3a puntata – Dove crescono le rose selvagge

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Nel terzo episodio l’avvocato-musicista Vitangelo Sautafossa si fa distrarre dal suo lavoro ed è circondato da persone che apparentemente non c’entrano nulla con la vicenda, ma la ricerca di indizi continua, suo malgrado, e il mistero del cognato scomparso si fa sempre più fitto.

Il cielo madreperlato era minacciato da nuvole scure che, ancora lontane, sembravano uno stormo di avvoltoi in attesa del momento giusto per attaccare la preda.

Vitangelo guardava questa scena con mento e naso all’insù, seduto su una panchina in piazza Montessori, vicino al suo studio, con una sigaretta penzolante tra le labbra. La notte precedente non aveva trovato un tabaccaio aperto ed era stato costretto a ripiegare su un pacco di Lucky Strike rosse.

Era sveglio da meno di mezz’ora, e già portava al collo una cravatta a righe presa dall’armadio del cognato che mal si intonava al suo cappotto, e il cui nodo aveva provveduto ad allentare pochi metri dopo essere uscito da casa della sorella. Aveva dormito lì con lei e poi l’aveva lasciata, tenuta a bada da una forte razione di sedativi.

Mentre scrutava le nuvole bastarde, la sua attenzione venne attirata dal vociare di un gruppetto di ragazzine che fumavano sotto l’ombra di un oleandro, nascoste dagli sguardi indiscreti dei professori del liceo Turrisi Colonna, distante giusto un paio di passi, come da quelli dei genitori. Non avevano più di quindici o sedici anni, eppure nei loro sguardi si faceva strada una sensualità frizzante e curiosa, gli ormoni che saltellano.

Una di queste ragazze teneva le sigarette in bella vista, all’altezza del seno, nel taschino di un giubbotto troppo corto per essere invernale. Decise di scaraventare senza alcuna grazia il suo sguardo su Vitangelo. Le sembrava troppo uomo per poter subire la concorrenza dei ragazzini suoi coetanei e troppo ragazzo per poter indossare una cravatta alle nove di mattina.
Lui continuò a guardare il cielo, sputando piccole boccate di fumo. Poi buttò la sigaretta a terra e la schiacciò con la suola. Tirò fuori il telefono e si mise a cazzeggiare su Facebook. La ragazza prese una Merit dal taschino, gli si avvicinò e gli chiese se avesse da accendere.
Per un attimo a Vitangelo venne voglia di ignorarla. Poi, senza dire una parola, infilò la mano nella tasca della giacca, rovistò e tirò fuori un Bic.
«Prego», le disse porgendoglielo.

Dagli occhiali da sole lei fece sbucare i suoi occhi verdi.

«Ne vuoi una?»

«Non fumo, grazie»

«Ma se l’hai appena spenta!» gli rispose ridendo. Poi tolse dalle labbra la sigaretta appena accesa e gliela porse. Sul filtro c’era stampata un’ombra di rossetto.

«Grazie – disse facendo una prima boccata – ma che vuoi?»

«Nulla, solo fare due chiacchiere. Sono così scemi i miei compagni di classe. Tu che fai qui? Non sei un po’ grande per essere un liceale?», gli rispose lei, scostandosi i capelli biondi dalla fronte con un ridicolo gesto da vamp.

«E tu non sei un po’ giovane per fissarmi da dieci minuti?»
”Non avrei dovuto accettare questa sfida”, pensò Vitangelo.

«Sono molto più matura di quanto sembra. Comunque piacere, Ludovica».

«Il piacere è mio. E le tue amiche che ridacchiano come si chiamano?», indicò il gruppetto di ragazzine che nel frattempo non gli toglievano gli occhi di dosso.

«Che ti importa di loro, tu come ti chiami?» disse poggiando lo zaino a terra e sedendosi accanto a lui.

Nel sedersi, la Lolita di periferia gli si strofinò sul ginocchio.

«Mi chiamo Vitangelo. Cos’è, una sfida tra amiche? Avete scommesso che avresti avuto il coraggio di venire qui a parlare con me?»
Era indispettito dalla sfrontatezza di quella che, nonostante la voluttà fisica, era poco più che una bambina.

