Intervista a Eva Clesis: come la realtà influenza la finzione nella scrittura

di Sara Meddi

 

eva_clesis-1728x800_cDegli scrittori che intervistiamo mi interessa innanzitutto la formazione: ovvero c’è un momento in cui si inizia a scrivere consapevolmente ma in quel momento confluiscono una serie di “formazioni involontarie”, di letture, scritture, cose che abbiamo visto e fatto… nessuno inizia a scrivere nello stesso modo di altri, quindi se vuoi raccontaci la tua.

Nel mio caso non ho mai vissuto una “continuità di scrittura” dall’infanzia all’età adulta. Mi ricordo di aver voluto iniziare a scrivere in maniera seria con la stesura del mio primo romanzo, e avevo ventun anni. Era il 2001-2002, il romanzo lo pubblicai con la Pendragon nel 2005, si chiamava A cena con Lolita. Prima ci sono stati sicuramente dei tentativi di scrittura… da ragazzina scrivevo fiabe e disegnavo brevi fumetti. A un certo punto mi sono cimentata  in un’enciclopedia sui miti, che però non ho portato a termine: avevo quindici anni. Ho scritto cento pagine per circa trenta voci.

9788883424045g1-e1320680648647Mi sono occupata per tanto tempo di aspetti contigui alla scrittura. Per esempio ho fatto il grafico editoriale per dieci anni e ho lavorato come redattore. All’inizio, come grafico, mi sono appassionata tantissimo al lettering, e ancora prima ho studiato da autodidatta – per tutto il liceo – grafologia. Anche perché ero la classica ragazza che non amava dedicarsi ai compiti, mi bastava sfogliare un libro la sera tardi per riuscire bene a scuola, e quindi il pomeriggio lo impegnavo in altre cose: letture, lavori di illustrazione e, appunto, analisi grafologiche.

 

È curiosa questa cosa di iniziare a 21 anni con un romanzo pubblicato, e quindi riuscito bene, senza aver fatto altri tentativi di romanzo prima. Ma l’enciclopedia dei miti a quindici anni già mi pare bellissima come cosa…

Mi piacevano tantissimo i miti, ma non era una cosa gestibile. Nell’ingenuità dei 15-16 anni mancavo di metodo, avevo preso in considerazione solo  alcuni tipi di miti ma ne avevo ignorati altri, come quelli dell’area germanica… dopo un anno mi sono resa conto che non ne uscivo fuori.

Il mio primo romanzo invece è venuto su in modo abbastanza semplice. Ha richiesto circa sette mesi di lavoro, suddiviso per capitoli. Scrivevo un capitolo, poi lo salvavo, lo rileggevo e solo quando ero convinta andavo avanti con l’altro. Venne fuori un romanzo di 250-300 pagine che poi ridussi, passando dalla prima alla terza persona per cercare di scremare le impressioni della protagonista; alla terza persona il soggetto, in un certo senso, si rappresenta più facilmente secondo quello che fa e non secondo quello che sente: sostanzialmente si pensa per scene. E con questo gioco, dopo un ulteriore anno di lavoro, sono arrivata al manoscritto finale, di circa cento pagine.

 

Fino a 21 anni si saranno sommate un grandissimo numero di letture. C’è qualcosa che hai letto con l’idea che ti sarebbe piaciuto scrivere un romanzo del genere o un racconto del genere?

No, perché i miei punti di riferimento – soprattutto all’epoca – erano i classici, che sicuramente mi hanno condizionata dopo, nella scrittura. Molte persone con cui ho parlato mi hanno raccontato che avevano fin da subito dei riferimenti di scrittura abbastanza netti, e che quei riferimenti sono stati una molla, invece per quanto mi riguarda sono sempre stata dispersiva nelle letture. E, soprattutto, quando scrivo non leggo più, per non essere influenzata nello stile che ho in mente da quello che leggo.

All’epoca in cui scrivevo il mio primo romanzo le mie letture erano i russi, in particolare Gogol e Dostoevskij, e i francesi. Mi piaceva molto leggere romanzi o racconti di genere grottesco e A cena con Lolita è anche un romanzo grottesco.

Quindi non c’è stato un imprinting chiaro. Semplicemente volevo scrivere un romanzo e pensavo di non esserne capace, proprio per i precedenti lavori abbandonati: e invece è venuto fuori il mio primo libro.

 

Una cosa che mi incuriosisce è che quando metto insieme la produzione di alcuni autori a occhio è abbastanza semplice individuare – al di là delle trame – un filo conduttore, un tema che lega o che si ritrova in tutte le opere. Nel tuo caso ho avuto maggiori difficoltà, mi pare che sia una grande diversità, non solo di trame ma proprio di cose che tu racconti…

9788883726026_0_0_750_80Innanzitutto a me piace moltissimo variare… passando dal noir, all’erotico, al comico… adesso non considerare le antologie perché sono sempre un caso a sé, devi sviluppare un racconto intorno a un tema che ti viene dato. Se c’è una cosa che mi interessa sempre, tantissimo, è la famiglia. Perché la famiglia è il primo fondamento di società, e la cosa che mi interessa sono quelle regole, per esempio nel matrimonio una regola potrebbe essere la monogamia, o nella famiglia d’origine può essere la gerarchia dei rapporti… quelle regole sociali che finiscono per essere manipolatorie e ragioni di conflitto. In A cena con Lolita, per esempio, la protagonista soffre di bulimia e ha un sentimento filiale ma anche sessuale per un uomo più grande di lei, mentre il suo vero padre è un uomo invisibile. In Parole sante c’è una famiglia composta da una madre anziana e dal figlio che ha una menomazione molto grave: entrambi, per diverse ragioni, fanno una vita da eremiti. In Finché notte non ci separi c’è la vendetta di un figlio che ha perso il padre, e che cerca di distruggere la famiglia del chirurgo che secondo lui è responsabile della sua morte. In E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco il ragazzino che teme di essere pestato vive da solo con la madre divorziata che vuole essergli a tutti i costi amica, mentre i bulli provengono da una situazione di disagio e violenza che è innanzitutto famigliare.

Spesso inizio da qualcosa che a livello di cronaca o a livello biografico – non per forza mio – è successo veramente.

Per esempio, per E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco mi è servito aver lavorato come volontaria con dei bambini che avevano subito abusi e che negli anni avevano sviluppato dei ritardi nell’apprendimento, o altre problematiche molto delicate; mentre da un fatto di cronaca nasce Parole sante, la classica storia per cui un’anziana lascia la sua eredità a un prete che se ne vuole approfittare per fini personali invece di devolverla alla Chiesa; Finché notte non ci separi nasce da una mia cosa, dalla morte di mio padre trasfigurata in vendetta attraverso il mezzo della fiction.

e-intanto-vasco-rossi-non-sbaglia-un-disco_4959_x1000Sono molto cinica nel tratteggiare certe dinamiche.

Una cosa che i lettori mi dicono è che i miei personaggi “finiscono male” o sono antipatici, e quando durante le presentazioni mi metto a raccontare i retroscena reali che hanno portato alla costruzione della finzione narrativa, rimangono spesso sconvolti.

 

Guardrail mi era piaciuto proprio per questo, perché riconosce gli aspetti bui, anche cinici, dell’infanzia e dell’adolescenza…

In Guardrail la nonna di Alice, la maestra, si rifà a un mio ricordo. Avevo una maestra che era così, violenta e autoritaria, e i bambini che venivano da classi sociali – secondo lei – inferiori erano maltrattati di continuo. Le punizioni corporali che descrivo nel romanzo sono vere. Ovviamente non si può dire che tutta la storia sia vera, nessuna delle mie storie è autobiografica, ma la finzione si mescola a particolari che sono tratti dalla realtà e che contribuiscono a rendere la storia verosimile.

 

Ti volevo fare una domanda più tecnica. Anche questa è una domanda che faccio spesso perché le risposte sono molto in contrasto tra di loro. Adesso sono  tornate di moda – non dico nate perché ci sono sempre state – le scuole di scrittura… e ci sono scrittori che dicono che non servono a nulla o scrittori che ne riconoscono un’utilità assoluta, dunque tu cosa ne pensi?

Non ho né un giudizio di condanna né di approvazione. Non ne ho mai frequentata una, ma conosco bravi scrittori che l’hanno fatto per cui immagino che a loro sia servita, e  immagino anche che qualunque esperienza formativa che ti possa fornire degli input sia valida. Se un giorno dovessi leggere qualcosa di buono da un esordiente che esce da una scuola di scrittura penserei solo che gli è servita… quindi non ho un giudizio negativo, che poi dovrebbe essere anche un giudizio morale: “Ah, la nobile arte della scrittura, non penserai mica di poterla insegnare!”.

