Esercizio di gennaio: il punto di vista

Questo mese vi proponiamo un esercizio su un argomento che è sempre molto dibattuto durante i nostri laboratori di scrittura: il punto di vista.

Come raccontiamo una storia?

Va da sé che, partendo dalla stessa trama di base, si possono raccontare molte storie diverse.

L’isola di Arturo è la storia, come dice il titolo stesso, del giovane Arturo; ma mantenendo la stessa ossatura della trama, lo stesso identico svolgersi degli eventi, possiamo raccontare la storia di Arturo, così come quella del padre di Arturo o di Nunziatella. Ovviamente di volta in volta selezioneremo, all’interno di questa trama comune, degli eventi che sono significativi, in modo diverso, a seconda del personaggio che scegliamo di raccontare.

Dunque una volta immaginata una trama dobbiamo capire di chi è la storia che vogliamo raccontare… spesso si fanno delle prove, giriamo intorno alla trama e ai personaggi per centrare la storia che davvero ci interessa.

Questo è un esercizio molto utile e anche divertente.
Si tratta semplicemente di prendere il brano – in questo caso tratto proprio dall’Isola di Arturo di Elsa Morante – e provare riscriverlo da un altro punto di vista.

image_bookA voler essere arditi potreste scegliere anche un punto di vista molto inusuale – per esempio quello di un passante o addirittura quello di un cane che gioca nella sabbia – ma la scelta più ovvia è quella di provare ad adottare il punto di vista di Wilhelm Gerace, il padre di Arturo.

Non si tratta solo di capovolgere le battute, ma proprio di immaginare il punto di vista e la percezione di Wilhelm in tutta la scena.

Buona scrittura!

Le mie ricerche rimanevano inutili; estenuato mi tolsi la maschera, e mi aggrappai con le mani a uno scoglio per riposarmi. Lo scoglio mi nascondeva la vista della riva, e nascondeva a mio padre la scena della mia sconfitta. Ero solo, in un campo senza direzione, peggio d’un labirinto.

Ora mentre, aggrappato allo scoglio, mi bilanciavo tristemente sull’acqua, a un movimento che feci intravidi uno scintillio metallico al sole! Puntando le due mani saltai sullo scoglio, e scopersi l’orologio smarrito, che scintillava in una cavità asciutta della roccia. Era intatto, e accostandomelo all’orecchio udii il suo ticchettio.

Lo rinchiusi nel pugno, e, con la maschera appesa al collo, in pochi secondi raggiunsi la spiaggia. Gli occhi di mio padre s’illuminarono al vedermi arrivare vittorioso. — L’hai trovato! — esclamò quasi incredulo. E in atto di possesso, e d’affermazione d’un diritto, mi strappò dalle mani l’orologio, come fosse una preda ch’io potessi contendergli. Se lo accostò all’orecchio, e lo riguardò con soddisfazione.

— Era là, su quello scoglio là! — io gridai, ancora ansimante. Ero fuori di me, avrei voluto saltare e ballare, ma fieramente mi contenevo, per non mostrare che davo troppa importanza alla mia impresa. Mio padre guardò verso lo scoglio corrugando i sopraccigli, soprapensiero:

— Ah, — disse dopo un poco, — ora me ne ricordo. Me lo son tolto mentre cercavamo i frutti di mare, per prendere delle patelle attaccate in mezzo alle punte dello scoglio. Poi tu m’hai chiamato per mostrarmi un riccio di mare che avevi preso, e me n’hai fatto scuordà. Se non facevi tanto il guappo, tu, col tuo riccio di mare, io non me ne scuordavo!

— Perduto! — soggiunse quindi, alzando le spalle, in tono sarcastico, — lo sapevo, io, che non si può perdere. Ha una chiusura sicurissima, di garanzia. — E con attenzione compiaciuta, si riagganciò al polso il suo orologio.

Dunque, la sorte aveva scherzato, la mia azione perdeva quasi ogni splendore. La delusione, montando come la febbre, mi fece tremare i muscoli del viso, e bruciare gli occhi. Pensai: «Se piango, sono disonorato», e per difendermi, con la violenza, dalla mia debolezza, mi sfilai rabbiosamente dal collo la maschera, che non era servita a nulla, e rabbiosamente la resi a mio padre.

Mio padre nel riprenderla mi gettò un’occhiata arrogante come per dire: «Ehi, ragazzino!», e io, non potendo più riguardarlo dopo questo sgarbo che gli avevo fatto, volli fuggir via. Ma allora lui prontamente, con l’aria di giocare, per frenarmi appoggiò forte il suo piede nudo sul mio piede nudo; e vidi il suo volto piegarsi su di me sorridendo con una espressione favolosa, che, per un istante, lo fece rassomigliare a una capra. Mi mise sotto gli occhi il polso con l’orologio, e duramente mi disse:

— La sai, la marca di quest’orologio? Leggila, è stampata sul quadrante.
Sul quadrante, a caratteri quasi impercettibili, c’era stampata la parola AMICUS. — È una parola latina, — spiegò mio padre, — sai che cosa vuol dire? — Amico! — risposi, abbastanza soddisfatto della mia prontezza.

Amico! — egli ripeté, — e quest’orologio, con questo nome, ha un significato di grande importanza. Un’importanza di vita e di morte. Indovina. Sorrisi, figurandomi per un momento che mio padre volesse, con quel simbolo  dell’orologio, proclamare la nostra amicizia: per la vita e per la morte. — Non lo indovini! — egli esclamò, con una lieve smorfia di sprezzo, — vuoi saperlo? Sappi che quest’orologio è un regalo che m’ha fatto un amico mio, forse il più caro amico che ho: sai la frase: due corpi e un’anima? Per esempio, anni fa, una sera di Capodanno, io mi trovavo in un paese dove non conoscevo nessuno. Ero solo, avevo speso tutti i soldi, e col freddo che faceva dovetti passare la nottata sotto un ponte. Il mio amico, in quella notte, era in un’altra città, e da molto tempo non aveva mie notizie, per cui non poteva sapere né dove, né in quale condizione mi trovavo. Anzi, essendo Capodanno, s’era domandato per tutta la sera: “Chi sa, dov’è? Chi sa con chi fa festa, questa notte?” E s’era coricato presto, ma verso mezzanotte fu preso da brividi, da un gelo che non si poteva spiegare. Non aveva la febbre, era in una stanza riscaldata, a letto, con buone coperte, e per tutta la notte seguitò a tremare, senza riuscire a scaldarsi, come se fosse coricato su un terreno diaccio, senza nessun riparo.

«Un’altra volta, scherzando con lui, io per disgrazia caddi, ferendomi il ginocchio su certi vetri. E lui, da se stesso, con un pugnale algerino che gli avevo regalato io, si fece una ferita al ginocchio, nello stesso punto.

«Regalandomi l’orologio, mi ha detto: “Qua, dentro questo orologio, io ci ho rinchiuso il mio cuore. Tieni, ti do il mio cuore. Dovunque tu sia, vicino o lontano da me, il giorno che questo orologio cesserà di battere, anche il mio cuore avrà cessato di battere!”

Era un caso insolito che mio padre mi facesse un discorso così lungo e confidenziale. Il nome del suo grande amico, però, non me lo disse, e subito alla mia mente s’accese un nome: Romeo! Romeo-Boote, difatti, era il solo amico di mio padre del quale io avessi notizia; ma era morto, e quindi era di un altro che mio padre parlava oggi. Quest’altro, che nel mio pensiero prese nome Pugnale Algerino, viveva là, in quei gloriosi orienti a cui mio padre sempre ritornava; primo fra i satelliti che là, in quelle fuggenti zone australi, seguivano la luce di Wilhelm Gerace. Il favorito! Per un momento, io lo intravidi: abbandonato, in chi sa quali stanze magnifiche da tragedia, forse in mezzo ai Grandi Urali, solo, che aspettava mio padre; con un volto stregato, semitico, il ginocchio insanguinato, e un vuoto al posto del cuore.

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