1a puntata, Dove crescono le rose selvagge, di Alberto Minnella e Gaudenzio Schillaci

 

In questa prima puntata seguiremo dall’inizio, nella Catania di oggi, la vicenda nera che vedrà l’avvocato Vitangelo Sautafossa coinvolto nella scomparsa di suo cognato. Se la storia vi appassiona, venerdì prossimo troverete online la seconda puntata. Leggete dunque! E commentate!

 

Vitangelo lo chiamava “entrare in loop”.

Se lo stava dicendo anche in quel momento, con le braccia che suonavano Autumn Leaves ormai in automatico, mentre fissava una brunetta in prima fila, tutta presa ad ascoltare il concerto in piedi davanti al palco.

Aveva provato a uscirne, a rompere la maledizione, ma niente. Non passava nemmeno un giorno dalla rottura con una ex che stava già a sbavare sulle labbra di un’altra.

E anche quella sera, la stessa storia.

Sebastiano, impegnato a completare il suo assolo di basso, si girò verso di lui, facendogli segno che sarebbe venuto il suo turno.

Vitangelo asserì e abbassando gli occhi al rullante, al momento stabilito, iniziò la performance.

La brunetta in prima fila aprì la bocca e, dopo un groove vertiginoso di Vitangelo sui tom, si lasciò andare a un piccolo gemito di goduria. Vitangelo alzò la testa, incrociando lo sguardo della ragazza, e le sorrise.

Poi, però, pensò ad Agata, rossa, un metro e cinquanta, il più delle volte irritante, con cui si era lasciato il giorno prima, al supermercato.

Aveva ancora in testa la scena. Dopo ventiquattro mesi esatti di sesso e facce buffe, il giorno del loro secondo anniversario, davanti a uno scaffale stracolmo di omogeneizzati, lei, portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, gli aveva detto: «Quando… io e te?»

Il volto di Vitangelo era diventato un grande punto interrogativo.

«Insomma, sono due anni, ormai» gli disse, un leggero rossore le stava colorando le guance.

«Non ti capisco» le rispose. E invece aveva capito benissimo.

«Niente, lascia stare» tagliò corto lei. E un secondo dopo le gote le erano tornate del colore della sua carnagione, mettendole in risalto gli occhi scuri e profondi.

Gli omogeneizzati li avevano ormai alle spalle.

«Dai, dimmi…» aveva detto Vitangelo, lasciando però la frase in sospeso e fingendo poi di interessarsi ad altro, nella speranza che la cosa si potesse chiudere lì.

«Niente… è che… pensavo, abbiamo entrambi più di trent’anni. Sì, insomma, non sarebbe il caso di costruire qualcosa insieme seriamente?»

«Non capisco» aveva ripetuto. Nel frattempo si erano spostati ed erano finiti nel reparto degli alcolici, davanti agli spumanti. Vitangelo ne afferrò uno.

«Vita’, insomma, che io e te mettiamo su famiglia. Hai capito ora?»

A quel punto Vitangelo simulò uno smarrimento. Poi si fece prendere dal panico, farfugliando una frase che sarebbe stata incompressibile a qualsiasi essere umano e infine, con il solito pizzico di genio, improvvisò un’arrampicata sugli specchi, battendo ogni record di scalata.

Agata, però, che cretina non era e aveva già assistito decine e decine di volte a quella pantomima, con un progressivo montare di rabbia, gli aveva risposto:

«Con me i tuoi soliti discorsi da avvocatuccio non li devi fare, hai capito? Ogni volta che tocchiamo ‘sto tasto fai sempre la stessa scena. Io non ne posso più. Basta!»

«Ma che dici? Che stai dicendo? Io…»

«Basta, Vita’. Basta!» gli urlò, infilando l’uscita del supermercato e lasciandolo da solo, con una bottiglia di prosecco in mano e un gruppo di persone che lo fissava dalla corsia.

Fine, terminato. Un altro amore in vacca e il pericolo del loop dietro l’angolo. Ma stavolta sarebbe stato diverso, si era detto.

