Intervista alla scrittrice Maylis de Kerangal

Pubblichiamo in traduzione un’intervista apparsa originariamente su Culturopoing.

Traduzione di Cindy Stefani

Riparare i viventi, ultimo romanzo di Maylis de Kerangal pubblicato in Italia dalla casa editrice Feltrinelli, è una “chanson de geste” moderna e toccante e permette di immergersi nel mondo del trapianto cardiaco. In questa intervista capiamo meglio il suo rapporto con il romanzo, con la scrittura e i temi a lei più cari.

maylis-de-kerangalm143662_0Maylis de Kerangal, leggendo i suoi due ultimi romanzi, ci sorge spontanea la domanda di cosa possa averla orientata verso dei racconti romanzeschi ma dai contorni tanto specialistici (il mondo dell’edilizia in Nascita di un ponte, quello del trapianto di cuore in Riparare i viventi). Come riesce a destreggiarsi in queste realtà?

In effetti, la costruzione di un ponte o il trapianto cardiaco non sono in genere considerati dei soggetti letterari. Spesso si ritiene più romanzesco parlare di sentimenti, dell’amore, della famiglia, perfino della guerra. Sono temi più letterari. Tuttavia, questi soggetti apparentemente “non romanzeschi” permettono di riadattare forme più classiche al mondo contemporaneo. Nascita di un ponte è stata l’occasione per lavorare sull’epopea; nel mondo del trapianto cardiaco invece mi sono interessata alla canzone di gesta. Perché, in fondo, non esistono soggetti impenetrabili per un romanzo. Mi interesso a questi temi anche perché non ne so niente all’inizio. C’è sempre un qualche coinvolgimento alla base del mio desiderio di scrivere, la smania di conoscere quello che ancora non so, così da realizzare un piccolo gruzzolo di sapere di pari passo con la scrittura. La voglia di sperimentare. La scrittura che procede impreparata, ecco cosa cerco all’inizio, quando sono povera e carente. Poi la ricerca… e il sogno.

Come riesce a scrivere e costruire i suoi romanzi su un argomento che inizialmente non conosce?

Scrivo un poco alla volta e in ordine cronologico, affrontando il problema che mi si presenta nel momento in cui scrivo. Non mi documento mai prima di scrivere, non è così automatico. Magari non è il metodo migliore, ma ho bisogno di sentire che il libro si scrive da solo; non c’è un momento per la ricerca delle informazioni e uno per l’invenzione. La dimensione cronologica è importante, e al riguardo, se consideriamo i miei ultimi soggetti letterari, il trapianto di cuore e la costruzione di un ponte, mi hanno aiutata proprio le fasi che stanno alla base di queste operazioni. Sia per l’uno che per l’altro caso, nonostante le evidenti differenze, esistono dei protocolli, delle fasi da rispettare. Ho potuto fare affidamento su queste fasi per proseguire. Mi piace seguire un filo logico, un percorso. I miei romanzi non sono puzzle, non assemblo i pezzi. Avanzo. A volte scopro cose che mi fanno cambiare percorso, una nuova scoperta che influenza la scrittura per poi farla propria. Consideriamo la questione del coma in Riparare i viventi, per esempio. A un certo punto ho realizzato come abbiamo ridefinito il concetto di morte. La medicina oggi considera la morte solo dal punto di vista cerebrale, non più da quello cardiaco. L’esistenza di una definizione di morte all’inizio era solo immaginazione per me, qualcosa di esotico, poi l’ho integrata nel romanzo.

9788807888199_quartaQuindi, anche se ricorre a una documentazione specifica, è sempre l’idea del romanzo a prevalere…

Sì, il mio intento è far emergere la documentazione il meno possibile. Ovviamente si sente, poiché c’è il linguaggio a identificarla, i termini specifici, a volte il gergo… il mio obiettivo però è affermare la forza e le possibilità del romanzo, un romanzo che svolge un ruolo attivo durante la riflessione. Per Nascita di un ponte il problema non c’era, poiché se ne poteva parlare senza andare troppo nel dettaglio. Il libro poteva sembrare specialistico perché, di solito, il romanzo francese è poco tecnico. L’ostacolo in Riparare i viventi invece era più difficile, perché quando si parla di trapianto cardiaco si deve far fronte a una grande specificità. Era necessario però che fosse, prima di tutto, un romanzo. So di non essere né un ingegnere né un medico, voglio solo proporre qualcosa di vissuto, di creato. Il romanzo è il luogo in cui si restituisce la vita, il reale.

Si avverte, mentre parla, un sincero affetto per la forma romanzesca.

Sì, ho una propensione verso il romanzo. Mi sono cimentata un po’ nella scrittura teatrale, ma ancora non mi trovo a mio agio. Ho scritto racconti e romanzi, soprattutto romanzi. È un genere ricco ma allo stesso tempo fragile; offre molte possibilità e permette al testo di inserirsi nel contemporaneo, nel sociale, anche nel quotidiano di ognuno di noi. I romanzi hanno aiutato spesso a concepire meglio la realtà, la vita, a capire delle realtà oggettive. In un certo senso, il romanzo è il mio ambiente, lì sto bene.

