I libri che ci sono piaciuti a novembre

A novembre abbiamo letto e selezionato per voi alcuni libri che non vi lasceranno indifferenti.

sogno-hokusai-kidsApriamo con l’albo Il sogno di Hokusai di Ilaria Demonti (Skira editore).

Katsushika Hokusai è stato un famoso pittore e incisore giapponese del XIX secolo (in realtà già lo conoscerete per le incisioni del monte Fuji e soprattutto per La grande onda di Kanagawa, ampiamente riprodotta sulle cartoline di tutto il mondo).

Perché ci piace?

Ci piace perché qui Hokusai da autore diventa protagonista, perché rincorre una libellula (tutto può essere disegnato, tranne la leggerezza del suo volo) di pagina in pagina, tra le riproduzioni delle sue stampe più famose.

Ci piace anche perché su Hokusai e altri due artisti giapponesi è in corso questa bella mostra al Palazzo Reale di Milano, Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Fino al 29 gennaio 2017.

16,50 euro ben spesi, se siete appassionati di cultura giapponese. Un albo che, ben intesi, sembra pensato più per gli adulti anche se mantiene quel romanticismo che può piacere anche ai bambini.

 

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Parliamo ancora di pittori (e poeti) con Edward Hopper. Un poeta legge un pittore di Mark Strand (Donzelli editore), già pubblicato nel 2003 e ora ristampato (con uno scritto inedito dell’autore) nella collana Mele.

Perché ci piace?

Perché, anche qui, vogliamo scoprire quali sono le storie dentro alle storie, le chiavi di lettura e i cortocircuiti.

Perché se metti insieme Mark Strand – vincitore del Pulitzer (tra le tante cose) – ed Edward Hopper qualcosa di buono ne deve per forza venir fuori.

Perché anche su Hopper è in corso una bella mostra, al Vittoriano, Roma, fino al 12 febbraio.

A dirla tutta, Strand ha speso molte delle sue poesie a raccontare nostalgie, luoghi, paesaggi e oggetti; qui lavora in prosa ma il racconto dei quadri di Hopper gli viene facile facile (Era l’inizio di una sedia; era il divano grigio; era i muri, il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui i ruderi di luna le crollavano sui capelli…).

Di solito quando in un Hopper compaiono dei boschi, si trovano al di là di una strada o dietro una casa e non lasciano trapelare granché di se stessi. In Strada a quattro corsie sono un’immagine sfocata, una barriera di alberi; in Benzina sono delineati un po’ meglio, ma non quanto nei quadri di Hopper lo sono gli edifici. Eccetto il larice, gli alberi di Hopper restano indistinti. Hanno l’aspetto degli alberi che vediamo quando passiamo in automobile a cento all’ora… il proprietario del distributore fuma il sigaro e prende un po’ di sole mentre una donna, presumibilmente la moglie, si sporge dalla finestra per dirgli qualcosa. Che dovrebbe rimettersi al lavoro? Che è pronto il pranzo? Qualcosa comunque che lui sente di poter ignorare. Di sicuro lei non gli sta dicendo che lo ama, ma se anche così fosse, nel contesto del quadro, lui potrebbe continuare a fare orecchie da mercante.

Il nostro quadro preferito, qui alla Matita, resta sempre Casa vicino alla ferrovia, forse perché, come suggerisce Strand, ci sentiamo un po’ sopravvissuti ai margini del progresso:

Casa vicino alla ferrovia, con l’eccezione di Nottambuli, è il quadro più famoso di Hopper. Presenta il tipo di scena – una casa isolata – davanti alla qua- le potrebbe esserci capitato di passare durante un viaggio in treno. È quello che ci suggeriscono i binari. Ma in questo dipinto i binari passano molto vicino alla casa. Potrebbe darsi che i proprietari siano stati vittime di ciò che solevamo chiamare «progresso» e siano stati costretti a vendere la terra, in questo caso alle ferrovie. La casa sembra fuori luogo, eppure padrona di sé, persino solenne, un sopravvissuto, almeno per il momento. Si erge nel sole ma è inaccessibile. Il suo segreto è illuminato ma non svelato…

Trenta dipinti e altrettanti commenti al prezzo di 23,00 euro ben spesi per fare (o farvi) un vero regalo di Natale.

 

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Torniamo alla narrativa con La strada del Donbas di Serhij Žadan (Voland Edizioni), che ritorna in Italia dopo Depeche Mode (Castelvecchi, 2009).

Herman, un agente pubblicitario di 33 anni, fiero cittadino, viene richiamato a occuparsi degli affari di famiglia, nell’Ucraina orientale, dopo l’improvvisa scomparsa del fratello.

Perché ci piace?

Per le atmosfere da frontiera (la stazione di servizio, il declino post-industriale, i campi di granturco) che sembrerebbero quelle di un romanzo americano se non fosse che – fortunatamente – questa volta siamo nell’Europa dell’est.

Perché ci racconta quella parte – remota e ancora sovietica – poco prima dell’occupazione russa.