«No, nessuna scommessa. Ti ho visto qui tutto solo e ho pensato che magari potevo farti un po’ di compagnia, tutto qua».

«Quanti anni hai, Ludovica?»

«Diciotto»

«Quindici?»

«Ne faccio diciotto il mese prossimo».

«Sedici».

«No davvero, quasi diciotto».

Vitangelo scostò lo zaino. Sul davanti, con un pennarello

glitterato, c’era scritto V B.

«Quindi a quasi diciotto anni frequenti ancora il quinto ginnasio? Sei così stupida da esserti fatta bocciare quattro volte?»

La ragazza abbassò lo sguardo. Il suo bluff era stato un fallimento.

«Ne faccio sedici la prossima settimana».

«Potresti essere mia figlia. Qual era la sfida? Venire qui a sedurmi?»

«No, no, dico davvero, nessuna sfida, mi piaci davvero. Ti vedo sempre qui, seduto da solo, e ti trovo carino. Tu quanti anni hai?»

«Troppi per te, fidati».

«E che ci fai qui sempre da solo?»

«Lavoro qui vicino, e mi piace starmene un po’ da solo a fumare prima di iniziare la giornata».

«Comunque sono stata bocciata una volta soltanto. E non perché sono troppo stupida».

Stava per chiederle il perché ma Miles Davis arrivò in suo aiuto sotto forma di telefonata. Non ebbe nemmeno il tempo di dire ”pronto”.

«Avvocato ma dov’è che si viene a trovare? Da più di un quarto d’ora aspetto a lei in ufficio! Non era per le nove l’appuntamento?»

«Salanitro, mi perdoni ma ho avuto un piccolo contrattempo, comunque sono a due passi dall’ufficio, sto arrivando».

«A lei aspetto!» e s’interruppe la chiamata.
Vitangelo si rassettò la cravatta, inforcò gli occhiali da sole.
«Ludovica, il tuo compleanno è davvero la prossima settimana?»
«Sì, perché?»

Le si avvicinò e le diede un bacio a stampo, sulle labbra, che durò dai due ai tre secondi circa.

«Consideralo il mio regalo, così fai pure bella figura con le tue amiche. Ma non metterti più a sedurre vecchi come me, mi raccomando. E vai a scuola!», disse alzandosi.

Poi si allontanò, si girò ancora verso di lei e le fece un sorriso. Attraversò la strada, imboccò via Ughetti e al civico 72 aprì il portoncino d’ingresso.

 

Aprì la porta giusto in tempo per godersi la vista della sua segretaria, Antonella, che addentava in un solo boccone un Iris mignon alla crema.

Davanti a lei, sulla scrivania, la guantiera di un bar metteva in mostra ogni tipo di leccornia della pasticceria siciliana: altri due Iris, uno crema e uno cioccolato, tre panzerotti, due cornetti, una treccina alla nutella e due raviole alla ricotta. Accanto, su un’altra guantiera, più piccola, erano incartati tre caffè in bicchierini di plastica con sopra tre bustine di zucchero di canna.

«Dottore avvocato, mi scusi ma mi sono permesso!» gli disse un signore tozzo e dal collo taurino avvicinandosi a lui.

«Salanitro, le ho detto mille volte che non è necessario che porta la colazione tutte le volte che viene, davvero, mi fa sentire a disagio. E poi, tutta questa roba… Poi finisce che Antonella mangia tutto e si lamenta con me che è ingrassata».

«Ingrassata? Ma se pare la Madonnina del Sacro Cuore! Ah, se potrei avere venti anni di meno… altro che ingrassata! A una bella ragazza come a lei saprei io come farci la corte», e nel dirlo si batté la mano sul petto con orgoglio, mettendo in luce l’anello d’oro con brillante che portava al mignolo.

Il luccichio di quel monile eccessivo e pacchiano distolse l’attenzione di Vitangelo dal congiuntivo dimenticato.

«Sa quanti ne ha che le fanno la corte, la nostra Antonella! Ad ogni modo diamo una ripulita, è uno studio legale, non un chiosco» disse, non prima di afferrare una raviola. «Togli tutto, Antonella, che non siamo qua per giocare. Venga, venga da questa parte lei», aggiunse, indicando al signore di spostarsi nella stanza accanto.

«Arrivo subito, che non me lo dà il tempo di mangiarmi un panzerotto con la crema? Il pasticciere è amico mio, come li fa lui, a Catania non ce n’è!»

Vitangelo acconsentì con un gesto del capo, poi si andò ad accomodare alla poltrona, dove finì di ingurgitare la piccola frittura a base di ricotta e aprì il faldone con scritto il nome del cliente.

«Avvocato, il caffè non lo vuole?» si sentì chiedere dalla sala d’aspetto.

«E porti questi caffè, avanti, ma la prego, sbrighiamoci», rispose mostrando i primi segni di insofferenza alle maniere sin troppo ruspanti del suo cliente.

Quando ebbe il bicchierino tra le dita, lo appiccicò alle labbra in fretta e bevve tutto d’un sorso.

Poi si voltò, aprì la finestra alle sue spalle e si accese una sigaretta.

«Allora, Salanitro, che ha combinato questa volta?»

«Dottore avvocato – e socchiuse la porta – innanzitutto, glielo devo dire perché sennò mi pesa, lei è giovane ancora ma io a lei gli voglio bene. Mi deve scusare, non volevo, ma lo sa come sono io, ogni occasione è buona per farsi due risate in allegria».

Vitangelo non capiva a cosa si riferisse. Strinse le palpebre e scosse la testa, come a volergli mostrare l’interpretazione di un grosso punto indicativo.
Salanitro continuò.

«No dico veramente, mi deve scusare, prima non volevo essere… come si dice, invadente», e sfoggiò un sorrisetto sornione, di quelli che si tirano fuori quando si sta cercando la comprensione di qualcuno.

Vitangelo abbozzò un ”ma si figuri”, senza aver capito nulla.

«E certo tra noi uomini ci siamo capiti, ma ci mancherebbe altro!»
Questa frase, a cui seguì una risata sguaiata, di quelle che vengono fuori volutamente chiassose, fatte apposta per farsi sentire, fece balzare in testa a Vitangelo un dubbio: e se lo avesse visto sbaciucchiare quella ragazzina in piazza Montessori? La carriera di avvocato di certo non era partita alla grande, se poi si fosse sparsa pure la voce che andava in giro a baciare le liceali difficilmente avrebbe potuto avere chissà quale fama. Aggiungiamoci le serate passate a bere, suonare la batteria e rimorchiare studentesse fuori corso, ed ecco morta del tutto la credibilità.

«Ci capiamo o no? Dottore avvocato, ci capiamo tra noi uomini, è vero? Tra noi masculi! Siciliani semu! Sangue latino! O no?»
«Senta, io non so lei cosa abbia visto – spense la sigaretta su un posacenere accanto ad una lampada nera – ma la realtà dei fatti è un po’ più complessa…» non ebbe nemmeno il tempo di finire la frase che Salanitro lo interruppe.

«No io niente ho visto! Niente ho visto e niente so!»
Poi, avvicinandosi alla scrivania, gli rivolse un gesto per farlo avvicinare. A voce bassa, aggiunse: «Non volevo fare il cascamorto con la sua segretaria, la battuta mi è scappata! Sapevo che lei avrebbe capito. Ancora è giovane, ma ragazzo intelligente è lei! E Antonella com’è? Calda? A me lo può dire, io non parlo mai di certe cose!»

Vitangelo tirò indietro le spalle, andandole a poggiare sullo schienale di pelle della sua poltrona. Quel cretino di Salanitro s’era convinto che, come nel più classico dei cliché, si scopasse la sua segretaria. Si sentì sollevato dal non essere stato visto baciare una ragazzina. Nella sua testa un futuro da principe del foro era ancora possibile.

«Salanitro ma cosa dice? Ma con Antonella non c’è nulla, ma si figuri. Piuttosto, mi dica cosa è venuto a dirmi, su.»

«Niente niente? Manco… mi ha capito, no?»

«Niente, glielo assicuro, e se vuole provarci con lei le metto io una buona parola, si fidi. Adesso mi dice il motivo di questo appuntamento?»

«Ma no, niente, una cazzata, niente di che».

«Chi l’ha denunciata questa volta?»