Ritornando al discorso della documentazione, quali sono state le fonti principali da cui ha attinto per scrivere Riparare i viventi?

Non è stato necessario allontanarmi tanto…c’è la Banca degli Organi in avenue du Stade de France a Saint Denis. Ci sono andata e ho incontrato un medico che, tra le tante cose, mi ha parlato dell’invenzione del software Cristal, il famoso software di cui parlo nel romanzo, che permette di analizzare le compatibilità tra donatori e riceventi. Poi all’ospedale della Salpêtrière ho potuto assistere a un trapianto nel momento del reinserimento. È stato molto emozionante… inoltre ho scambiato due parole con un infermiere responsabile dei trapianti, che mi ha insegnato molte delle cose presenti nel libro. E ovviamente mi sono documentata sui manuali.

Riguardo all’aspetto tecnico e agli argomenti medici, si è riservata delle licenze oppure è tutto vero? Mi riferisco soprattutto alla formula latina che recita il chirurgo Emmanuel Harfange nel momento del trapianto. Si tratta di un omaggio rivolto al primo medico che descrisse, nel XVII secolo, il sistema della circolazione sanguigna nel corpo umano. È un rito sorprendente, se risponde al vero…

No no, vi garantisco che quel passaggio è tutto inventato! Ma la figura di William Harvey mi affascinava troppo, quest’uomo che molti secoli fa ha cambiato notevolmente la rappresentazione del corpo, descrivendo il cuore come una pompa a funzionamento idraulico e che ha reso possibile ai posteri di concepire l’idea stessa del trapianto cardiaco.

9788807030598_quartaPuò spiegarci come nascono e si sviluppano i suoi romanzi? Qual è il fattore determinante: l’idea di un personaggio, un’intuizione estetica?

Ho un’idea abbastanza “materiale”, “fisica” del testo che intendo scrivere. Le atmosfere, i ritmi, le luci, gli spazi; questo starà fuori, oppure dentro… Nel caso di Nascita di un ponte, mi immaginavo un testo soprattutto panoramico, visto dall’esterno (non ci sono quasi mai delle scene dall’interno) e con molti personaggi, perché volevo raccontare un’avventura collettiva. Mi sono chiesta: “Se non la guerra, cosa?”. Per Riparare i viventi, il discorso cambia. Dapprima il testo prende forma seguendo le sofferenze personali. È la morte a innescare la scrittura, seguita dall’idea della canzone di gesta. Il trapianto era un soggetto che si prestava perfettamente. È un argomento attuale, importante, un fatto che in certe circostanze mette alla prova eroismo e linguaggio; il cuore è un tema ricorrente nel linguaggio. Poi, per scriverlo, mi sono immaginata un libro dai toni spenti: Le Havre, il cemento, il grigio. E vedevo, contrariamente a Nascita di un ponte, un romanzo d’interni, un po’ tortuosi, con il colore degli ospedali. Poi c’era, ovviamente, l’interesse per il cuore umano. Il cuore è un soggetto già apparecchiato, da cogliere come un fiore. Avevo già scritto in precedenza un breve testo sul trapianto cardiaco e ho potuto riprenderlo, riutilizzarlo. Con un argomento del genere, il libro acquisisce facilmente spessore. Ovviamente giravo attorno anche al problema e al mistero del trapianto: volevo capire il suo funzionamento, come fosse stato concepito il gesto. Volevo capire quale idea del corpo ci siamo fatti perché un giorno potessimo pensare di ripararlo.

Tra i riscontri dei suoi lettori, ce n’era qualcuno di esperti del settore (medici, infermieri…)?

Ho ricevuto molte e-mail da medici che avevano letto il mio libro. Il più delle volte si trattava di lettere per dirmi che era piaciuto, che erano felici che avessi parlato del loro lavoro, del mondo della medicina. Tuttavia, la figura del medico non è nuova nella realtà del romanzo, anzi, ricorre spesso. Pensiamo a Charles Bovary (anche se in questo caso è una figura del tutto priva di gloria), ma anche ad altri. Alcuni scrittori sono stati essi stessi medici, come Chekhov. Ma i lettori di Riparare i viventi hanno apprezzato il fatto che si mettesse in luce la collaborazione umana, l’azione collettiva. Ho ricevuto anche molte testimonianze di persone sottoposte a trapianti e di donatori d’organi… sembra che ne siano rimasti toccati. Alcune associazioni di donazioni d’organi hanno visto nel libro uno strumento utile a sensibilizzare il pubblico. Meglio così, anche se il mio libro non era a favorevole o contrario, ma finalizzato a capire gli effetti del trapianto sul corpo sociale.

9788807031953_0_0_1675_80La morte è il tema centrale del suo romanzo, ma nonostante questo, Riparare i viventi non può essere considerato tragico. Come ce lo spiega?