Quella notte però, alla “Chiave Nera”, quando Luca al pianoforte aveva ripreso a suonare il tema principale, la brunetta, mordendosi inconsciamente le labbra, aveva di nuovo dato il via alla sua maledizione.

Un’ora più tardi erano seduti allo stesso tavolo, nella parte più buia e intima del locale. Vitangelo stringeva in mano quel che restava della sua pinta. Lei beveva il suo Negroni sbagliato dalla cannuccia, guardandolo fisso negli occhi, lasciando le mani nascoste sotto al tavolo, dando così di sé un’immagine dolce e sensuale allo stesso tempo.

Do you want to dei Franz Ferdinand sovrastava le loro voci, costringendoli a brevi e serrati scambi di battute, alternati da altrettanti rapidi sorsi.

«Non mi sono nemmeno presentato» le aveva detto e per farsi sentire meglio aveva alzato il volume della voce.

«Ah, scusami. Sono Andrea» gli aveva risposto lei, credendo di aver sentito tutt’altro. E mentre lasciava che il suo nome le uscisse di bocca, sguainò da sotto al tavolo la mano e gliela porse, sfiorandosi il seno con il bicipite.

Vitangelo sorrise e pensò che ormai nient’altro poteva più rovinargli quella serata, adesso che Andrea gli aveva dato prova della sua palesata femminilità, con quella ingenua e sacrosanta incomprensione.

Per di più, profumava di pulito ed era uno stordimento per i suoi sensi.

«Vitangelo» le disse, stringendole la mano. Solo dopo, si sfilò la giacca e la appoggiò allo schienale della sedia.

Continuava a guardarle le labbra. Lei insisteva nel mordersele.

Seguirono alcune domande di rito, banali, che però in una situazione come quella erano d’obbligo, quasi un gesto di buona cortesia.

Detestava quel momento. «Che fai nella vita?».

Andrea aggrottò le sopracciglia disegnate di fresco, chiaro che non avesse sentito nemmeno una parola.

Vitangelo replicò la domanda.

«Sto per laurearmi» rispose lei, succhiando poi dalla cannuccia il suo drink.

«In?»

«Lettere!» sorrise.

«Un’altra disoccupata» sentenziò Vitangelo.

Andrea non si lasciò scappare un’occasione così ghiotta, un botta e risposta che le accese ancora di più il desiderio.

«Perché… tu? Scommetto che oltre a questo – indicò con gli occhi il palco – non fai altro che grattarti per tutto il giorno» e quando finì la frase trattenne a stento una risata.

«Veramente… – si prese qualche secondo – Veramente sono un avvocato.»

Andrea restò interdetta, difficile associare l’immagine di Vitangelo sul palco a quella di un avvocato.

Vitangelo le chiese se volesse ancora da bere, per cancellare l’imbarazzo, e al suo sì, fece per alzarsi per raggiungere il bancone. In quello stesso istante, però sentì il suo telefono vibrare dentro il taschino della giacca, rimasta sulla sedia.

Con un gesto rapido, Andrea rovistò nella borsa e tirò fuori il suo, di telefonino. Il suo volto fu subito illuminato dallo schermo del cellulare. Adesso riusciva a vederne gli zigomi pronunciati e la linea dolce della mandibola, accompagnata da un ciuffo di capelli che sembrava essere la cornice perfetta per tutta quella bellezza.

Ma nella testa di Vitangelo non c’era alcun ruggito sentimentale, solo la voglia di portarsela a casa quella stessa sera. Prese da bere e lo portò al tavolo.

«E quindi gli avvocati suonano anche?» gli domandò, mentre dalle casse la musica era cambiata.

«Sapessi cosa fanno pur di non…» provò a dirle, ma s’interruppe, sentendo ancora lo schienale vibrare.

«Di non?» ribatté Andrea.

Vitangelo fece per infilare la mano nella tasca della giacca, ma si disinteressò della cosa un attimo dopo, quando il telefono smise di squillare.

«Farsi chiamare avvocati» concluse e le sorrise.

«Vale per tutti?»

«Quasi tutti».