«Uno, un signore con cui qualche settimana fa ho avuto un piccolo incidente, niente di grave, con la macchina di mia moglie, un paio di mila euro di danni, ha fatto una brutta manovra e…»
Vitangelo gli strozzò la frase in gola con un’occhiata sbilenca.

«Salanitro, lei si ricorda dove siamo? Io non sono un suo amico, io sono il suo avvocato. A me non deve raccontarmi la sua versione dei fatti, a me deve raccontare come sono andati i fatti. Suvvia, sia collaborativo, se non mi dice la verità non posso aiutarla».

L’uomo tirò fuori un portasigarette in metallo.

«Posso?»
Vitangelo gli avvicinò il posacenere.

«Allora praticamente questo signore per evitare un motorino – gli porse il verbale della denuncia – che usciva da via Dottor Consoli all’incrocio con via Androne s’è buttato sulla destra, dove c’ero io che stavo procedendo con la Nissan Micra di mia moglie».

«Nissan Micra che ha acquistato da uno sfasciacarrozze giusto sette giorni fa.

«Esatto, ancora nuovissima era!»

«E dalla targa pare che il motorino colpevole della manovra avventata risulti essere stato rubato il giorno prima».

«Si rende conto? C’è gente che gira con mezzi rubati e questo denuncia a me!»

«E il proprietario del motorino casualmente risulta essere tale Lucisano Serafino, fratello di Lucisano Pietro, marito di Salanitro Carmen. Sua sorella».
«Mia sorella!»

«Sua sorella».

«E quindi?»

«Lo conoscevate già questo che avete truffato? O si è soltanto trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato?»

«Truffato? No dottore avvocato, quale truffato! Solo di un incidente si è trattato».

«Meno di due anni fa, con la Fiat 500 di sua figlia, non aveva avuto lo stesso incidente?»

«A Catania i motociclisti sono indisciplinati, lo sappiamo tutti».

«Eh, e gli automobilisti invece sono figli di buona donna. Dai, Salanitro, adesso vediamo che si può fare… Però pure lei! Almeno cambi truffa, si escogiti qualcosa di nuovo! Seguo i suoi affari da quasi tre anni e arrivano sempre le stesse denunce. Un po’ di fantasia, e che cazzo» disse, allargando le braccia.

Poi prese il cellulare dalla tasca. Un messaggio su WhatsApp recava scritto ”Confermato, prove ore 18-20”. Nessun’altra notifica, nemmeno dalla sorella. Si erano già fatte le dieci.

«Mi aspetti un attimo qui che dico una cosa ad Antonella» disse, e si avvicinò alla porta aprendola abbastanza da poterci infilare la testa.

«Mi fai una cortesia? Ti dispiace telefonare a casa di mia sorella e vedere se è tutto a posto? Stanotte ha dormito poco, una brutta intossicazione, sai com’è».

Alla risposta affermativa della segretaria, tornò a sedersi alla sua scrivania.

«Allora Salanitro, come le dicevo adesso vediamo come muoverci e cosa fare. Lei nel frattempo non faccia altri casini, che questa è la settima denuncia nel giro di due anni. E ancora abbiamo quel processo con la sua vecchia compagnia assicurativa che deve iniziare. Se lo ricorda il processo, vero? E le ricordo che siamo nell’ambito del penale. Si dia una calmata».

«Dottore avvocato purtroppo stando sempre in macchina gli incidenti capitano, lo sa che io devo stare sempre in giro per lavoro».
Vitangelo non ne poteva più.

«Sì sì lo so, lo so, lo so che il suo lavoro da disoccupato la costringe a girare sempre in macchina. Io lo dico per lei, si dia una calmata con queste truffe. Rischia grosso».

Gli porse la mano. Salanitro, con quella faccia da schiaffi che si ritrova, abbassò lo sguardo e gliela strinse.

«Ci teniamo in contatto, le faccio sapere appena ho qualcosa da dirle».
Appena sentì la porta d’uscita chiudersi, passò nella sala d’aspetto e si avvicinò ad Antonella.

«Ha risposto mia sorella?»

«No, ho provato a chiamare due volte ma squilla a vuoto. Magari starà dormendo».

«Sì, starà dormendo di sicuro. Ci sono altri appuntamenti in agenda?»

«Da quando abbiamo altri clienti oltre a quel maiale schifoso di Salanitro?»

«Ti ha toccato di nuovo il culo?»

«Quando è arrivato e quando se n’è andato. E mi ha guardato le tette tutto il tempo».

«Mi dispiace, purtroppo ho fatto tardi stamattina. Ti prometto che la prossima volta cercherò di arrivare prima».
La donna annuì.

Vitangelo tornò nel suo ufficio. Prese la denuncia e la ripose nel fascicolo insieme a tutte le altre. Si allentò la cravatta, accese una sigaretta e si appoggiò alla finestra. Con il dito scorse la rubrica fino ad arrivare al numero del cognato, che provò a chiamare. Ancora una volta senza ricevere risposta.

 

Le nuvole si erano alla fine decise ad attaccare il cielo, che non aveva potuto fare altro che lasciarsi sopraffare dall’oscurità. La cravatta era finita in tasca e le lancette indicavano l’una e un quarto. Dopo aver congedato Antonella e aver mangiato un panzerotto, reduce della colazione di qualche ora prima, chiuse la finestra dell’ufficio, spense le luci e si lasciò alle spalle il lavoro. Era preoccupato per Vittoria. Riattraversò piazza Montessori, ma questa volta senza fare alcuno strano incontro. Poi sgambettò su via Giulia, la faticosa ”vanedda a cucchiara”, stretta all’inizio, poi si allarga, come fosse un cucchiaio.
Proprio lì il rumore di un lampo lo fece tremare. Accelerò il passo, nella speranza di poter essere più veloce del temporale. Quando, dopo aver percorso un tratto di via Cronato, svoltò per via Salvo D’Acquisto, era convinto di avercela fatta a fregare il cielo. Ancora una volta, però, si sbagliava.
Bastarono quei pochi metri che lo dividevano da casa di sua sorella per inzupparlo. Quando al citofono non rispose nessuno, però, la paura di beccarsi un malanno fu l’ultima delle sue preoccupazioni.
Salì gli scalini di corsa, ripetendosi in mente ”starà ancora dormendo, starà dormendo”.

Aprì la porta e non si curò nemmeno di richiuderla, tirò dritto verso la camera da letto. La sorella era lì, con gli occhi aperti, rannicchiata sul materasso, le ginocchia al petto.

«Che fai qui? Perché non hai risposto al telefono?»
La donna non rispose, se non con un rapido cenno del capo. Le si sedette accanto, accarezzandole i capelli.

«Da bambini adoravo accarezzarti i capelli, ricordi?»
Uno striminzito ”certo” si fece largo tra le labbra di Vittoria.

«Ti va se andiamo di là e mangiamo qualcosa?»

«Non ho fame».

«Ma io sì, mi fai mangiare da solo?» sapeva come prenderla in quei momenti.

Ancora silenzio. Vitangelo le strinse le mani, invitandola ad alzarsi. Ci riuscì.

Lei si sedette in salotto, lui andò in cucina dove mise una scatoletta di tonno in un piatto e una di Manzotin in un altro. Afferrò due forchette e raggiunse la sorella nell’altra stanza.

«Tieni, mangia qualcosa».

«Non ho fame».

«Sforzati, allora».

Prese una forchetta tra le dita, e con quella si infilò in bocca un pezzettino di tonno. «Mi viene da vomitare», fu il suo commento.

«Ti va di raccontarmi di nuovo cos’è successo sabato notte?»

La donna, tra singhiozzi e lunghe pause, con voce lenta gli raccontò di nuovo tutto quello che era accaduto tra lei e il marito. Questa volta, però, soffermandosi sui dettagli della gelosia morbosa di Nicola, capace di sospettare di chiunque. Ad aver scatenato quella che ormai era una malattia era stata una rosa; ogni lunedì, una rosa con un biglietto. In ogni messaggio, la stessa frase: ”If I show you the roses, will you follow?”.

«Le prime volte li ho buttati, poi, a un certo punto, quasi sei o sette mesi fa, Nicola mi ha costretta a conservarli», fu la risposta che Vitangelo ottenne quando le chiese di fargli vedere questi bigliettini.

La donna si alzò di scatto, corse nella camera da letto e da una cassettiera tirò una carpetta. Da lì dentro vennero fuori decine e decine di cartoncini: in bella grafia, quella frase.

«Sospettava che a mandarmeli fosse Cris, il garzone della pasticceria. Lavorano insieme da otto anni, lo ha invitato persino al nostro matrimonio, ma non riusciva a fidarsi nemmeno di lui».

«Tu hai idea di chi possa trattarsi?»

«Tutto quello che faccio l’ho sempre fatto con lui. Un hobby avevo, il mio Club del libro, ed eravamo tutte donne. Sono quasi due mesi che non ci vado più, perché sospettava pure di loro», disse, prima di crollare in un pianto biascicato, lamentoso.
Vitangelo prese uno di quei bigliettini e se lo tradusse alla buona. ”Se ti mostro le rose, mi seguirai?”.
Poi tirò fuori dal taschino il pacchetto quasi finito di Luckies, ne prese una, la portò alle labbra. Si alzò e andò in balcone, con ancora il pizzino in mano.

“Se ti mostrassi le rose, mi seguiresti?” rimuginava.
Quella storia, la gelosia del cognato, la copia di Guerra e Pace nella borsa, il presunto cadavere scomparso, e poi ancora tutte quelle fatture non pagate ritrovate nell’ufficio di Nicola, l’assenza di tracce nel garage: tutto gli sembrava talmente assurdo e irreale da pensare che forse la cosa più giusta da fare sarebbe stata starsene sul divano e aspettare che qualcosa, qualsiasi cosa, succedesse da sola, senza che lui si impegnasse a cercare una verità.

Eppure le lacrime di sua sorella erano reali, così come lo stato quasi catatonico in cui era caduta e le fatture inevase. Qualcosa avrebbe dovuto fare. Diventare uno di quei detective da romanzo giallo che detestava? Mettersi una pipa tra le labbra e andare in giro a fare domande? E a chi avrebbe dovuto farle, poi? Cosa avrebbe dovuto chiedere, soprattutto? Di un morto o di un fuggitivo?

Succhiava fumo dalla sigaretta come se da quel sottile involtino di tabacco dipendesse le sua stessa vita.

Alzò gli occhi, e gettò lo sguardo sui balconi degli altri inquilini del palazzo. Su uno di questi terrazzini crescevano rigogliose piante, degne di un giardino botanico, con gerani talmente luccicanti da sembrare di plastica. Su un altro, notò panni femminili stesi, tra cui uno striminzito tanga; gocciolavano dritti sul tetto di una Panda parcheggiata in cortile. Su un altro ancora, una fila di scarpe lasciate a prendere aria, e all’ultimo piano un cane, un Welsh Corgi, faceva esperienza di solitudine ciondolando da un lato all’altro.

Tornò in casa e guardò l’orologio appeso al muro. Erano da poco passate le quindici.

Se una cosa poteva fare in quelle ore che lo dividevano dall’appuntamento in sala prove, quella era andare in giro per il palazzo e capire se qualcuno, sabato notte, avesse sentito o visto qualcosa. Con quale scusa? Ne avrebbe inventata una sul momento.

«Io devo uscire, credo perderò una mezz’oretta. Te la senti di stare sola senza combinare casini?» chiese a Vittoria.

La donna annuì, e si trascinò in camera da letto dove riprese la posizione rannicchiata in cui il fratello l’aveva trovata. Vitangelo le lanciò un bacio, prese il cappotto e uscì. Non prima, però, di piegare uno dei bigliettini e metterlo in tasca.

 

Al primo piano, oltre a quello della sorella, si trovavano un appartamento in attesa di un nuovo inquilino e uno studio medico. Salì al piano superiore e premette il primo campanello. Dalla porta, tenuta socchiusa da una catena, intravide la sagoma di un signore in là con gli anni, che non gli diede nemmeno il tempo di spiegare la sua visita prima di sbattergli la porta in faccia al grido di «non compro niente, se ne vada o chiamo la Polizia».
«La chiamerei anch’io, se potessi» pensò Vitangelo.
Accanto, uno studio di architettura di cui non conosceva l’esistenza. Fece per suonare il campanello, ma poi si fermò. «Chi cazzo vuoi che ci sia da un architetto alle due di sabato notte?» si rimproverò.
S’era già rotto le palle di quella vita da segugio.
Si spinse fino al terzo appartamento quasi per inerzia.

”Nicotera – Giamberto – Pellegrini”, lesse sulla targhetta appesa alla porta.

Ad aprirgli fu una mora poco più che ventenne di un metro e sessanta. Stretta in un dolcevita blu elettrico, una corporatura davvero minuta. Poteva essere lei la proprietaria del tanga appeso ad asciugare.

Dopo una breve presentazione, alla porta si avvicinò un’altra ragazza, anch’essa mora ma più alta.

Quando riuscì a dire il motivo della sua inaspettata visita, inventandosi uno scassinamento al garage della sorella, la terza inquilina della casa si palesò dal corridoio. Era una bionda filiforme coi capelli acconciati in un caschetto degno della migliore Raffaella Carrà.

«Si accomodi, vuole un caffé?», disse da dietro alle sue amiche.

«Datemi del tu, mi chiamo Vitangelo», rispose lui, che sembrava non aspettare altro.

«Scusi il disordine, ma siamo un po’ indietro con gli esami e in questo momento è un casino», disse la mora.

«Dammi del tu, ti prego!» chiese sorridendo.

«Ok, ok, scusa il disordine… ci sono tutti i libri in giro. Gianvito… hai detto?»

«Vitangelo! Che studiate di bello?»

La bionda rispose: «Io sono Elvira e studio Economia, Giulia Lettere e Serena Psicologia. E tu invece? Che fai?»

«Sarei un avvocato, ma preferisco dire in giro che faccio il batterista».

«Batterista? – disse Serena – Aspetta, ma hai suonato di recente alla Chiave Nera?»

«Diciamo che ci suono ogni sabato».

«Ma allora ecco dove ti ho già visto! Sei quello dello Stardust Quartet, giusto? Ci siamo pure presentati, per un periodo mi vedevo con Luca, il pianista».

«Non ci si crede, tutte le ragazze più belle se le becca sempre lui! Ho sbagliato tutto nella vita! Dovevo fare il pianista!»

Risero e al caffè si aggiunse una fetta di ciambellone fatto da Giulia che ”dovrebbe andare a Masterchef, cucinasse sempre lei saremmo delle ciccione!” e un numero non precisato di sigarette e parole.

Gli sguardi e i sorrisi smisero di essere distribuiti in maniera equa e finirono tutti su Elvira. Quando il gioco iniziava a farsi intrigante, però, la realtà tornò a bussare alla sua porta. Iniziava ad avere sonno.

«Cazzo è tardissimo», esclamò quando si accorse che erano già le cinque passate.

«Allora di sabato notte cosa sapete dirmi? Nessuna ha sentito niente?»

«Io qualcosa ho sentito» disse Giulia. Che poi proseguì: «ero appena tornata a casa, sarà stata l’una circa, ed ero in cucina a fumarmi una sigaretta quando ho sentito un rumore forte, sordo, come lo sbattere violento della portiera di un’auto».

«E non ti sei affacciata?»

«Ad essere sincera no, dal cortile si sentono sempre rumori di macchine che accelerano, portiere che sbattono o saracinesche che si abbassano. Però questo lo ricordo perché avevo appena avuto una discussione col mio fidanzato al telefono, ero sovrappensiero e quel rumore mi ha fatta cagare sotto dalla paura».

Una portiera che sbatte. Davvero scarso come indizio. La sua nuova carriera da Maigret non era iniziata alla grande.

Si congedò dalle tre ragazze con complimenti per la simpatia e l’ospitalità e con la promessa di rivedersi al più presto. Elvira lo accompagnò alla porta e, prima che uscisse, all’orecchio gli sussurrò il suo numero.

Seppur fosse in ritardo e nonostante dovesse ancora passare da casa sua a prendere bacchette e piatti, appena scesa la prima rampa di scale si fermò e aggiunse alla rubrica il numero della bionda.

Il mistero della scomparsa di suo cognato era ancora avvolto da una fitta oscurità, ma il suo sesto senso gli suggeriva che il mistero di chi fosse la proprietaria del tanga steso sul balcone godeva di ottime possibilità di essere risolto.

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Categorie:Feuilleton - romanzi a puntate

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