Bookcity 2016: passeggiate tra memoria e poesia

di Elisa Ghidini

Fin dalla prima edizione del 2012, Bookcity è stata per me un’occasione speciale per scoprire Milano. All’epoca mi ero (ri)trasferita da poco e non vedevo l’ora di incontrare scrittori e scrittrici, che avevo letto e amato sulla carta, nella vita reale. Quell’entusiasmo iniziale non è diminuito e, come ogni anno, tra i tantissimi eventi, è stato davvero difficile scegliere. Ecco una cronistoria dei miei tre giorni di vagabondaggi, riassumibili in: 8 km percorsi il primo giorno, 5 km il secondo, 7 km l’ultimo, per un totale di 28.000 passi!

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18 novembre

Il primo giorno di Bookcity si apre per me con un’insolita passeggiata al Cimitero Monumentale: il clima è perfetto, quel grigio umido milanese che stenta a piovere, e la visita di due ore passa senza che me ne accorga.

Carla de Bernardi, la guida che ci accompagna, ci spiega che il Monumentale ha compiuto quest’anno 150 anni e che l’Associazione “Amici del Monumentale” si occupa dal 2013 di valorizzarne il patrimonio artistico e storico.

Tema della passeggiata del giorno sono i personaggi che hanno fatto la storia dell’editoria italiana: si parte da Arnoldo Mondadori che, come scopro soltanto oggi, aveva una bellissima voce e, prima di rilevare la tipografia e fondare la casa editrice che l’avrebbe portato al successo, lavorava nei cinema come “lettore delle didascalie”. Si passa poi a Ulrico Hoepli, nato in Svizzera e successivamente emigrato in Egitto. Nel 1870 rilevò a Milano una piccola libreria nell’allora Galleria De Cristoforis (tra Corso Vittorio Emanuele II e via Montenapoleone) e l’anno successivo inaugurò la sua casa editrice. Ulrico Hoepli è stato l’ideatore dei manuali – il più conosciuto dei quali è Il Manuale dell’Ingegnere – e dei libri di viaggio intitolati “L’Italia vista dal finestrino”. dottor-zivagoNella nostra passeggiata arriviamo quindi a Giangiacomo Feltrinelli, appartenente a una ricca famiglia attiva nel commercio di legname, partigiano e militante del partito comunista, fondò nel 1954 la sua casa editrice che, soltanto tre anni dopo, pubblicò Il dottor Zivago nonostante la forte opposizione del PCI.

Il percorso continua verso la tomba di Angelo Rizzoli, nato a soli due giorni di distanza da Arnoldo Mondadori, nel 1889, e cresciuto tra i Martinitt: è stato il primo italiano ad aprire una libreria a New York.

Completano la passeggiata gli editori Ugo Mursia e Cino Del Duca (Del Duca è seppellito a Parigi ma la famiglia è rimasta al Monumentale): a Mursia viene riconosciuto il merito di aver portato in Italia i romanzi di Joseph Conrad, traducendoli senza sapere l’inglese e utilizzando per ogni singola parola il dizionario; Del Duca, che aveva aperto la sua piccola casa editrice chiamandola la Moderna nel 1929, solo tre anni dopo entrava nel settore delle riviste per ragazzi con Il Monello e L’Intrepido.

Concludiamo la visita con i fratelli Treves, tipografi divenuti poi editori, sono stati i primi a pubblicare D’Annunzio, Verga e De Amicis.

Carla de Bernardi, prima di accompagnarci all’uscita, ci porta verso la tomba di Dario Fo, vicina a Franca Rame, Enzo Jannacci e Francesco Parenti, poco prima di Giorgio Gaber, Alda Merini e Paolo Grassi. Un ultimo saluto che mi fa pensare a quanta saggezza, e a quanta immortalità, sia custodita in questo luogo unico di Milano.

storiaditaliain15Per il secondo evento del primo giorno mi devo spostare all’Archivio di Stato, palazzo storico del Seicento, con oltre 40 km di scaffali in cui viene conservata la documentazione antica. Qui Alberto Crespi presenta il libro Storia d’Italia in 15 film (Laterza), aprendo il suo intervento con l’attuale dilemma della transmedialità: da un lato c’è la diffusione ininterrotta di storie per immagini e dall’altra c’è l’allontanamento dal grande schermo. Il libro ripercorre le tappe della storia italiana legandole al cinema e accompagnandoci al presente attraverso le diverse rappresentazioni dell’Italia che i registi hanno costruito nel tempo. Ciascuno dei 15 periodi storici, che vanno dal Risorgimento a oggi, viene raccontato a partire da un film definito “locomotiva”, ambientato proprio in quel periodo e particolarmente rappresentativo dell’epoca: all’interno poi di ogni capitolo vengono analizzate diverse modalità di racconto. Ad esempio, per quanto riguarda il dopoguerra (capitolo 7), il film locomotiva è “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola ma all’interno del capitolo si parla anche di “Viaggio in Italia”, “La vendetta di Ercole”, “Una vita difficile”.