«Ma è un problema di vergogna o…»

«Anche. È sempre meno vergognoso che fare il commercialista» sentenziò lui alla fine.

Appena imbarazzata Andrea sorrise: «Mio padre è commercialista!»

Vitangelo mandò giù quel poco di birra che aveva in bocca e per un attimo gli sembrò di ingollare cemento: «Volevo dire analista!» disse, ma la frittata ormai era fatta.

Poi, aspettò che lei finisse di bere e con un movimento rapido spostò la sedia, mettendosi più vicino a lei.

Il telefonino di Vitangelo riprese a vibrare, nella più totale indifferenza del suo proprietario.

Andrea rise ancora e a divertirla non era più la faccia buffa di Vitangelo, ma l’idea che di lì a poco qualcosa sarebbe successo.

Dopo Two way monologue di Sondre Lerche, fu la volta dei Marlene Kuntz.

“La canzone che scrivo per te” era già partita, mentre Vitangelo, guardandola dritto negli occhi, le aveva messo una mano sopra al ginocchio.

Andrea fece un po’ di resistenza, così gli afferrò la mano, lasciando che quella presa diventasse una carezza.

Lei prese a fissarlo e al primo ritornello ai due era ormai chiaro cosa sarebbe successo di lì a poco.

Vitangelo voleva baciarla a tutti i costi e quello era il momento giusto per farlo, pensò.

Andrea sentì la schiena irrigidirsi per un attimo.

Le rimise una mano sulle gambe. Stavolta la presa era salda e sulla parte più carnosa della coscia.

Un centimetro, due… mancava poco a Vitangelo per sferrare il colpo di grazia.

Andrea sorrideva e arrossiva. Distoglieva lo sguardo e poi ricadeva sugli occhi scuri di Vitangelo.

Basta, si era detto. Ora o mai più.

E non appena si lanciò, sentì tirarsi per un braccio.

«Ma che cazzo…»

«Esci, esci. Esci fuori. Subito» si sentì dire.

Nella semioscurità Vitangelo non poté vederlo, ma sua sorella Vittoria in volto era completamente bianca.

«Che c’è? Che vuoi?» le urlò irritato.

«Perché non rispondi al telefono? Esci. Muoviti. È successo un casino».

Vero è che non poteva vedere il pallore di Vittoria, ma che fosse nel panico più totale era evidente.

Così si scusò con Andrea.

«Vai, tranquillo. Io mi faccio un altro giro» indicò il bicchiere vuoto.

«Solo cinque minuti» le disse lui, mostrandole un cinque a mano aperta.

Afferrò la giacca e prese Vittoria sotto braccio, trascinandola fuori dal locale imprecando.

 

Vitangelo non volle crederci. Si era ormai abituato alle cazzate della sorella.

Dieci anni addietro, a quell’ora, ad esempio, Vitangelo festeggiava la sua laurea in giurisprudenza, sbronzo da fare schifo, quando ricevette una chiamata da sua madre:

«Vittoria sta male – singhiozzava – Era seduta sulla ringhiera del balcone, e poi…»

«E poi?» domandò Vitangelo.

«Abbiamo litigato e…»

La conversazione proseguì, di presenza. Vitangelo scappò dalla festa e raggiunse i suoi in ospedale. Il volto di sua madre affranto dalla disperazione. Suo padre sembrava un quadro surrealista.

«Abbiamo litigato, ma per una minchiata, che ti credi?»

«Sì, ma’. Ma che è successo?»

«Mi ha dato uno schiaffo e mi ha spinta. Io sono caduta. Poi lei è scappata e si è chiusa in camera. L’ho lasciata fare. Poi mi sono affacciata e l’ho vista seduta sulla ringhiera del balcone che voleva buttarsi di sotto.»

«Ma se abitiamo al piano terra» gli disse Vitangelo.

«Voleva morire, Vita’. Voleva morire perché pensava di avermi ammazzato. Hai capito?»

«Veramente… no.»

«È pazza, Vita’. Pazza!»