9788866655084_0_0_300_80Ma la brutta tendenza che ho rilevato è il tentativo di rendere troppo prosaica la scrittura. Quando mi sono laureata ho presentato una tesi di semiotica applicata alla scrittura creativa – dalle lezioni di Stevenson, Poe e James, fino alla scuola di derivazione filosofica francese e alla manualistica americana, quindi On Writing di King, le lezioni di Carver, eccetera. Alcuni di questi manuali in realtà non sono altro che raccolte di lezioni universitarie, articoli o corrispondenze dalle quali si possono evincere delle indicazioni di massima. In America sono tantissimi i manuali di scrittura di genere, tipo per il fantasy, che puntano su percorsi più aggressivi e professionali. Per la mia tesi ne ho letti parecchi.

In sostanza il manuale tende a dare delle regole. Alcune sono regole di buon senso, grammaticale e sintattico, infatti uno dei libri al quale si rifà Stephen King in On Writing è un manualetto di grammatica (Elementi di stile nella scrittura di William Strunk). Ma al di là di queste cose, c’è soprattutto un obbligo di chiarezza verso il lettore: lo scrittore deve comunicare quello che vuole dire nel modo più chiaro possibile, che spesso ma non sempre è anche il modo più semplice e diretto possibile. Nel momento in cui il lettore si chiede: “Che vuole dire?”, significa che te lo sei perso per strada.

Il problema secondo me sono le regole ulteriori. Regole che in alcuni casi cristallizzano un po’ la maniera in cui andrebbe scritto un romanzo; rimango perplessa a vederle enunciate in continuazione da persone che credono di aver scoperto il Santo Graal della scrittura perché hanno imparato un modus operandi a cui attenersi fedelmente. Per esempio quando si dice che bisogna evitare gli avverbi. In effetti gli avverbi possono appesantire la frase e essere superflui, ma ci sono anche romanzi in cui gli avverbi sono usati dall’autore per suggestionare il lettore in modo efficace e preciso. Tutto sta nel modo, nel garbo. A esempio cito sempre un passaggio de “I milanesi ammazzano al sabato” di Scerbanenco, nella scena in cui l’investigatore Lamberti interroga il padre della ragazza scomparsa e si fa raccontare la storia. L’uso degli avverbi ha il vantaggio di dilatare la scena fino a darle un carico emotivo insostenibile nella narrazione della scomparsa: “E mentre così le liberava il viso, lei si era svegliata e subito gli aveva teso le braccia nel mattutino, consueto abbraccio, sorridendo, mollemente, sensualmente felice”.

Quello che voglio dire è che non esistono comandamenti oltre quel dovere di chiarezza che citavo prima: le stesse regole di buon senso non sono un diktat.

 

copGAnch’io condivido questo discorso, soprattutto perché non esistono dei veri manuali di scrittura. Al massimo esistono dei libri che danno buoni consigli di lettura, ma è anche vero che spesso si usano gli avverbi perché non si centra la parola giusta, allora si gira intorno a quella parola riempiendola di orpelli…

È vero che se uno può deve evitare il linguaggio da burocrate, o che è inutile usare dieci parole quando ne basterebbero due. Ma è anche vero che spesso le persone confondono la chiarezza espositiva con il “devi scrivere parole che tutti capiscono”, che è un discorso un po’ diverso, è come se tu mi dicessi che il vocabolario lo devo ridurre a quelle cinque, diecimila parole di uso quotidiano. Stephen King è uno che scrive in modo semplice, ma nei suoi libri c’è anche molta trama… non credo che il suo stile sia paragonabile a quello di un Elias Canetti. Questo perché il modo in cui si scrive risponde anche a un diverso progetto letterario. Ci sono parole che nel linguaggio quotidiano non udiamo spesso, ma che sono semanticamente corrette nonché funzionali alla narrazione.
Ok, ultima cosa: a me interessano molto anche gli spazi di scrittura, dunque dove scrivi tu? E quando?

Scrivo di notte. Sono insonne e la mia vita è molto disordinata, con parentesi disciplinate di scrittura, che nel mio caso è anche lavoro quotidiano. Infatti durante il giorno scrivo articoli per lavoro, cose per cui devo studiare e documentarmi, di sera tardi scrivo o correggo i miei romanzi. Solo il sabato mattina faccio eccezione, perché non devo lavorare. Spesso scrivo a letto, a gambe incrociate, mentre per lavoro mi metto come una brava impiegata di me stessa alla scrivania che vedi. È anche la scrivania del mio sabato mattina!

 

 

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Categorie:articoli, interviste

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