Anteprima: estratto da “Tre uomini a piedi”, di Paolo Ciampi

In anteprima per gli amici della Matita, un estratto da “Tre uomini a piedi”, di Paolo Ciampi (Ediciclo), disponibile all’acquisto da pochi giorni.

Buona lettura!

Chiacchiere e mappe al pub

 

Non appena l’uscio si richiuse alle sue spalle, Harris riprese il discorso interrotto.

«Spero che abbiate afferrato quello che intendo dire; ci occorre un mutamento completo».

Il problema stava nel trovare un pretesto.

George suggerì laconicamente: «Affari».

Jerome K. Jerome, Tre uomini a zonzo

 

 

«Sardegna, intendi la Sardegna dell’interno?».

«Grecia, intendi il Peloponneso?».

«E che dite dell’Abruzzo, le vie della transumanza, non è un posto in culo al mondo?».

«Perché, la Calabria dove parlano il greco, sapete che in Calabria ci sono posti dove parlano il greco?».

«E allora la Transilvania?».

«La Transilvania? Magnifico! Ma ci sarà un sentiero in Transilvania? O solo vampiri?».

6af551b5-6322-4081-9db3-f77438e13a67Ecco, più o meno è cominciata così. L’insopportabile estate di Firenze, l’anno scorso ancora più insopportabile.

Il primo venticello di sera a rompere l’afa del giorno. La nostra birreria di sempre, nel quartiere di sempre, dalle parti dello stadio e della ferrovia. E gli amici di sempre, all’ora del rompete le righe dal lavoro.

Un mucchio di cartine, guide, riviste di viaggi sul tavolino fuori, a farsi largo tra boccali e sacchetti di patatine.

Più precisamente, era cominciata qualche mese prima.

Alla birreria di sempre, ovvio. Con un certo anticipo, mi era saltato in testa di fare due conti.

«Vi comportate ancora da ragazzini e tra un po’ sono cinquanta».

«Piantala, con queste scemenze».

«Cinquanta tonnellate di scemenze, questo sì».

«E che te l’ha detto il dottore? Problemi di prostata?».

«Dite quel che vi pare. Questo non cambia le cose. E gli anni».

«Fai il bravo, beviti quella birra e cambia discorso».

Quella volta era finita lì. Anche perché, è vero, non è così che si fa: con quella seconda persona plurale come a tirarmene fuori. Avevo tuffato il naso nel boccale, con fare meditabondo.

Però in quel modo avevo iniziato a ragionare su un viaggio. Con i miei amici di sempre, ovvio, o almeno con una loro discreta rappresentanza: tanto alla fin fine quelli veri si contano sulle dita delle mani, forse meno.

Un viaggio da fare insieme per i nostri cinquant’anni, a dispetto dell’incredulità per un traguardo così, i cinquant’anni, e forse proprio per questo, per convincersene un po’ di più. Figurarsi, io e i miei amici, gente che ancora accarezza le assemblee a scuola, l’irrequieto e dolce non far niente dell’università, le notti al pub a tirare tardi, quando si poteva tirare tardi.

C’è chi la chiama sindrome di Peter Pan. Non sono tra i casi peggiori.

Insomma, da parecchio c’era l’idea di un viaggio, solo che non era detto dovesse proprio essere questo.

Al pub, quella sera d’estate, la questione l’avevamo presa di petto. Mappe e guide per decidere a ragion veduta, appunto.

E sorprendentemente su questo c’eravamo trovati tutti d’accordo: sarebbe stato un viaggio a piedi. Solo il Boncio, l’irriducibile della bicicletta, aveva avuto da eccepire. Perché procurarsi vesciche e rischiare le ginocchia, quando si poteva semplicemente pedalare?

Ragionamento che non mancava di una certa coerenza, ma che era stato subito liquidato. Al cospetto di un tempo così sgarbato da volare via, senza nemmeno un cenno di riscontro, avevamo bisogno di un viaggio lento, davvero lento, il più lento possibile. Qualcuno aveva filosofeggiato scomodando un paio di poeti degli anni migliori. Il Boncio s’era tirato fuori. Gli altri avevano preso a vaneggiare sulle possibilità del pianeta.

Chi sosteneva la costa del Galles, chi si accontentava di una settimana a piedi sulle cime della Slovenia, chi rilanciava con una spedizione in Lapponia. Meglio di inverno, con slitte sulla neve e regolamentari mute di cani.

«Però anche il deserto: sapete che Sahara significa nulla? Che ne dite di camminare nel nulla?».

Più o meno, gli innumerevoli altrove con cui ho sempre nutrito i miei giorni. E che quasi mai appartengono al presente, piuttosto si annidano nel futuro.

Sono la prossima meta, la possibilità tra le possibilità.

Un viaggio parte sempre così, ha detto una volta Paolo Rumiz: con un affascinante inventario, con un gran disordine. Poi vai a sapere cosa ne sarà.

«E dell’Irlanda non dite niente? Avete idea del Connemara?».

Secondo copione, con i miei amici molte cose si dicono per dire. E molte idee non sono diverse dal giornale che si abbandona sul tavolo con noncuranza, tanto lo abbiamo già letto.

A forza di chiacchiere il pianeta lo abbiamo girato parecchie volte. Non è il peggiore dei modi per domare il tempo. Solo che si finisce per non crederci più. L’ennesima replica di una commedia che per niente al mondo si vorrebbe saltare. Vedrete, vedrete, prima o poi.

«E la Svizzera, che ne pensate della Svizzera?».

Dopo la prima fumata nera, nemmeno la seconda volta era andata bene. Il Boncio, ormai demotivato, aveva provato a dirottare il dibattito. Sul tavolo erano comparse le foto del nostro viaggio in Olanda di venti e più anni prima. Se l’era portate dietro per chiamarmi in causa, con mossa palesemente sleale.

«Certo non eri male, quella volta in Olanda. Le ho fatte vedere anche a mia sorella. Non eri male, ha detto».

«Poteva accorgersene prima, tua sorella».

L’Olanda di venti e più anni prima: tanto mi era bastato perché il sottoscritto si bloccasse, allo stesso modo di un giocatore beccato in fuori gioco. Condannato a un’oretta di conversazione con pilota automatico e a razione di luppolo da meditazione sulla mia Olanda.

«A me non dispiacerebbe fare una cosa più impegnativa.

Per dire, avete visto il National Geographic?».

Non ricordo se era stato Arnald, oppure Massì, a imprimere un altro robusto giro al nostro mappamondo virtuale. E vai, va bene così. Solo che ai saluti mi si era appiccicata la sensazione che di esercitazione accademica si trattasse. L’idea che non ne avremmo fatto di niente.

 

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