Schizofrenia, dissero i dottori, e da quel giorno le cose avevano preso una strada diversa. L’anno successivo si era innamorata di Nicola. Sembrava guarita, ma le liti, anche fra loro due, erano ormai la norma. Un alternarsi di crisi profonde e sparuti attimi di felicità.

Così quando si trovò lì di fronte al suo sguardo sconvolto, mentre tutt’intorno i ragazzi, riversati in massa fuori dal locale, si scomponevano in piccoli gruppi di emarginati fumatori, gli ritornò in mente la voce stridula di sua madre che gli diceva «È pazza. Vita’».

 

«Forza, Vittoria. Sbrigati. Che è successo?» la guardò negli occhi.

«Ho ucciso Nicola. Aiutami» gli disse lei, respirava male. Il volto, quello di un fantasma.

«Sì, certo.»

«L’ho ucciso, ti giuro».

«Sì, Vittoria, certo. Ora stai calma e mi racconti» le disse, poi guardò circospetto tutt’intorno. Pensò che quella conversazione sarebbe dovuta accadere altrove.

L’aveva ripresa sotto braccio e, con grande sforzo, cercava una pazienza che non aveva mai avuto.

Gli sembrò cretino, anzi stupido pensare in quel momento così delicato ad Andrea, dentro ad aspettarlo.

«Sei in macchina?» le domandò.

«L’ho ucciso» gli ripeté Vittoria e ormai non lo guardava più. Anche lei era entrata in un loop, ma la maledizione di cui soffriva era di certo peggiore di quella di suo fratello.

Iniziò a piangere.

«Lo prendo come un no! – bofonchiò Vitangelo – Aspetta qui un secondo» concluse.

Entrò nel locale da solo.

Il pub non era molto grande, subito dopo l’ingresso, un lungo bancone, popolato da quella che in quel momento gli parve immotivata felicità alcolica, culminava nella sala concerti, con qualche tavolino in fondo, dov’era seduto pochi istanti prima.

Andrea era ancora lì, illuminata appena dalle luci del palco, che l’aspettava guardandosi i palmi delle mani.

Vitangelo si diresse, dapprima, verso il suo bassista, che gli dava le spalle.

«Seby, devo scappare. Ci pensate voi alle mie cose?»

«’Spè, dove stai andando?» disse lui girandosi.

«Una cosa urgente».

«Non mi pare che scoparti quella – gli disse, indicando Andrea con un cenno del capo – sia una cosa urgente».

«Non c’entra niente, quella… È per mia sorella, poi ti racconto»

Sebastiano tramutò in volto.

«Spero non sia niente di grave».

Vitangelo fece spallucce e liquidò così la questione. Prese il cappotto che aveva lasciato poggiato sul case rigido della grancassa e con la coda dell’occhio vide Andrea alzarsi e imbracciare la borsa, dopo aver dato un sorso nervoso al bicchiere. Fece uno scatto verso di lei.

«Potevi dirmelo!» gli disse infastidita.

«Dirti cosa? Aspetta».

«Che sei un porco. Povera ragazza».

«Ma chi, cosa? Che stai dicendo?»

«Ti pare che non l’ho capito? Spero che quella ti mandi a fare in culo all’istante».

Vitangelo, non certo un fulmine nell’intuizione, capì troppo tardi: «Guarda che quella – disse sorridendo – quella è mia sorella».

Andrea agitò una mano a mezz’aria e poi sbuffò, facendogli capire che quella era una battuta vecchia e che non avrebbe funzionato di certo con una scaltra come lei.

«Dico sul serio – ribatté – Andrea, aspetta!»

Dovette riprenderla per un braccio, perché la ragazza stava già infilando l’uscita.

«Facciamo una cosa – le disse, mentre la gente li spingeva, presa dall’affanno di rientrare – segnati il mio numero e con calma ti spiego. Davvero, prendi…» e le indicò la borsa.

«D’accordo – gli rispose senza pensarci, forse stava dicendo la verità – Ma se domani ti chiamo e non mi spieghi tutto…»

«Promesso».

E la cosa finì lì.

 

A quell’ora le strade di Catania erano pressoché deserte.