Durante l’incontro, Alberto Crespi ci mostra una celebre scena di “C’eravamo tanto amati” (1974), in cui Gianni (Vittorio Gassman) rivela a Luciana (Stefania Sandrelli) di non aver mai smesso di amarla e di averla pensata incessantemente per tutto il tempo della loro separazione: Luciana, però, ormai sposata con Antonio (Nino Manfredi), è andata avanti e l’ha dimenticato. Alberto Crespi sottolinea proprio come questa sequenza rappresenti il senso ultimo del suo libro, racchiuso nella celebre frase del film: il futuro è passato, e non ce ne siamo nemmeno accorti.

Secondo lui, i temi dell’eterno ritorno e dell’illusione delle grandi promesse sono le basi del racconto in tutti i film italiani a partire da “Il Gattopardo” (1963). Anche “Viaggio in Italia” di Roberto Rossellini (1954) racconta l’Italia del dopoguerra, e lo fa attraverso una grande metafora del rapporto tra italiani e stranieri: questi ultimi ritrovano in Italia il senso della fede nella vita.

Alberto Crespi cita poi altri esempi di film legati alla nostra storia, tra cui “La grande guerra” e “Don Camillo”, e ci lascia con una domanda aperta: inaugurata con “Totò cerca casa” nel 1949, dov’è finita oggi la commedia all’italiana?

 

A manifestazione conclusa, mi rendo conto che il primo giorno di Bookcity ha avuto per me come filo conduttore la memoria, prima con il Cimitero Monumentale e poi con La storia d’Italia in 15 film: da una parte la memoria della nostra cultura e degli uomini che l’hanno resa grande e dall’altra la memoria della nostra storia e di chi l’ha saputa raccontare.

 

19 novembre

venereprivataIl mio secondo giorno viene inaugurato dall’incontro in occasione dei 50 anni dalla pubblicazione di Venere Privata (1966), il primo libro della quadrilogia di Giorgio Scerbanenco che ha per protagonista Duca Lamberti. Nella sala San Satiro della Basilica di Sant’Ambrogio, Cecilia Scerbanenco, figlia di Giorgio Scerbanenco, e Luca Crovi, speaker radiofonico (Tutti i colori del giallo, Radio2) e scrittore, parlano della vita e dell’intensa attività di narratore e giornalista di uno dei principali autori del giallo italiano. Giorgio Scerbanenco, nato a Kiev da padre ucraino e madre italiana, passò tutte le estati a Roma (la città della madre) fin dall’infanzia: con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale rimase bloccato in Italia con la nonna. Si trasferì a Milano e, oltre a molti altri lavori (tra cui il barelliere per la Croce Rossa), cominciò la sua attività di giornalista che durò dal 1934 al 1964.

Scerbanenco, prima della pubblicazione di Venere Privata, era conosciuto come scrittore di romanzi rosa ed era amatissimo dalle sue lettrici; scriveva spesso romanzi a puntate e usava molti pseudonimi, tanto che ancora oggi si scoprono racconti che potrebbero essere ricondotti a lui. Cecilia Scerbanenco racconta che suo padre era molto metodico e lavorava per sinossi, ovvero prima scriveva un riassunto generale del libro e poi lo seguiva capitolo per capitolo; era così preciso che le sue bozze potevano essere tenute come copie definitive. Inoltre, scriveva praticamente ovunque, prendendo spunto da ogni dettaglio del mondo che lo circondava: le notizie di cronaca e le persone che incontrava nella vita reale entravano a far parte delle sue storie, com’è accaduto per la notizia del ritrovamento di un rullino contenente fotografie osé nel caso di Venere Privata.

