lavò per bene la faccia, cercando di togliersi quel brutto odore di limoni del detersivo. Dopo una lotta che gli sembrò durare un’eternità, finalmente aveva smesso di profumare come una pentola.
Diede un’occhiata prima all’orologio, che segnava quasi le dieci, e poi dentro alla camera della sorella, che si era appena addormentata. Fece attenzione a ogni minimo rumore, persino allo scattare degli interruttori della luce. Raccolse le sue cose, si premurò di girarsi una sigaretta e, uscendo, si lasciò scattare lentamente la porta alle sue spalle.
Tra tutte le preoccupazioni che si era preso, si dimenticò di una cosa soltanto: la padella dentro il lavabo, destinata a rimanere incrostata per chissà quanto altro tempo, vittima innocente della passione di Vitangelo per le donne.

 

Per attraversare viale Mario Rapisardi e giungere a casa sua, Vitangelo impiegò giusto il tempo di una sigaretta. Aprì il portone d’ingresso e salì i pochi scalini che gli si presentarono davanti. Sotto lo zerbino, messo in modo che si potesse vedere, trovò un foglietto. Lo aprì: ci trovò scritto, di nuovo, “Fottiti maiale”.
Lo accartocciò e lo mise nella tasca dei jeans.
Ebbe il tempo di entrare a casa, spruzzare un po’ di deodorante per ambienti e svuotare due posacenere prima che il citofonò squillasse.
«Perdona il disordine, come ti dicevo è un periodo un po’ incasinato» le disse, prima di scambiarsi due baci sulle guance.
«Non preoccuparti, la mia stanza è messa molto peggio, gli sorrise la ragazza.
Vitangelo le si portò alle spalle e le diede una mano nel liberarsi dal pesante cappotto nero che portava.
«Devo essere sincero – esordì – ma ho bluffato quando ti ho detto di farci un bicchiere insieme. Sono appena tornato e non so nemmeno se in casa c’è qualcosa da bere».
«Possiamo sempre andare a prendere una birra da qualche parte».
«No, ti scongiuro, no! Ho avuto una giornataccia e non me la sento proprio di uscire. Però… – disse aprendo il frigo – posso offrirti mezza Peroni grande aperta da qualche giorno! Sono davvero un disastro come Don Giovanni, eh?»
Risero entrambi.
«Ce la faremo bastare», rispose Andrea sedendosi sul divano al centro del soggiorno.
«Ce la faremo bastare», ripeté Vitangelo, che s’era già scordato dell’assenza di birra in casa e aveva posto tutte le sue attenzioni sull’elastico di silicone delle autoreggenti nere indossate dalla ragazza, che si intravedeva per merito della collaborazione tra il divano su cui si era accomodata a gambe accavallate e l’abito nero che vestiva..
Da una vetrinetta venne fuori a un certo punto una bottiglia di whisky di cui Vitangelo non ricordava nemmeno l’esistenza. Ne ingollò il primo sorso nello stesso istante in cui Andrea gli chiese come mai un ragazzo come lui, così carino e pieno di entusiasmi, fosse ancora single.
«Perché sennò non ti avrei conosciuta», avrebbe voluto rispondere per fare lo splendido.
«Perché non ho ancora trovato la ragazza giusta», rispose, raschiando fino in fondo il barile della banalità.
«E come dovrebbe essere questa “ragazza giusta”?»
«Intelligente, simpatica, sveglia, curiosa e mossa sempre da una forte passione per la birra».
La ragazza abbassò lo sguardo e sorrise. Vitangelo le si avvicinò.
«Ricordo male o la prima volta che ci siamo conosciuti bevevi una rossa doppio malto?»
«Ci sta provando con me, avvocato?»
Le si avvicinò un altro po’.
«No, un avvocato non si permetterebbe mai di insidiarla, Signorina».
«Allora è il batterista che ci sta provando con me? »
La mano di Vitangelo si strinse sulla coscia di Andrea.
«Lui è un tipo che si permetterebbe».
«Ma ci siamo appena conosciuti», rispose la donna in uno slancio di pudicizia che non le calzava, considerando che se l’era messo addosso mentre stava ricevendo una visita sotto la gonna.
«Possiamo sempre conoscerci meglio» ribatté Vitangelo, frattanto che la sua mano aveva appena terminato di scivolare sull’autoreggente e si era appoggiata alla carne.
«Ma ti sembro abbastanza intelligente, simpatica, sveglia e curiosa, per i tuoi gusti?», e nel pronunciare queste parole la ragazza portò le sue mani intorno al collo di lui.
«A me sembri splendida, e non mi importa di nient’altro», concluse Vitangelo, prima di cingerle la vita con la mano che era rimasta libera e baciarla.