Vitangelo prese la macchina.

«È successo a casa?» domandò a Vittoria che nel frattempo guardava catatonica Catania scorrere fuori dal finestrino.

Lei annuì.

«Ti ha visto qualcuno?»

Scosse la testa.

«Vittoria? Vittoria, ci sei? Sei con me, sì?»

Annuì.

Dalla “Chiave nera” a casa di Vittoria e Nicola, tenendo conto del fatto che Vitangelo non rispettò due o tre semafori, non ci vollero che pochi minuti.

In viale Mario Rapisardi non si vedeva anima viva. Inchiodò al civico 134.

«È successo a casa?» le ridomandò.

«Sotto – gli disse – sotto».

«In garage?»

Annuì per l’ennesima volta.

Scesero dall’auto. L’aria era umida e fredda. Vitangelo alzò il bavero del cappotto e strinse a sé sua sorella, in uno slancio di protezione, e si avviarono verso il portone.

Prese le chiavi dalla borsa di Vittoria e, senza nemmeno tenere in considerazione le scale, tirò dritto verso il cortile interno dello stabile, dove c’erano i garage dei condomini, compreso quello di suo cognato.

Il cortile era illuminato solo da una piccola luce gialla che dall’entrata tracciava una diagonale sulla pavimentazione in cemento grezzo.

Il garage di suo cognato aveva la saracinesca basculante socchiusa.

Vittoria era rimasta indietro, sull’uscio che divideva l’androne dal cortile.

Vitangelo afferrò la maniglia e, sicuro di sé alzò la saracinesca. Non tremava, non aveva paura. Intravide il culo dell’auto di suo cognato.

L’attesa aveva, però, incrementato l’ansia di sua sorella e prima di entrare e accendere la luce, Vitangelo le lanciò un’ultima occhiata.

Era già stato lì dentro e aveva usufruito del garage quando si era trasferito a pochi passi da lì, per stivare alcune sue robe vecchie. Con la mano cercò a memoria l’interruttore che sapeva essere subito a sinistra. Per un secondo rimase fermo, con l’indice sulla plastica liscia del pulsante, in preda al dubbio dell’ultimo minuto: e se Vittoria raccontasse la verità? Gli sembrò di sentire i denti di lei battere per l’agitazione.

Chiuse gli occhi e lasciò che quel pensiero gli scivolasse via. Accese la luce.

La prima cosa che gli si palesò agli occhi fu uno scarafaggio, grande quanto la testa di un topo, scappare via da lì con una rapidità impressionate.

L’auto occupava tre quarti della superficie calpestabile. L’odore era quello di un comune ripostiglio, dove pezzi di vita ristagnano abbandonati per prestabilita inutilità o per mero accumulo.

Così sulla parete di fondo ebbe a osservare una dimostrazione di quello che di sé un uomo lasciava al buio della memoria.

Spiò prima dentro l’auto attraverso i finestrini, mentre girava tutt’intorno alla ricerca del corpo di suo cognato. Ma quello che trovò fu solo la borsa di sua sorella, abbandonata sul pavimento, e nient’altro.

Per scrupolo si chinò per guardare anche sotto alla vettura, come quando da bambini si cerca di recuperare un pallone rimasto incastrato a causa di un tiro sbagliato.

Anche lì non trovò niente.

Il rumore legnoso di una serranda che stava per essere chiusa rimbombò nel cortile.

Vitangelo riprese fiato, sollevato.

Prese la borsa e si avviò per uscire, quando il tremar di denti non fu più un’allucinazione, Vittoria era entrata e piangeva.

«Lo vedi? – le disse – Niente. Non c’è niente».

«Sono sicura. L’ho colpito in testa. Con la borsa e poi è stramazzato a terra. C’era sangue. Ho visto del sangue.»

«Non c’è niente. Guarda: niente!»

Vittoria restò intontita. Era sicura, sicurissima.

«I morti non camminano, te l’assicuro» disse Vitangelo, aggiungendo una nota di cinismo. «Ora andiamo a casa e mi racconti per filo e per segno cosa è successo» concluse.