Sì, in genere la morte si risolve nella tragedia, è la sua via di fuga. Amo la tragedia, soprattutto per la sua bellezza formale, ma qui il romanzo prende la morte dal senso opposto, è contro di essa. La morte è un inizio, mai una fine; in Riparare i viventi è crudele, mai tragica. Poiché è presente il dolore, c’è anche un certo tipo di pathos, ma non viene utilizzato in maniera davvero patetica. Si parte da zone ombrose e si evolve verso zone più luminose; si va verso la luce, verso il trionfo della vita. C’è sicuramente la volontà di diffondere la vita. Con un corpo se ne salvano cinque…

Ovviamente, è presente una particolare forma di disincanto nella letteratura contemporanea odierna riguardo al mondo del lavoro, alle relazioni interpersonali, alla società nella quale viviamo. Si ha l’impressione che, senza sorvolare gli aspetti più oscuri che la vita ci riserva, questa oscurità non sia la cosa che le interessa di più. Si definirebbe una scrittrice ottimista?

Non sono molto ottimista, ma c’è qualcosa che, quando scrivo, viene dall’alto, specialmente in Riparare i viventi. Non volevo dilungarmi sugli aspetti banali delle cose, sulle nostre piccole bassezze e mediocrità. Il personaggio di Thomas Rémige, per esempio, è un santo laico; è un insieme di tatto, empatia e umanità. La narrazione in quanto tale non esalta nulla, ma i personaggi hanno una loro umanità. Harfange è un po’ arrogante, Virgilio è un uomo ambizioso, ma il mio intento era mostrare il loro lato umano. In Nascita di un ponte, forse c’era qualcosa di più rude, lo smascheramento degli antagonismi sociali e dei conflitti d’interesse. Ci sono lo sciopero, l’incidente mortale di un operaio… Ma c’è qualcosa che va al di là di tutto ciò, la volontà di mostrare la fiducia nell’uomo, una forma di umanesimo. C’è un interesse per l’azione collettiva, cosa che, a mio avviso, non è così frequente nel romanzo odierno. È raro che ci sia un personaggio principale nei miei romanzi, i miei testi descrivono sempre una collettività, è una visione abbastanza politica. Riparare i viventi si colloca ancora più sotto questo aspetto. L’atto del donare gli organi mette in discussione l’identità del corpo sociale, e non si tratta soltanto del corpo di Claire, la paziente che riceve il cuore di Simon Limbres. C’è la convinzione che la ferita scandalosa, il taglio intollerabile fatto al corpo sociale con la morte di questo ragazzo, si rimarginerà. Il corpo è messo alla portata di tutti, collettivizzato; inoltre, è un dono senza tornaconto, un dono senza gerarchie e dominazioni. È un dono che funziona diversamente rispetto alle altre definizioni antropologiche di dono, un gesto del tutto affascinante. Cerco sempre di esaltare l’umano, anche all’interno delle comunità dove c’è della violenza. La violenza, il dominio esistono, certo, ma anche questo. Magari non mi identifico nel termine “ottimista”, ma in quello di “umanista” sì.

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Riparare i viventi permette di immergersi nel mondo medico, come Nascita di un ponte in quello dell’edilizia. Ci sono altri universi professionali che la affascinano in maniera particolare, che potrebbero ispirarla, ai quali è particolarmente sensibile?

Nascita di un ponte e Riparare i viventi indagano il lavoro attraverso parametri facilmente identificabili. Siamo di fronte a un lavoro che ci immaginiamo, semplicemente. In Riparare, soprattutto, esiste una tecnicità facilmente identificabile, si capisce bene dove si giocano le competenze professionali. Ma esistono anche dei mondi dove il lavoro non è denotato da gesti particolari. Bisogna cercarli, sono quegli universi che mi interessano ora. È il caso del mondo politico, ad esempio: c’è molto lavoro, senza dubbio un linguaggio particolare, impiego di tempo, ma nessuno sa di che cosa si tratti, dove avvenga davvero tutto ciò. Bisogna indagare, comprendere.

È un po’ il lavoro dello scrittore, o sbaglio?

Sì. L’attore, come l’archeologo hanno delle tecniche specifiche, identificabili, trasmissibili. Per lo scrittore è tutto più confuso. Nel mio caso, ho sempre l’impressione di lavorare molto quando scrivo, impiego del tempo. Ma l’apprezzamento del lavoro finale, del successo o del fallimento, è molto più ambiguo. Se si sbaglia a costruire un ponte, questo crolla. Se non si interviene correttamente su un cuore, l’operazione fallisce. È ovvio. Non è lo stesso con la scrittura, c’è molto lavoro, ma questo lavoro è meno evidente, salvo il caso in cui il libro venga pubblicato, nel momento in cui circola o in cui se ne parla. Una parola si può spiegare, precisare. Ma ciò che riguarda il tempo della scrittura è tutt’altra cosa.

 

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Categorie:articoli, interviste

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