Intervista a Filippo Tuena: quando si parla di libri, “bisogna sempre essere pronti all’innamoramento. E non tirarsi mai indietro”

di Sara Meddi

filippo-tuena-300x225_roadbookPunto primo: io sono molto affascinata dalle formazioni… da come uno inizia a scrivere, quando, e suggestionato da cosa. Tu scrivi libri che hanno spesso una matrice storica, di ricerca. Cosa leggevi? Cosa scrivevi da ragazzo?

Allora. Mi sono laureato in Storia dell’arte e, a parte un romanzo di gioventù, scrivevo poesie e cose per il teatro (mi divertiva molto da ragazzo il teatro); ho iniziato a pubblicare saggi di storia dell’arte, essenzialmente storia del collezionismo rinascimentale. Rapporti tra committenti e artisti.

Dunque, m’interessava di più la vicenda storica degli oggetti che non la loro valenza artistica. Cercavo storie, insomma.

Da qui credo il passaggio, in età abbastanza matura, alla narrativa. Il mio primo vero romanzo, a parte quei tentativi giovanili che ti dicevo, risale al 1988. Avevo 35 anni quando l’ho scritto e 38 quando è stato pubblicato da Leonardo, nel 1991. Si chiamava Lo sguardo della paura ed era ambientato nel mondo degli storici d’arte, degli antiquari (quale ero io allora).

Quanto alle prime letture, erano le tipiche letture da adolescenti. I Racconti di Poe, qualche italiano come Vasco Pratolini, Cronaca familiare. Un ruolo importante lo ebbe il professore di lettere del ginnasio che aveva organizzato una bella biblioteca di classe… Però se dovessi dirti i due libri fondamentali per la mia formazione, cito senz’altro La peste di Camus e Guerra e pace di Tolstoj. Credo che sia stato leggendo quei libri che mi è venuta la voglia di scrivere narrativa. Le letture importanti, queste letture, le ho fatte abbastanza avanti… avrò avuto 17 anni.

downloadPerò lo stimolo a cimentarmi con la narrativa mi è venuto dalla lettura di due romanzi contemporanei, di allora, Notturno indiano di Tabucchi e Le menzogne della notte di Bufalino. Mi diedero la spinta a tentare di scrivere qualcosa che non fosse saggistica d’arte, ma narrativa.

 

Non è tanto scontata come cosa… cercare delle storie, intendo… uno intorno a un oggetto può farci un reportage, un testo di non-fiction… invece tu hai scelto il romanzo, che è un tipo di romanzo particolare, perché è sempre vincolato in qualche modo dalla realtà storica. Quindi come procedi? Raccogli i fatti e poi devi scegliere cosa è importante tenere e cosa no? Insomma, c’è una metodologia di indagine che usi? Perché è vero che si impara leggendo, ma soprattutto scrivendo, e non è cosa facile!

I primi romanzi erano abbastanza “fantastici”. Qualcosa è rimasto, nel senso che in tutti i miei libri ci sono “fantasmi”, ma direi dal 1999, da Tutti i sognatori, romanzo ambientato a Roma durante l’occupazione nazista, la ricerca del materiale storico, la sua centralità hanno preso il sopravvento sulla scrittura d’invenzione. Ormai scrivo solo storie vere e le metto in relazione con l’effetto che hanno avuto su di me. Coniugo, in qualche modo, le due pulsioni: quella verso la ricerca storica e quella verso la narrazione fantastica.

filippo_tuena_ecco_perche_ho_riscritto_le_variazioni_reinachLa scelta dei soggetti può variare. In qualche caso nasce da una lunga fedeltà. I libri su Scott e Michelangelo, i racconti su Bix, Jackson o Géricault nascono da passioni lontane. Le variazioni Reinach da un colpo di fulmine. Bisogna sempre essere pronti all’innamoramento. E non tirarsi mai indietro.

Il metodo? Il mio primo lettore, il primo che mi diede fiducia fu Giuseppe Pontiggia. Mi ha insegnato essenzialmente a dare importanza alla struttura della pagina. A cercare di usare le parole giuste, a stabilire un equilibrio interno.

Quando affronto un libro, la prima cosa che faccio è una ricerca piuttosto accurata delle fonti. In questa fase scrivo qualche pagina, ma soprattutto leggo, m’informo, cerco i nessi. Solo in un secondo tempo scrivo. E lo faccio senza più consultare i testi. Lavoro sulla memoria, su quello che è rimasto e che, essendo rimasto, doveva essere più significativo per me. Narrare significa ricordare, se non usi la memoria, se non selezioni attraverso la memoria, non riesci a essere efficace.

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Come pensi che si possa “studiare” la scrittura? Attraverso i maestri, l’imitazione, le scuole?

Io sono molto empirico. Sono stato un lettore forte e ora per mille motivi mi limito a due cose:

a) a leggere i libri che mi servono per i libri che scrivo;

b) a leggere autori che possono essermi utili, per metodo, per stile.

Non credo di analizzare minuziosamente i testi che leggo, piuttosto valuto se hanno un clima che mi si confà.

È importante leggere ma è altrettanto importante ragionare, mentre si legge, e dirsi: io come avrei risolto questo snodo? che soluzioni avrei trovato? mi soddisfano quelle che l’autore ha scelto? è un autore furbo o è sincero? Alla fine sono queste le domande che mi faccio e dalle risposte si stabilisce il destino del libro che sto leggendo. Ovvero, arrivo alla parola fine, o lo interrompo senza por tempo in mezzo.

 

E com’è che Pontiggia ha lavorato con te? Sulla struttura della pagina, intendo.

Lui lesse il mio primo manoscritto e m’incoraggiò e mi aiutò a trovare un editore. Diventammo amici, mantenendo il rapporto maestro-allievo. Io andavo da lui con le prime pagine del libro a cui lavoravo, lui le leggeva davanti a me, diceva la sua, poi si parlava del più e del meno. Accompagnandomi alla porta mi diceva: ‘hai trovato la lingua’. Un rapporto molto semplice, direi d’incoraggiamento. Non c’era un’analisi sulla frase, si vede che gli andava bene come scrivevo. C’era la ricerca di un’onestà intellettuale che ho cercato di mantenere nella scrittura. Una fedeltà all’assunto. Ecco, alla fine è questo quel che mi ha lasciato: la fedeltà al testo. Il rispetto per il lettore.

 

Adesso passo ad altro… perché i libri su Scott?

Ti dicevo di un’antica passione, nata sull’antologia del ginnasio dove c’erano alcune pagine del diario che mi colpirono profondamente. Di Scott mi affascinavano la follia dell’impresa, la meta del viaggio, (un punto praticamente non identificabile). E il modo in cui li raggiunse. Questa fiducia nelle capacità dell’uomo. Uomo laico, che fa affidamento solo sulle sue forze. E poi, certo, la consapevolezza del fallimento, che nei diari si legge chiaramente, a mano a mano che si avvicinano alla fine. Mi sembrava un viaggio paradigmatico, come quello di Dante. Credo che “il viaggio” di Scott sia il viaggio per eccellenza. Infatti non credo che affronterò in futuro un’altra volta l’argomento, se non forse in termini metaforici.

 

9788842818403_0_0_777_80Però qui si trattava di un’altra materia, rispetto a quella dell’arte. Ci sono state difficoltà mentre mettevi insieme il materiale per il libro e poi lo scrivevi? Inoltre… Ultimo parallelo è un romanzo, ma mantiene una forma molto vicina a quella del reportage, non sarebbe stato più comodo scrivere proprio un testo di non-fiction?

La metodologia non cambia. Sono andato a Cambridge, allo Scott Polar Research Institute, dove sono conservati i diari, i materiali, le fotografie, i disegni. Più o meno lo stesso lavoro fatto con Michelangelo e il suo carteggio. Prendi un autografo, ti ci metti di fronte, osservi la calligrafia, gli errori d’ortografia, il nitore della pagina e capisci molte cose.

Su Scott come su Michelangelo molto s’è scritto. Dunque andava cercato un punto di vista originale, nuovo, che mi consentisse di mostrare una visione trasversale, imprevista. Per Michelangelo ho preferito un lavoro sulla lingua, per Scott un punto di vista “fantastico”, la visione dell’uomo in più, del fantasma che accompagna gli esploratori. Volevo trasmettere l’emozione che avevo provato avvicinandomi a quella vicenda, il rapporto affettivo che s’era stabilito con i protagonisti. Queste cose è difficile trasmetterle in un’opera saggistica; c’è bisogno di una voce più intima e fantastica. Narrativa, appunto.

 

cop Huxley printIl Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante da dove è venuto fuori? 

Il Manualetto venne fuori perché nel passaggio tra la scrittura di saggi d’arte a quella di romanzi provai un certo imbarazzo, diciamo pure che mi vergognavo perché, come tutti gli esordienti, non sapevo valutare le mie capacità. Dunque è un’ironica rivisitazione di quei mesi dove fingevo di scrivere un saggio e invece, nascostamente, mi avventuravo nella scrittura di un romanzo. È anche un sincero documento di auto-fiction e una spassionata dichiarazione d’amore per la scrittura che, per me, andrebbe vissuta, sì con onestà e rigore, ma anche con leggerezza. Intesa come levità.

 

Ti pare che ci siano molti “scrittori ignoranti” in giro? Ovvero aspiranti scrittori che poi delle cose della scrittura ne sanno poco?

Mi pare che ci siano molti scrittori che si aspettano molto dalla scrittura. Forse troppo. “Ignorante”, a Roma, non è solo colui che non sa, ma anche colui che caparbiamente intigna in qualcosa che non si lascia modificare. Non lo so, è questa voglia di emergere che un po’ mi dispiace. Questo correre di qui e di là, cercare consenso, celebrità. Mi sembra che il vero lavoro dello scrittore sia quello di scrivere e non quello di promuovere quel che scrive.

 

Ci sono libri – usciti recentemente – che ti sono piaciuti e che ti senti di consigliare?

In questi mesi ho lavorato un libro sul Sogno d’una notte di mezz’estate e dunque gran parte delle mie ultime letture sono relative a questo lavoro. Mi è piaciuto molto Fuoco e sangue di Ernst Junger (Guanda) e sto leggendo adesso con grande interesse L’astore di T.H. White (Adelphi).

 

tuenaOk, ultima cosa: a me interessano molto anche gli spazi di scrittura, dunque, dove scrivi tu? E quando?

Ormai sono “pensionato”. Dunque ho molto tempo per la scrittura. Ho uno studio al piano di sopra di casa, a cui si accede con una scala a chiocciola, abbastanza protetto da incursioni esterne – che poi sono solo quelle di mia moglie; i figli abitano ormai per conto loro. Se scrivo, scrivo di mattina o di pomeriggio. Mai di sera. Scrivo più volentieri nella casa di Milano che non in quella di Roma o del mare (a Roma perché non ho uno spazio protetto – al mare perché la casa è più movimentata dalla presenza di figli, nipoti e amici).

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