Luca Crovi fa poi notare che gli argomenti del ciclo di Duca Lamberti sono rimasti attuali: si tratta di quattro libri che sembrano non invecchiare con il passare del tempo. Anche il personaggio di Duca Lamberti, un dottore che finisce in prigione per aver aiutato un’anziana signora malata di cancro a morire, rappresenta un protagonista fuori dagli schemi: è un uomo che “è stato dall’altra parte”, che ha vissuto con i criminali, che sa come ragionano. Scerbanenco affronta un argomento come l’eutanasia nel 1966, accompagnandolo a delitti che riguardano lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di droga e la violenza abietta delle periferie. Tutte questioni topiche che vivono nel nostro presente e che purtroppo ci suonano familiari. null045233-300x453Scerbanenco ha dato davvero un’impronta unica al racconto italiano del crimine; con Duca Lamberti, che potremmo definire il suo alter ego, mette in luce anche la propria ambivalenza: da una parte la grandissima sensibilità e dall’altra la durezza contro la “pochezza umana”.

Prima di lasciare Sant’Ambrogio ho acquistato la raccolta Il falcone e altri racconti (Garzanti), una nuova edizione di alcuni racconti che Giorgio Scerbanenco aveva scritto all’inizio degli anni ’60, rielaborando le pagine dei grandi classici: da Cechov (il racconto che apre la raccolta) a Dostoevskij (il racconto che la chiude), passando per Maupassant, Boccaccio e Cervantes. Come recita la seconda di copertina della raccolta, “le loro storie trovano nuova vita in un’ambientazione contemporanea, e ancora una volta Milano, città d’adozione dello scrittore, ne è spesso protagonista, con la ruvida umanità dei suoi abitanti”.

 

Il secondo incontro del sabato ha come argomento Leopardi, in occasione della presentazione del libro L’incanto e il disinganno: Leopardi (Guanda). I due autori hanno avuto come principale obiettivo quello di sfatare il mito, di derivazione prevalentemente scolastica, di un Leopardi pessimista; secondo loro, oltre ad essere un grande poeta, Leopardi era un filosofo della natura, addirittura uno scienziato, che ha mostrato il suo approccio sistematico anche in un’opera come lo Zibaldone. Il libro, scritto da Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello, viene presentato al Circolo Filologico Milanese, un’associazione culturale fondata nel 1872 con lo scopo statutario di “diffondere la cultura e particolarmente lo studio delle lingue e civiltà straniere”. È interessante che, proprio in questa cornice, si cerchi di parlare di un linguaggio, quello di Leopardi, spesso frainteso.

L incanto e il disinganno Leopardi_Esec.inddIl libro di Boncinelli e Giorello si compone di due parti, presentate dai due rispettivi autori davanti a un pubblico numeroso: la prima riguarda Leopardi e la filosofia (vivente), la seconda Leopardi e la conoscenza (infinita). Nella prima parte si sottolinea quanto Leopardi fosse affascinato dalla vita e dalla natura (incanto) e quanto allo stesso tempo la sua intelligenza lo riportasse sempre alla razionalità (disinganno): la poesia ruotava per lui intorno a questa contraddizione. I temi della sua filosofia sono diversi, alcuni ancora molto attuali, come la convinzione che il mondo non sia stato creato per noi o come la certezza che le aspettative non possano mai trovare riscontro nella realtà; secondo Leopardi il tedio è la prima causa degli scogli psicologici che l’uomo incontra nel corso della sua vita. Nella seconda parte del libro si ribadisce il problema del disinganno: gli uomini antichi erano forse più felici per via delle illusioni ma, di fronte alla razionalità e al tedio, l’unico rimedio per Leopardi è quello di continuare edonisticamente a studiare e imparare, non quello di crogiolarsi nelle illusioni (Boncinelli definisce questa convinzione del poeta come il “principio di distrazione”). È interessante poi che Leopardi sottolinei l’importanza dell’impresa scientifica anche nella gestione del potere e che difenda la Rivoluzione Francese per l’entusiasmo e la passione che l’hanno resa possibile. Quello che viene conosciuto come il “pessimismo leopardiano” deriva dalla consapevolezza del poeta che, nonostante il suo amore sconfinato per il lavoro intellettuale, la ragione non possa rinnovare il mondo.

 

(…) Nell’infinito seno

Scende la luna; e si scolora il mondo;

Spariscon l’ombre, ed una

Oscurità la valle e il monte imbruna;

Orba la notte resta,

E cantando, con mesta melodia,

L’estremo albor della fuggente luce,

Che dianzi gli fu duce,

Saluta il carrettier dalla sua via (…)

Il tramonto della luna, 1836

 

Sia nell’incontro su Scerbanenco sia in quello su Leopardi, è emersa l’importanza di conoscere l’uomo dietro allo scrittore e al poeta; in entrambi i casi si tratta di uomini che hanno raccontato il loro tempo andando a renderne eterni i temi toccati (in due campi distinti e con una profondità diversa, ovviamente). Direi quindi che il tema della (mia) seconda giornata di Bookcity potrebbe essere la memoria nel significato inverso rispetto al primo giorno, ovvero dalla parte di chi l’ha creata: c’è una Milano che non smetterà mai di esistere, e l’ha raccontata Scerbanenco, e c’è un mondo che continuerà ad essere pieno di contraddizioni che Leopardi ha trasformato in poesie perfette.

 

il-morandini-2017Un sabato cominciato con la narrativa e la poesia non poteva che concludersi con il cinema: al Chiostro Nina Vinchi (Piccolo Teatro Grassi) viene infatti presentata la nuova edizione del Morandini, il dizionario dei film e delle serie televisive edito Zanichelli. Luisa Morandini spiega che si tratta del primo pubblicato senza suo padre, morto il 17 ottobre 2015; Morando Morandini è stato l’inventore del metro di giudizio del suo dizionario, da 1 a 5 stelle per il giudizio della critica e da 1 a 5 pallini per il successo di pubblico.

Quello che salta subito all’occhio dell’edizione 2017 è la copertina: Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi in una scena del film “La pazza gioia”, che Luisa Morandini definisce subito “allegro e profondo”; l’ha scelto come copertina del libro, non solo perché le piaceva l’idea che fossero due donne le icone del cinema (italiano) dell’anno, ma anche perché è un film sulla diversità e l’emarginazione. Il Morandini include 16.500 film nella versione cartacea e altri 10.500 nella versione digitale; Luisa Morandini spiega che è nelle sue intenzioni mantenere l’originale approccio sintetico nelle descrizioni ma allo stesso tempo aprire il dizionario a collaborazioni nuove. Mi ha colpita molto ad esempio che quest’anno abbia permesso di collaborare a un ragazzo di 18 anni che aveva frequentato uno dei corsi che Luisa Morandini tiene nelle scuole; un’occasione importante per un giovane appassionato di cinema: occasione che conferma l’assenza di limiti, soprattutto di età, nella cultura.

 

20 novembre

Il terzo e ultimo giorno di Bookcity mi vede correre a un incontro su Elena Ferrante e sulla nuova edizione ampliata de La frantumaglia (edizioni e/o); l’incontro ha in particolare come oggetto il dialogo tra vita, letteratura e psicanalisi ed è curato dalla Scuola di Analisi Biografica e Orientamento Filosofico (ABOF), una delle attività dell’Associazione Philo.

51mpnevnqlDue ragazze della Scuola ABOF provano a rispondere a una domanda fondamentale sui lavori di Elena Ferrante: che possibilità di lettura ci offre la mancanza (o presunta tale ormai) di un’autrice? Le risposte sono essenzialmente due: l’assoluta libertà di interpretazione e l’occasione di trarre dalla lettura qualcosa di davvero personale. Come sosteneva Duchamp, è lo spettatore che fa il quadro e, allo stesso modo, un libro esiste in funzione dei lettori: l’arte è infatti intrinsecamente dialogica e ogni romanzo perde e guadagna qualcosa in base a chi lo legge.

Nella definizione che Elena Ferrante ci dà di “frantumaglia” riconosciamo un sentimento autentico, ed è questa autenticità ad aver reso il suo linguaggio universale (L’amica geniale è stato tradotto in 45 lingue): 

Mia madre mi ha lasciato un vocabolo del suo dialetto che usava per dire come si sentiva quando era tirata di qua e di là da impressioni contraddittorie che la laceravano. Diceva che aveva dentro una frantumaglia. La frantumaglia la deprimeva. A volte le dava i capogiri, le causava un sapore di ferro in bocca. Era la parola per un malessere non altrimenti definibile, rimandava a una folla di cose eterogenee nella testa, detriti su un’acqua limacciosa del cervello.

Per quanto riguarda invece il rapporto di Elena Ferrante con la psicanalisi, si è riflettuto sul fatto che si tratta di un approccio ambivalente: da un lato, come capiamo dalla quadrilogia de L’amica geniale, è attratta dallo “scavarsi dentro” tipico della psicanalisi, ma allo stesso tempo teme la definizione, o il tentativo di definizione. In ogni caso, è dalla riflessione sull’incoerenza e sullo scarto tra inconscio e realtà che la letteratura si sviluppa, è la “smarginatura” che lascia “filtrare fantasie”: così, le donne della Ferrante si raccontano tutte dal “centro di una vertigine”.

La scrittura di Elena Ferrante è un raccontare simbolico nel senso etimologico di “mettere insieme” i vari frammenti (della frantumaglia); la scrittura nel suo caso diventa un ponte tra gli opposti, per questo, paradossalmente, nonostante la carnalità del suo modo di scrivere, i suoi libri ci rassicurano. Come sottolineano per concludere le due studentesse di ABOF, l’insegnamento più grande che possiamo trarre dai libri della Ferrante è quello di saper stare nella frantumaglia, di “mettere in scena la smarginatura”: questo è quello che permette al lettore di tenere insieme i “propri pezzi”.

Con questo incontro, oltre a entrare in un modo di scrivere che mi ha appassionata quando ho letto la storia de L’amica geniale, ho scoperto una pratica particolare che utilizza i testi come spunti creativi: il caviardage. Derivante dalle cancellature che la censura operava sui contenuti immorali, oggi il caviardage è una tecnica di scrittura creativa poetica che mira a individuare nel testo le parti o le parole che più ci colpiscono (in positivo o in negativo, non ha importanza), cancellando tutte le altre; con le parole scelte si crea poi un nuovo componimento.

 

la-seconda-vita-di-majorana_piattoDalle riflessioni filosofiche sulla scrittura di Elena Ferrante sono poi passata a un altro e più grande mistero della storia italiana, quello della scomparsa di Ettore Majorana: da una scrittrice che ha fatto di tutto per dividere la vita dai libri e quindi per proteggere la sua identità, a un fisico che fece perdere le sue tracce nel 1938 e sul quale svariate ipotesi hanno continuato ad accumularsi nel tempo.

Al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, nella Sala Cenacolo, viene presentato il libro La seconda vita di Majorana (Chiarelettere), scritto da tre giovani giornalisti, Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini, che hanno finalmente trovato alcune prove della vita di Majorana, sotto il nome di Bini, in Venezuela.

Il libro, come ci tengono a precisare, si attiene strettamente ai fatti e ha la struttura di un reportage: quello che sembra emergere è che Majorana visse in Venezuela fino al 1958, quando la comunità italiana fu costretta a scappare per via delle persecuzioni del nuovo governo (seguito alla caduta di Jiménez).

Prima del libro, i tre giornalisti avevano in realtà girato un documentario, spinti dalla voglia di risolvere il mistero che si era riaperto con la comparsa della fotografia del presunto Ettore Majorana con Francesco Fasani in Venezuela. Fasani si presenta infatti alla trasmissione “Chi l’ha visto?” con questa fotografia e la testimonianza di aver conosciuto il signor Bini, alias Majorana, nel 1955.

Borello, Giroffi e Sceresini, quando la Procura di Roma decide di archiviare l’inchiesta nonostante questa nuova prova, partono per il Venezuela alla ricerca di testimoni e di fatti che possano dare una svolta al mistero Majorana.

Nonostante i mitomani, le false piste e le difficoltà dovute alla mancanza di collaborazione delle autorità venezuelane, i tre giornalisti sono riusciti a ricostruire la possibile vita di Ettore Majorana dal 1955 al 1958, pur continuando a non poter trovare un motivo univoco alla sua fuga.

Alla presentazione del libro è presente anche Salvatore Majorana, il pronipote del grande fisico scomparso; l’unica spiegazione che trova alla possibile fuga del prozio è la sua capacità di anticipare i tempi e di aver compreso in anticipo il destino che l’attendeva, in quanto uomo di scienza, in un regime totalitario e violento. Probabilmente la sua decisione è derivata dalla volontà di sottrarsi a questo destino di sottomissione: non avrebbe mai potuto prestare le sue conoscenze a chi le avrebbe usate per scopi immorali.

 

foto-programmi-bookcityAncora una volta, sembra che i vari incontri richiamino uno all’altro: il mio percorso a Bookcity si è aperto con la visita al Cimitero Monumentale, dove possiamo trovare nomi e date; si è concluso, invece, con due incontri aventi per protagonisti una scrittrice (o scrittore?), che di nomi e date non vuole sentir parlare, e un uomo scomparso, che non ha date a cui fare riferimento, non da un certo punto in poi.

Sono partita con il definito, o il definitivo, e alla fine ho trovato l’indefinito (che non siano poi così lontani tra loro?): sembra davvero una chiusura perfetta.

Chissà, forse non tutto deve rispondere alle nostre domande o trovare collocazione eterna.

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