Perché è un romanzo di formazione, sui segreti dell’adolescenza e dell’età adulta, ma anche un romanzo sociale e al tempo stesso ricco di ironia e personaggi un po’ surreali (e scusate se è poco).

Perché ne sarà tratto un film, e speriamo di poterlo vedere.

Vicino al baracchino in muratura, accanto alle pompe di benzina, erano stati messi due sedili di automobile, per riposarsi. I sedili erano in pelle nera di animali a me sconosciuti, da varie parti spuntavano fuori le molle, e accanto a uno dei sedili era stata installata una strana leva, pareva una catapulta. Koča cadde stanco sul sedile con la catapulta, prese le sigarette, ne accese una e mi fece segno con la mano: siediti qui accanto, bello. Obbedii. Il sole si faceva sempre più caldo, come le pietre sulla riva, e il cielo si alzava col vento come una vela. Domenica, di fine maggio, il momento migliore per andar via da lì.

Ti fermi per molto? – chiese Koča con un sibilo.

Stasera torno a casa – risposi.

Perché così in fretta? Resta un paio di giorni. Andiamo a pescare.

Koča, dov’è mio fratello?

Un luogo inquietante e deserto, completamente schiacciato dai cingoli dei trattori, terra secca, nera, cieli bassi, distesi come mappe militari; garage disposti a oriente come chiese, con le feritoie nere delle finestre a inferriate rivolte a occidente; mietitrebbiatrici paralizzate; resti di macchine agricole rosso sporco come carne di manzo, e neppure un’anima viva, un agricoltore, assolutamente nessuno. Sul terreno nero corse un cane che pareva uno sciacallo, annusava la terra intrisa di petrolio, poi girò l’angolo.

 

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Una bella uscita italiana del mese di novembre è Overlove di Alessandra Minervini (LiberAria).

Cosa siamo disposti a fare per amore? Fino a che punto possiamo spingerci?

Carmine è un cantautore indipendente. È sposato, ha una figlia piccola. Anna è più grande, una volta ricca di famiglia, ora lavora nella lussuosa boutique fondata dal padre, l’unica cosa o quasi che le resta. I due si prendono e si lasciano finché Anna decide di mettere fine alla relazione, anche se è ancora innamorata. Carmine tenta la carriera  e arriva al successo. Anna inizia un viaggio nella sua contrastata Puglia. Tra i due esiste però un legame di dipendenza che rende difficili le vite dei singoli, un “overlove” appunto, un amore che è “troppo”.

Perché ci piace?

Per la verità di una Puglia che è solare e contrastata allo stesso tempo, popolata di individui eccentrici, immigrati, persone dalla scarsa affettività e da una bellezza quasi aliena.

Per la scrittura di Alessandra, precisa e poetica allo stesso tempo, potente, capace di evocare immagini concrete.

Perché è un romanzo d’amore che però trascende i cliché e ci porta alla scoperta dell’affettività nella sua essenza più profonda e reale.

Una delle bellezze di questo luogo dopo quelle abusate, i trulli, le chiese, le frise, le spiagge, la pizzica, è la cava di bauxite. La bauxite è il materiale da cui nasce l’alluminio. La cava non è segnalata sulle guide ufficiali. Gli informatori turistici non conoscono la strada. La cava è fuori uso. Tecnicamente è una cosa rotta. Non serve a nulla. Non ci puoi fare l’alluminio. Non ci puoi fare il bagno. Ha l’aspetto di un lago ma non lo è. È un deposito acquifero naturale. Un luogo inutile come solo la bellezza sa essere. Chi ci arriva, di solito con qualcuno che conosce la zona, capirà. Non è difficile. Capire. Ciò che ora è finito, ha avuto inizio in quel luogo.

[…]

Da quando si erano incontrati la prima volta, cercandosi fino a stare male e scambiandosi false promesse, erano passati troppi mesi di mancanza e così, senza conoscere il momento esatto, tra loro era piombato il silenzio. Un silenzio consumato da distanze perbene. In quel tempo interrotto, lui dentro di lei si era sedimentato come una frittata disposta da poco su un piatto rivestito di carta antiolio.
Quando erano lontani, come succedeva per la maggior parte dei giorni, ad Anna per la nostalgia fiorivano addosso delle piume smodate, viola con sottili striature verdi. Il peso delle piume era imprevisto come un temporale e, dopo un po’, a seconda della distanza che li separava, le piume diventavano insopportabili. Cicatrici ossidate. Con questo peso sulle spalle, novella dea della mancanza, Anna aveva preso la loro storia e l’aveva schiacciata come si fa sulle pareti con gli insetti minuscoli, quelli che si temono anche se non possono nuocere. Non aveva cercato una motivazione più convincente di un’altra. In fondo, per lasciarlo, non esisteva davvero un motivo migliore o uno peggiore. Un momento perfetto invece sì. Anna aveva detto basta proprio nel momento in cui tutte le cose della sua vita – pur facendole schifo – sembravano contare più di lei e Carmine messi insieme. Se si fa schifo – ripeteva a se stessa – bisogna stare da soli.

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Categorie:articoli, Le segnalazioni del mese

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