 

Vitangelo viveva, da cinque anni, in via Cronato, al 48. A cinquanta metri, in linea d’aria, dalla casa di sua sorella. Era in affitto e questo gli permetteva, una volta stufatosi, di poter cambiare casa e zona. Cosa che ancora non era, fino a quel momento, mai accaduta.

Stava in un piano ammezzato che, oltre al bagno e a una piccola lavanderia, si apriva subito in una grande stanza che faceva da soggiorno e da cucina, aveva l’aria di uno di quei loft americani che vedeva spesso nelle serie tv oltreoceano. In realtà era solo una grande stanza e basta, e di quell’atmosfera metropolitana per artisti sregolati aveva solo l’umidità.

Portare lì Vittoria era stata una mossa giusta, almeno questo fu quello che pensò quella notte. Sotto la porta trovò un biglietto. Non lo lesse subito, la sorella si sarebbe di certo impicciata e non aveva bisogno di altri pensieri, così lo ripose in tasca.

La fece accomodare nella camera da letto, adiacente alla grande stanza centrale e la fece distendere.

«L’ho ucciso, ti dico. Gli ho dato un colpo di borsa e bum, è caduto a terra».

Mentre Vittoria straparlava rovistò nella borsa, alla ricerca dei tranquillanti.

«Sempre il solito, lui: una bella cena, rientriamo in macchina e subito inizia con la storia delle rose».

«Quali rose?» le domandò superficialmente, giusto per assecondarla, mentre tirava fuori dalla borsa gli effetti personali di Vittoria, fra cui un tomo a copertina rigida, un mattone in pratica, di Guerra e pace.

«Quelle che mi arrivano ogni lunedì. Rose, normali rose».

Vitangelo trovò i tranquillanti.

Prese un bicchiere e versò le gocce, abbondando con la dose prescritta. Lo porse a Vittoria che lo bevve in due sorsi.

«Allora mi sono detta: basta, non è colpa mia se qualcuno mi manda delle rose. Non conosco nessuno. Basta, mi sono detta. Basta. Così appena siamo scesi dall’auto gli ho dato un colpo di borsa e amen. Basta».

«Ora calmati e cerca di riposare.»

«Sai che faccio? Ora esco e vado alla polizia».

«Calmati, Vittoria. Calmati» la esortò e più quella discussione andava avanti, più i tranquillanti facevano effetto e in poco tempo Vittoria non riuscì nemmeno a sbiascicare una parola.

Si addormentò. Vitangelo sprofondò sul divano che aveva sistemato ad angolo nello stanzone. Rollò una sigaretta e l’accese. Dopo i primi sbuffi, tirò fuori dalla tasca il biglietto che aveva trovato sotto alla porta d’ingresso e lo lesse. C’era scritto “Fottiti maiale”, firmato Agata.

Dopo aver sgranato gli occhi, preso da un’istintiva furia omicida, di quel biglietto ne fece una pallina e lo gettò in direzione del cestino dei rifiuti, a due metri da lui, mancandolo di poco.

Provò, poi, a chiamare suo cognato al cellulare, ma niente: staccato. Avrebbe riprovato l’indomani. Era già successo che, per una lite, Nicola andasse via di casa per dormire, una o due notti, nel retrobottega del suo laboratorio di pasticceria.

Gli lasciò scritto qualcosa su WhatsApp.

Sul tavolo da pranzo, posto al centro della stanza, c’era il suo laptop, comprato con i soldi dei primi clienti dello studio legale.

Strozzò la sigaretta nel posacenere e, con un gesto felino, afferrò il pc senza muoversi dal divano.

Se lo poggiò sull’addome. Lo accese e fece partire a basso volume Body & soul di Coleman Hawkins. Cullato dalla musica, si addormentò beato, lasciandosi quella notte alle spalle, convinto che le cose l’indomani sarebbero tornate al loro posto.

Ma aveva fatto male i suoi conti.

 

 

 

 

 

 

 

Annunci


Categorie:Feuilleton - romanzi a puntate

Tag:, , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: