2a puntata – Dove crescono le rose selvagge

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Nel secondo episodio l’avvocato-musicista Vitangelo Sautafossa, coinvolto nella scomparsa di suo cognato, si aggira per la città con sua sorella in lacrime alla ricerca di indizi ma tutto sembra andare storto.
Dove sarà finito? Forse sua sorella ha davvero qualche colpa?

Freddie freeloader di Miles Davis invase i sogni di Vitangelo all’improvviso.

Arrivò delicata come un soffio d’aria fresca, qualità che soltanto alcuni sceltissimi capolavori riescono ad avere anche nel bel mezzo di un sonno profondo come quello.

Chissà cosa stava sognando, Vitangelo: forse una delle sue esibizioni con lo Stardust Quartet, o magari Morfeo lo aveva spinto, di nuovo, sulle labbra di Agata. Oppure su quelle di Andrea, con cui la sera prima, tra una birra e una battuta sboccata delle sue, si stava avviando sul sentiero della seduzione, prima che Vittoria arrivasse a interrompere quella sensuale conversazione.

E poi Vittoria e la scomparsa di suo marito, colpito da un’edizione troppo pesante di Guerra e pace. Se non lo aveva sognato, di certo fu quello il primo pensiero che gli passò per la testa una volta sveglio.

Prese lo smartphone, ammutolì Miles Davis e guardò l’orario. Erano le 12:18.

Prima il destro, poi il sinistro toccarono il pavimento. Un brivido gli percorse la schiena, infastidendolo. Avrebbe voluto davvero che la colpa di quella scossa fosse da addossare al freddo delle mattonelle su cui aveva appena poggiato i piedi.

Invece con la voce ancora impastata dal sonno, disse: «Vittoria» e si trascinò alla finestra.

Un vecchietto, lì fuori, poggiato su una delle macchine parcheggiate, gli sorrise. Doveva essere un simpatizzante di quell’altro tipo che si affacciava alle finestre e urlava «Vittoria», negli anni Trenta, quello più famoso.

«Quannu c’era iddu, sì ca’ i cosi funzionavano bene!», gli disse.

Vitangelo, rincoglionito ancora dal sonno, domandò: «Cosa?» e poi socchiuse gli occhi a causa del sole.

«Vincere, e vinceremo! Vittoria!» gli rispose il vecchio, prima che un dito medio e un «Ma vaffanculo!» chiudessero la finestra e la discussione.

«Dormi ancora?» disse andando verso la camera da letto. «Dove sei? Vittoria?»

Trovò soltanto un posacenere con una dozzina di sigarette spente.

«Dove cazzo è andata?», disse fra sé. «Dove può essere andata?».

Poi, come preso da un’illuminazione divina, calzò le Clarks e fece per infilare la porta. Tornò indietro, ancora. Prese il cappotto e il doppione delle chiavi dell’appartamento di sua sorella. Uscì.

 

Salì le due rampe di scale che lo avrebbero condotto al primo piano saltando tre scalini alla volta. Infilò la chiave nella toppa, fece tre giri e aprì.

«Vitto’, sono io, Vitangelo, sei qua?», e chiuse la porta alle sue spalle.

Prima guardò in salotto, poi in cucina, infine in camera da letto e in bagno. Aprì il rubinetto e si schiaffò una manata di acqua gelida sulla faccia. Di nuovo una scossa, ma questa volta non di fastidio. A distrarlo era stato un pensiero, un lampo che gli aveva illuminato la mente: e se Vittoria l’avesse fatto di nuovo? Se fosse andata in Questura ad autoaccusarsi dell’omicidio di suo marito?

Già una volta era successo, quasi dodici anni prima: a ventitré anni, un giorno decise di andare in caserma a denunciarsi per l’omicidio di un uomo che aveva tentato di stuprarla sotto la doccia di casa sua. Ovviamente di quell’uomo, dell’effrazione o di un qualsiasi tentativo di stupro, gli inquirenti non trovarono traccia. Vittoria fu chiusa in istituto per aiutarla a superare quelli che sua madre definiva ‘‘cattivi pensieri’’.

Passarono quattordici mesi prima che quei pensieri, secondo medici e psicologi, la abbandonassero. Ci fu un nuovo crollo, ma poi sembrò risollevarsi in maniera definitiva. Anche e soprattutto grazie a Nicola, l’uomo che, aveva sposato ormai da quattro anni.
E se quei cattivi pensieri fossero tornati?

Tirò fuori dalla tasca il telefono, fece scorrere il dito sullo schermo fino a fermarsi sulla T.

«Turi, ciao, ti disturbo?»

Dall’altro capo del telefono si trovava Salvatore Pennisi, assistente capo della Polizia.
Si erano conosciuti alle superiori, durante un’occupazione del liceo che entrambi frequentavano, la ‘‘gloriosa occupazione del 2000’’: il liceo classico N. Spedalieri tenuto in ostaggio per tre giorni e tre notti da uno scalmanato battaglione di studenti, con idee confuse e la voglia, sacrosanta quando si è ancora dei ragazzi, di far casino.

Per i liceali quei giorni erano passati alla storia perché tennero sotto scacco l’intero quartiere fino a quando la DIGOS non decise che s’era fatta l’ora della repressione. Per Vitangelo, invece, quei giorni rappresentarono l’inizio di tutto quello che ancora caratterizzava la sua vita: la passione per la musica e quella per le donne.

Aveva quattordici anni, e per la prima volta si era ritrovato in una palestra coi muri scrostati insieme ad altri cinquanta ragazzi, a fare vita comune. Fu Turi, che all’epoca di anni ne aveva quasi diciotto ed era considerato il più figo della scuola, a mettergli in mano due bacchette e a fargliele battere sul rullante per la prima volta, e fu sempre Turi, che guidava i giovani rivoltosi, a dargli le chiavi del bagno del terzo piano, dopo avergli sussurrato che Silvana, una rossa quindicenne che aveva bruciato in fretta tutte le tappe dello sviluppo, impazziva per lui.

Certo, il cesso della scuola e la musica ska di sottofondo non resero quella la più romantica delle prime volte, ma da quel momento di fraterna complicità i due erano diventati inseparabili. E allora chi meglio di lui avrebbe potuto dargli una mano, a risolvere l’enigma della sparizione del cognato e quello della scomparsa di sua sorella?

«Vittoria è in questura?» tagliò subito corto Vitangelo.

«Vittoria chi?»

«Mia sorella».

«No, perché? È successo qualcosa?»

«No tranquillo, una fesseria».

«Sei sicuro? Oh, se posso aiutarti… ».

«Magari più tardi ti spiego tutto, intanto… » disse e interruppe la frase. Durante la conversazione si era avvicinato alla finestra che affacciava sul cortile e, scostando la tenda, intravide la saracinesca del garage aperta.

«Vita’? Mi senti? Tutto bene?» insistette Pennisi.

«Sì, sì, scusami, devo andare, ti telefono più tardi e ti dico tutto», concluse.
Si lanciò per le scale, di nuovo tre scalini alla volta. In pochi secondi si ritrovò in cortile. Più si avvicinava alla saracinesca, più forte sentiva un sibilo. Si fermò a pochi passi dal garage ad ascoltare. Quel lamento, sussurrato e mai interrotto, gli regalò l’ennesimo brivido della giornata. Un presente di cui avrebbe fatto certamente a meno. Con le nocche sfiorò la saracinesca.

«Vittoria, sono io».
La donna non si mosse. Imperturbabile, rimase con lo sguardo fisso nel vuoto, a piangere e lamentarsi sottovoce. Suo fratello l’abbracciò da dietro, le carezzò i capelli. Poi, mettendosi davanti a lei, le prese il viso tra le mani.

«Non è successo niente, Nicola tornerà presto, ti aiuto io a ritrovarlo».

«L’ho ucciso, l’ho ucciso», furono le uniche parole che Vittoria riuscì a pronunciare, prima di ritornare al suo lamento di dolore.

«Torniamo a casa, dai» le disse cercando con delicatezza di trascinarla fuori da lì.
Una volta rimessa in piedi la donna e usciti sul cortile, alzò gli occhi prima di tirare giù la saracinesca: da un balcone all’altro due donne lo guardavano in questa lenta procedura di salvataggio, bisbigliando tra loro. Poi, una delle due fece un gesto all’altra e rientrarono ognuna a casa loro. Un rumore di serranda che si abbassava, un altro di finestra che sbatteva e Vitangelo, con la sorella ancorata alla spalla, poteva riavviarsi verso le scale.

 

Scaricò Vittoria a peso morto sul divano del salotto. Andò in bagno, aprì il mobiletto sopra il lavandino e prese un tranquillante da dare alla sorella. Poi, una volta somministratale la medicina, cavò fuori dalla tasca del cappotto cartine, filtri e un pacchetto di tabacco e si rollò una sigaretta.

Era sveglio da un’ora e non aveva ancora fumato: un record a cui aveva intenzione di porre fine molto presto. Mentre aveva ripreso a rovistare nelle tasche alla ricerca di un accendino, la sorella richiamò la sua attenzione.

Il lamento di prima lasciò le luci della ribalta a un pianto disperato. Provò a rassicurarla, abbracciandola, ma la donna trovò pace solo quando gli effetti del sedativo iniziarono a farsi sentire. Vitangelo prese la sigaretta ancora intonsa, gli avvicinò la fiamma dell’accendino e fece alla fine una prima, succulenta boccata.

«La prima cosa bella della giornata», pensò.

Poi prese in mano il telefonino e provò a chiamare il cognato.

«Spento o non raggiungibile», rispose una cordiale voce registrata.

Vittoria, nel frattempo, si era assopita, con la testa su un cuscino cucito a mano, souvenir di un viaggio a Tunisi fatto con Nicola due estati prima. Ma la tregua non durò molto. Si risvegliò dal suo torpore dopo nemmeno tre ore. Durante il sonno della sorella, Vitangelo si era intrattenuto al telefono con Turi Pennisi, spiegandogli per sommi capi l’accaduto e pregandolo di aiutarlo a ritrovare il cognato senza far partire un’indagine ufficiale.

«Sai che se dovessimo trovare qualcosa di sospetto non potrò fare altro che avvertire il Questore e iniziare la solita procedura, vero?» gli disse l’amico.

«Lo so, certo che lo so, ma non è la prima volta che litigano e mio cognato decide di fare le valigie. Gli capita spesso di avere piccole scaramucce, ma si risolvono sempre. Vedrai, sarà in laboratorio, avrà dormito da qualche parte, da sua sorella o nel retrobottega. Conosco mio cognato e so quanto ama mia sorella».

«Lo spero Vita’, ma questa storia non mi convince per niente».

«Dammi una mano a trovarlo», aveva concluso lui.
Vittoria, vigile ma ancora stordita dal calmante, riprese a piagnucolare.

«Metti il cappotto e usciamo, andiamo a cercare tuo marito, forza», le intimò Vitangelo. Con non poca difficoltà, la donna infilò il soprabito e uscì, scortata e sorretta dal fratello. Salirono in macchina e si lasciarono alle spalle l’appartamento, le chiacchiere dei vicini di casa e il fantasma di suo marito. Sperando che quel fantasma si facesse trovare in fretta.

 

In poco meno di un quarto d’ora si ritrovarono su via Etnea, l’arteria che divide in due la città. Mancavano tre minuti alle diciotto e le cose da cercare erano diventate due: Nicola e un parcheggio. Per principiare si accontentarono di trovare il secondo: era pur sempre un inizio. Svoltarono a destra, in una traversina che collega via Etnea e via Empedocle, e si fermarono proprio dietro al furgoncino verde del marito.

«Che ti avevo detto? Ecco il furgone di Nicola. Come immaginavo s’è rifugiato qui», disse Vitangelo. Sul volto di Vittoria, però, non si mostrava un’espressione di sollievo, anzi sembrava sconvolta, come se stesse per correre dentro a un brutto incubo.

«Io… non è possibile, io l’ho ucciso, l’ho ucciso», si portò le mani sugli occhi. Vitangelo le abbassò con delicatezza, stringendole tra le sue.

«Non lo hai ucciso, lo hai soltanto fatto arrabbiare. Adesso entriamo in laboratorio e ne parlate, stai tranquilla. Sai che ti ama, e sa che tu ami lui. Mantieni la calma e tutto si sistemerà».

Il cielo scuro delle sei del pomeriggio prometteva burrasca e qualche lacrima di pioggia stava iniziando ad inumidire il cappotto blu di Vitangelo.

La donna non sembrava affatto essersi tranquillizzata, ma si fece comunque trascinare dal fratello.

Accelerarono il passo, risalendo via Etnea. Quando restarono ormai pochi metri da percorrere i due fratelli notarono che la piccola insegna luminosa del ‘‘Laboratorio di Pasticceria La Ginestra di Nicola La Ginestra’’ era spenta, con la serranda abbassata e le luci della vetrinetta spente anch’esse.

«Dammi le chiavi, magari è nel retrobottega».

La donna infilò una mano in tasca e tirò fuori prima un blister con una pillola, poi un burro cacao e infine un portachiavi a forma di Tour Eiffel a cui erano legate due chiavi.

«Una è quella della porta d’ingresso, l’altra dell’ufficio sul retro», aggiunse a mezza voce, porgendo tremante al fratello una chiave laccata in verde.

Aprirono la porta, accesero le luci e andarono sul retro, ma non trovarono tracce di vita; né Nicola né il garzone Cris sembrarono essere stati lì dentro negli ultimi giorni. A giudicare dallo stato di incrostazione in cui si trovavano alcune scodelle sporche di crema pasticcera rimaste nel lavandino, Vitangelo si convinse della cosa.

Prese uno di quei recipienti, passò un dito sul bordo per raccogliere un po’ di crema e provò a sentirne l’acidità. Poi avvicinò il naso alla scodella, forse tentando di emulare il Commissario Rex, ma non fu in grado di stabilire con certezza da quanto tempo quelle ciotole fossero lì.

Vittoria s’era seduta in uno sgabello, vicino al grande tavolo da lavoro.

«Resta lì, vado a dare un’occhiata in ufficio», le ordinò Vitangelo mentre varcava l’unica porta rimasta chiusa. Anche lì, però, nessun segnale di Nicola.

Dopo aver dato una rapida occhiata, prima di tornare in laboratorio, una cosa attirò la sua attenzione: nello scaffale accanto alla scrivania, tra una lunga serie di portadocumenti e cartellette tutte riposte in ordine, una di queste era invece incastrata male tra le altre, come se fosse stata aggiunta di fretta, senza che qualcuno se ne curasse.

La prese, la aprì e iniziò a spulciare tra i documenti che vi erano riposti.

A una prima fattura non saldata di circa ottocento euro se ne aggiunse una da mille e settecento. Poi un’altra ancora da oltre tre mila euro, ancora un’altra che riguardava un’ingiunzione di pagamento, e sotto altre tasse e bollette non pagate.

Insomma, di certo non stavano navigando nell’oro. E Vitangelo, nella sua ancor breve esperienza da avvocato, aveva imparato che navigare nella merda è una delle motivazioni più frequenti delle sparizioni improvvise.

«Vieni qui», richiamò l’attenzione della sorella. Poi proseguì: «Queste? Cosa sono? Da quand’è che state con le pezze al culo?».

La donna socchiuse gli occhi cercando di mettere a fuoco, poi iniziò a leggere sottovoce.

«Ottocento, millesettecento, tremila… Io non ne sapevo niente», restituì le fatture al fratello.

«Sicura di non saperne niente? Vittoria, è importante. Davvero non ne sapevi nulla?»

La testa si scosse mimando un ‘‘no’’, e gli occhi puntarono al pavimento. Poi si chiusero, e Vittoria cadde. Solo la prontezza di Vitangelo le evitò di sbattere sul tavolo che dominava il centro della stanza: la afferrò per un braccio e la tirò verso di sé, lasciando che i documenti si schiantassero al suolo. La trascinò di peso nell’ufficio, poggiandola sulla poltroncina di pelle. Cercò di farla rinvenire, e solo dopo molti tentativi riuscì.

«Torniamo a casa, qui non abbiamo più niente da vedere», sudava. «Aggrappati alla mia spalla, non sforzarti», concluse, prima di spegnere tutte le luci del laboratorio e tirarsi fuori da lì.

Le minacce del cielo, nel frattempo, erano diventate una fastidiosa realtà. La pioggia, battente da una decina di minuti, stava già creando il panico tra gli automobilisti, e via Etnea era un tripudio di strombazzate e scrosci. Come ogni inverno, al sistema di smaltimento delle acque piovane in città serviva molto poco per andare in tilt: bastavano dieci minuti per congestionare il traffico nelle vie principali, un quarto d’ora per far saltare i primi tombini e mezz’ora per allagare i piani bassi delle case popolari in periferia.

Il terzo giorno di pioggia, di solito, ci scappava pure il morto, ma per fortuna in Sicilia tre giorni ininterrotti di perturbazioni violente capitavano ogni morte di papa.

Mentre i fratelli Consoli Sautafossa, sul ciglio del marciapiede, abbracciati, con il cappotto di Vitangelo usato come protezione per la pioggia, cercavano di attraversare il fiume che era diventata via Etnea, uno stronzo a bordo di uno scooter li inzuppò fino alle ginocchia. Vittoria non se ne accorse nemmeno, anestetizzata dal dolore incurabile che le bruciava lo stomaco. Vitangelo, invece, iniziò a imprecare contro il motociclista maleducato, l’ennesimo scherzo fattogli dal destino in quella giornata da dimenticare.

Terminata la traversata da una sponda all’altra della strada, Vitangelo stava ancora maledicendo lo scooterista quando, a pochi passi dalla macchina, sentì il telefono in tasca squillare. Non ebbe il tempo di mettersi al riparo dentro la sua auto che si chiuse la telefonata. Premette il pulsante sul dorso del suo smartphone, e sullo schermo comparve ‘‘Una chiamata senza risposta: Andrea’’. Poggiò il cellulare nel portaoggetti, allacciò la cintura di sicurezza a sua sorella, ormai quasi in stato catatonico, accese il quadro e mise in moto.

Erano fermi, in attesa che scattasse un semaforo rosso, quando il telefono riprese a squillare.

Era ancora Andrea.

Vitangelo prese il telefono tra le mani e, con naturalezza, fece per rispondere, ma si fermò un attimo prima di poggiare il dito sulla cornetta verde apparsa sullo schermo. Guardò la sorella al suo fianco, sembrava essersi assopita. Allungò di nuovo il braccio verso il vano portaoggetti e posò il telefono.

Il semaforo divenne verde, la macchina che seguiva iniziò a suonare il clacson e il piede di Vitangelo affondò sull’acceleratore. Una signora, sul ciglio del marciapiede, venne travolta dall’acqua schizzata dalle ruote della macchina, ma l’avvocato non se ne accorse nemmeno e la signora rimase lì, all’angolo tra via Ingegnere e via Passo Gravina, a imprecare contro quell’automobilista stronzo e maleducato che l’aveva appena resa fradicia.

 

Quando rimisero piede a casa La Ginestra era quasi ora di cena, ma Vittoria non sembrava godere di chissà quale appetito. Lasciatasi scivolare con la schiena sul divano del soggiorno, scoppiò nell’ennesimo pianto.

«Basta piangere, basta» le urlava il fratello, ma non trovava fine.

«Non lasciarmi sola stanotte, ti prego».

«No, che non ti lascio sola», le disse portandosela al petto, «adesso però è meglio che ti calmi e dormi, perché non puoi rimanere in questo stato. Rilassati, e riposati. Vedrai che Nicola tornerà».

Vittoria non rispose. Vitangelo si alzò dal divano, prese un sedativo e glielo somministrò. Nel giro di pochi minuti, sua sorella era crollata. La prese tra le braccia e la portò in camera da letto. Con cura la coprì con lenzuola e piumone. Poi le baciò la fronte, socchiuse la porta e la lasciò dormire.

L’orologio del salotto segnava le 20. Tirò fuori dalla tasca il telefono e scrisse ad Andrea per scusarsi di non averle risposto. Poi affondò la mano nell’altra tasca alla ricerca del suo tabacco, ma non lo trovò. Cercò nel soprabito. Neanche sulla consolle all’ingresso ce n’era traccia.

«Vuoi vedere che mi è caduto dalla tasca del cappotto mentre cercavamo di attraversare in via Etnea?», disse fra sé.

Una volta rassegnatosi all’idea che non avrebbe potuto fumare, si mosse verso la cucina per cercare qualcosa con cui riempirsi lo stomaco. Aprì la credenza e trovò un pacco semivuoto di corn-flakes, uno ancora intatto, del caffè solubile, una confezione di brioche ‘‘Tortine Tomarchio’’, due scatolette di tonno, tre di carne in scatola e una serie di non meglio identificati sottaceti, di cui alcuni già scaduti da tempo. Provò a guardare dentro al frigo, ma anche lì non ebbe miglior fortuna: oltre a una vasta scelta di succhi di frutta biologici non poteva aspirare ad altro.

«Manco una birra in casa e niente da mangiare, ci credo che Nicola è scappato. Strano non l’abbia fatto prima», disse, prima che il buon gusto riuscisse a strozzargli la frase in gola. Per fortuna Vittoria stava dormendo e non aveva assistito all’ennesimo sfoggio di insensibile sarcasmo da parte di suo fratello.

Scostò la tenda, la pioggia s’era fermata e il cielo sembrava essersi aperto.

Rimuginò sul fatto che sarebbe stato meglio andare a cercare del cibo e qualcosa da fumare.

Si infilò il cappotto, prese le chiavi di casa e uscì.

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Categorie:Feuilleton - romanzi a puntate

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