Rimasero labbra contro labbra a lungo, come se baciandosi senza staccarsi mai potessero allungare per sempre quella notte. Come se, in quel bacio, si nascondesse il segreto per sentirsi ancora una volta vivi.
Fecero l’amore lì, sul divano. I loro corpi si ritrovarono ad esultare della stessa passione nonostante il freddo che era calato su quella stanza, a causa di alcuni spiragli negli infissi alle finestre mai del tutto risolti. Vitangelo non se ne accorse nemmeno. Lei, invece, tremava. Si strinsero con più forza, e rifecero l’amore, subito, senza nemmeno concedersi una tregua.

Dopo l’amore, ancora sdraiati, Andrea afferrò la sua borsa, appesa allo schienale di una sedia. Ne tirò fuori una canna già rollata, con la parte finale della cartina arrotolata in un fiocchetto.
«Te li fai due tiri?»
Vitangelo non era certo un santo. Però erano ormai anni che non fumava marijuana, e allora gli venne spontaneo rifiutare.
«Ma è un problema per te se io…»
«No no, fino a due anni fa me le facevo anch’io. Poi però ho smesso e non mi va di riprendere il vizio».
«Se ti da fastidio, dico davvero, posso evitare».
«Nessun problema».
«Mi è rimasta questa abitudine a causa di un mio ex; dopo ogni volta che facevamo l’amore fumavamo sempre. Questa è l’unica cosa buona che mi ha lasciato!»
«Per fortuna non era un eroinomane, allora, sennò la tua vita sarebbe sembrata lo spin-off di “Amore tossico”» disse Vitangelo alzandosi dal divano per prendere posacenere, accendino, tabacco e tutto l’occorrente per fumarsi una sigaretta.

Lei rise alla sua battuta, ma dalla sua risata si leggeva il fatto che non avesse mai visto quel film. Lui se ne accorse, ma fece finta di niente. Passò l’accendino ad Andrea, che ne portò la fiamma davanti alla canna e l’accese. L’odore forte della marijuana riempì la stanza già dalla prima boccata. Non dissero altre parole. Si carezzarono, e non lesinarono baci e sorrisi. Una vera complicità non ha certo bisogno di voci. Dopo poco lei si addormentò, con il viso rivolto verso di lui. La sua guancia destra, schiacciata contro il cuscino, assunse una smorfia ridicola che fece sorridere Vitangelo. Poi con una mano le carezzò la pelle nuda, sotto le coperte. In quegli attimi pensò all’eventualità che quella ragazza, seppur fosse ancora un pianeta da esplorare da cima a fondo, potesse essere il suo posto giusto.
Rimase a guardarla per qualche minuto.
Di certo era bella, ma quante erano state le donne belle che non erano riuscite a farlo sentire a casa?
Quante erano state quelle donne sedotte o seduttrici che alla fine non erano riuscite ad accendere la luce in quel buio?
Quante erano state, tutte quelle donne?
Troppe, decisamente troppe.

Fece attenzione nello sgattaiolare fuori dal letto. Tutto quel ragionare gli aveva fatto passare il sonno, sostituendo quel bisogno con la voglia di fumare. Andò in cucina, dove trovò tabacco, filtri e cartine. Poi adocchiò, appoggiato al posacenere, quello che era rimasto dello spinello. Lo prese tra l’indice e il pollice.
«Ma si, ma chi se ne frega», sussurrò prima di accenderlo.
Tossì dopo la prima boccata. Il sapore era acre, con una punta di acidità che tradiva la presenza di ammoniaca. Il secondo tiro andò meglio. Al terzo, era come se non avesse mai perso il vizio.
Prese il suo notebook e si sedette sul divano.

«In fondo non ho mai fatto nulla di male – pensava – qualcuna non ci sarà stata bene, ma a me tutto quello che ho fatto è sempre piaciuto. E poi cosa vogliono da me, l’amore? Forse non sono nemmeno capace, di amare», e nel frattempo lo spinello tra le sue dita era quasi terminato.
Dal pc aprì la pagina di Youtube.
Aveva voglia di ascoltare un po’ del suo adorato Coleman Hawkins.
Era stata una notte incantevole, “una di quelle notti come forse ci possono capitare solo quando siamo giovani”. E fu a causa di quel senso di dissacrazione e distruzione delle cose belle che gli era sempre venuto così naturale, che non mantenne basso il volume della musica.
Di certo, poi, l’ebrezza della marijuana non aiutava le buone maniere, né la capacità di ragionare.
La presenza di Andrea a casa sua, nel suo letto, nei suoi spazi, in una manciata di minuti era diventata motivo di forte fastidio. La tenerezza delle carezze si era trasformata nella necessità di ristabilire le distanze.
Da Coleman Hawkins passò a Dave Brubeck.
Avrebbe voluto svegliarla, cacciarla fuori di casa e non rivederla mai più, ma voleva anche stringerla forte al petto e dirle di non andarsene mai.
Era confuso. Su quella sera, su quello che sentiva, su sua sorella e su quello che avrebbe dovuto fare.
Si accorse che tra le dita gli era rimasto solo il filtro. Lo schiacciò contro il posacenere.

Poi si appoggiò al tavolo. Prese la bottiglia di whisky e ne bevve un sorso. Tossì, di nuovo.
Un altro segnale della fine degli anni selvaggi della giovinezza.
Chiuse il notebook, e la musica cessò. Si fermò sulla porta della stanza da letto. La luce del salotto si infrangeva in piccole schegge che illuminavano le coperte sotto le quali Andrea stava dormendo di un sonno imperturbabile.

«Oggi è andata così, domani si vedrà», disse tra sé.
E per la prima volta, si sentiva in bilico tra quello che voleva ancora essere e quello che stava diventando.

 

Riaprì gli occhi quando il profumo di caffè gli assalì le narici. Si stiracchiò, poi un colpo di tosse. Quando mise i piedi fuori dal letto, dall’altra stanza sentì un “buongiorno” che gli parve talmente strano da fargli pensare stesse ancora sognando.
L’orologio batteva le nove.
Si mise in piedi. Era nudo, e un forte mal di testa gli martellava sulla fronte.
Fece finta di non aver sentito quella voce, archiviandola sotto la categoria “allucinazioni”, e iniziò a muoversi come tutte le mattine: indossò un paio di pantaloni larghi felpati e una maglietta, aprì la finestra, accese lo smartphone. Poi, di nuovo quella voce, ma questa volta oltre a lei arrivarono pure due mani, che portavano una tazzina di caffè, e attaccata a quelle mani c’era tutto il resto di Andrea. La ragazza gli si avvicinò e poggiò le labbra sulle sue. Quando gli chiese se avesse dormito bene, Vitangelo rispose abbozzando un “certo” con tanto di sorriso falso d’accompagnamento. Lei, senza che qualcuno glielo chiedesse, gli disse che non dormiva così bene da mesi. Lui abbozzò un’altra smorfia compiaciuta.
Dopo essersi guadagnato il bagno e aver portato a compimento la sua routine del mattino, tornò in cucina e bevve il caffè, che nel frattempo s’era freddato diventando imbevibile. Questa volta non riuscì a dissimulare il fastidio e andò a sedersi sul divano, dove s’impegnò nel rollarsi una sigaretta.
Fu solo a questo punto che si accorse che Andrea non indossava nient’altro che un suo maglione raccattato in camera da letto. E ancora una volta pensò che si, bella lo era davvero.
«Tutto bene?» chiese la donna.

«Sì, certo, perché?»

«Sembri infastidito».

«No, no, è solo che sono in ritardo, ho degli appuntamenti di lavoro e dovrei darmi una mossa».

«Sicuro sia solo questo?»

«E il caffè era davvero una merda».

«Ah. Mi dispiace», la stoccata era andata a segno.
«Non è colpa tua, avrei dovuto berlo subito appena sveglio, quando era ancora caldo» ritrattò Vitangelo.
«Nient’altro?»
«Un po’ di mal di testa».
«Succede, quando fumi hashish dopo essere stato sobrio per anni».
«Era hashish?»
«Non dei migliori ma sì, era hashish».
«Per questo quell’odore strano…»

«Non mi sembra ti sia dispiaciuto, comunque».
«Mi dispiace averlo fumato tutto, non prendevo sonno, l’ho visto e non ho resistito alla tentazione».
«Allora mi sei debitore di una tentazione».
Vitangelo sorrise. Andrea gli si sedette sulle ginocchia, con il viso puntato dritto dentro ai suoi occhi.
«Sono pronta a riscuotere il mio debito», gli sussurrò, mentre con una mano cercava di farsi spazio.
Vitangelo la baciò rapido sulle labbra, un attimo prima di togliersela di dosso.
«Quando non avrò un cliente che mi aspetta troveremo modo di risolvere questo credito, Signorina» le disse, nascondendo sotto l’ironia la sua voglia di metterla alla porta.
Poi un altro bacio.
Sulla fronte.
Il sigillo che certificava ufficialmente la fine della luna di miele, e l’inizio della ricerca di vie di fuga.
Si scollò dal divano che non aveva nemmeno fumato la sua sacrosanta sigaretta post caffè.
Davanti all’armadio, tirò fuori da lì una camicia bianca e una giacca di velluto a coste. Da una sedia afferrò i jeans indossati il giorno prima. Dalla cassettiera prese mutande e calzini.
«Mi piacerebbe davvero poter stare tutto il giorno con te ma devo scappare» le urlò da una stanza all’altra.
La ragazza si era già cambiata, in cucina.
Vitangelo arraffò la prima cravatta che gli si parò davanti.
«Fatti sentire», gli intimò la donna, che gli si avvicinò e lo avvolse in un bacio intenso e profondo. «A stasera?» aggiunse.
Vitangelo non poté sottrarsi dal rispondere anch’egli “a stasera”.
Poi rimase solo, immobile, nella sua camera da letto, davanti all’armadio, mentre la vedeva uscire.
Prima di poter udire il chiudersi della porta, sentì: «E togliti quella cravatta, sta malissimo col marrone».
Dopo, un tonfo.

La porta era chiusa, e Andrea era fuori dalla sua vita.

 

Vitangelo si guardò allo specchio. Il suo naso era sempre uguale a come lo aveva lasciato, e la cravatta verde stava davvero male con la giacca che indossava. La tolse e decise di non cercarne un’altra.
Prese il telefono. Chiamò la sorella, che non rispose. Poi telefonò alla sua segreteria, dando mandato di annullare tutti gli appuntamenti. Quando la donna gli fece notare che c’era un solo appuntamento, con l’amministratore del condominio, le chiese di occuparsene senza disturbarlo.
Riprovò a chiamare Vittoria. Ancora nessuna risposta. Strinse i lacci delle sue Clarks, indossò il cappotto, mise tra i denti la sigaretta rollata ma non ancora fumata e uscì.

 

Quando i suoi piedi si ritrovarono sul viale, la prima cosa che notò fu il furgone verde del Laboratorio di suo cognato parcheggiato davanti al civico 134. Tirò un sospiro di sollievo. Nicola era tornato a casa.
Scavalcò due scalini alla volta, ma più si avvicinava al pianerottolo della sorella più forte sentiva una voce che dall’accento non sembrava italiana. Quando arrivò a destinazione trovò Cris, l’aiuto di Nicola in pasticceria, che schiacciava il campanello e urlava contro la porta chiusa.
«Che sta succedendo?»
«So che la signora è in casa, l’ho sentita tossire, sono tre giorni che vado a lavoro e non trovo nessuno. Perché non mi avvertono?»
Vitangelo, da buon batterista, improntò una jam session di cazzate per tenerlo buono.
«Nicola ha subito un lutto ed è dovuto partire, parenti lontani, in Germania. Mia sorella invece ha una brutta malattia infettiva e non può uscire di casa. Pensavo Nicola ti avesse avvertito, per un paio di giorni il Laboratorio resterà chiuso, ovviamente tutto pagato».
«Tutte cazzate. Io telefono a Nicola da domenica, prima il telefono suonava adesso è spento. Chiamo casa e nessuno risponde, vengo qui e tua sorella si nasconde. Io vado alla Polizia, io sono in Italia da quasi vent’anni, io non voglio problemi!»
«Non c’è nessun problema, davvero. Ci sono stati degli imprevisti, ma puoi stare tranquillo, nessuno ti rimanderà in India».
«Vengo dallo Sri Lanka!»
«E sta’ tranquillo che non ci tornerai».
«Ma io ho bisogno di lavorare! Senza lavorare io non posso mantenere i bambini. Nicola mi deve ancora quattro mesi di stipendio, io non posso stare senza soldi. Chi mi paga l’affitto? Tua sorella?»
«Che hai detto? Da quant’è che Nicola non ti paga?»
«Mi deve dare quattro stipendi, “c’è crisi, c’è crisi”, ma io ho bisogno di soldi per pagare l’affitto. Sta finendo novembre e saranno cinque gli stipendi arretrati».
«Va bene, ho capito – disse infilando la chiave nella porta – ti assicuro che presto avrai i tuoi soldi e il tuo lavoro. Adesso però io devo entrare a casa, mia sorella deve prendere le sue medicine. Vai a casa, appena tornerà Nicola sistemeremo tutto. Questione di giorni, stai tranquillo» concluse, aprendo uno spiraglio in cui a malapena riusciva a passare lui.
Poi, a porta quasi chiusa, aggiunse sottovoce: «Vai, vai tranquillo, ti chiamiamo noi».

 

«Vitto’, sono io. Sei sveglia?»
La ragazza stava seduta su una sedia in soggiorno, e guardava, attraverso il vetro, il cortile.
«Come stai?»
Fece spallucce.
«Ti ha chiamata Nicola?»
Scosse la testa.
«Ti va di mangiare qualcosa?»
Scosse di nuovo la testa.
Una vibrazione smosse la tasca della giacca di Vitangelo. Prese il telefono, e sul display comparve un nome che non si aspettava di leggere: Agata.
Si allontanò dal salotto e andò a rispondere in cucina, dove, mentre parlava al telefono, mise del latte in un pentolino.
«Cosa vuoi?»
«Voglio vederti, per parlare».
«Parlare di cosa?»
«Di noi».
«E cos’altro dovremmo dirci, ancora?»
«Che ci amiamo, e ci ameremo per sempre».
Vitangelo mise una mano in tasca e, quando la tirò fuori, stringeva tra le dita il bigliettino che aveva trovato sotto la porta di casa sua la sera precedente.
«Va bene, ho anch’io qualcosa da dirti».
«Ti aspetto al bar di fronte casa di tua sorella» disse lei, prima di chiudere.
Come faceva, Agata, a sapere che si trovava lì?
Vitangelo iniziò a pensare che la sua ex lo seguisse. E se lo aveva seguito quella mattina, di certo aveva visto Andrea uscire da casa sua. E se aveva visto Andrea uscire da casa sua, forse anche lei era in pericolo.
Il cuore iniziò a pompargli sangue, paura e adrenalina.
Il latte, nel pentolino, iniziava a puzzare di bruciato.

«Vittoria, io adesso devo uscire, ma torno tra poco. Mi raccomando, stai attenta. Ti voglio bene» le disse, poggiandole un bicchiere di latte caldo sul tavolino. Poi si ammantò con il cappotto sulle spalle e uscì.
Attraversò la strada. Pochi passi e, seduta a un tavolino, vide la chioma color fuoco della sua ex. Le si avvicinò con le mani in tasca. Ne tirò fuori una, e aprendo il pugno le mostrò il bigliettino che lei gli aveva fatto trovare. Lo lanciò sul tavolo, ma non ebbe il tempo di aggiungere altro perché le sirene di due volanti della Polizia si fermarono di fronte al bar, sotto al portone dove abitava la sorella.
Scappò fuori, rischiando di finire investito prima da un autobus e poi da uno scooter.
Agata prese il bigliettino, lo guardò attraverso le lenti scure dei suoi occhiali da sole, e lo strappò, riducendolo in brandelli.

Annunci


Categorie:Feuilleton - romanzi a puntate

Tag:, , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: