Anteprima: estratto da “Quel nome è amore. Itinerari d’artista a Parigi” di Luigi La Rosa

15008016_10209809654770492_1937964830_oEcco un estratto da Quel nome è amore. Itinerari d’artista a Parigi di Luigi La Rosa (p.120 – euro 10), in uscita a novembre per le edizioni Ad est dell’equatore.

Tornare per sei giorni a Parigi per restituire un libro all’anonimo proprietario, bello e giovane, incrociato casualmente in metro. Questo il pretesto che dà il via al viaggio del protagonista. Si tratta di un testo ibrido che comprende anche una parte in cui si danno delle indicazioni sui luoghi visitati, a mo’ di guida turistica, che qui vi riportiamo.

sei giorni nei loro luoghi

Gli artisti che ho inseguito, e che il protagonista del libro incontra nell’arco delle sei giornate parigine, rimandano inevitabilmente ad altri, come i passi che giornalmente percorriamo incrociando traiettorie e memorie lontane, destini che aspettano solo di raccontarci la loro parabola.
È di questo che si nutrono gli scrittori. Da sempre.
Ed è ciò che queste pagine cercano di dare al lettore, un ulteriore itinerario nei luoghi, nei quartieri, nelle strade e nelle piazze che gli spettri hanno abitato e della cui aura permane il riverbero.

Prima giornata – con Raymond Radiguet

Raymond Radiguet viene rincorso da Jean Cocteau lungo la rue Seveste. Lo intercettiamo in un caldo giorno d’estate. Anche lui, uomo dalle suole di vento. Se ci spostiamo di qualche centinaio di metri, lungo il boulevard che la via incrocia, raggiungiamo all’82 boulevard de Clichy il Moulin Rouge, tempio sacro della Belle Époque, sulle cui tavole hanno danzato le più grandi ballerine dell’epoca, a cominciare dalla Goulue, ritratta da Toulouse-Lautrec nell’atelier poco lontano, 21 rue Caulaincourt, a Yvette Guilbert, a Colette.
Proprio dietro il Moulin Rouge, dietro le grandi pale rosse che ogni notte continuano ad allietare i passanti alimentando il mito eterno della città, scopriamo la Cité Veron, topos per eccellenza, che rimanda potentemente ad altre importanti memorie letterarie. All’interno del complesso, raggiungibile dalla viuzza che si arrampica proprio di fianco al teatro, il condominio in cui vissero Jacques Prévert e Boris Vian, con il celebre terrazzo sul quale si svolgevano le feste del Collegio della Patafisica,
parentesi preziosa per tutta la cultura del Novecento.
Siamo nella Montmatre dell’arte, dei maestri che la scelgono come luogo per vivere e creare. Se ci inoltriamo fino in cima alla collina il Musée di Montmartre, 12 rue Cortot, ci racconterà la storia più bella che abbiamo mai ascoltato, parlandoci di Auguste Renoir, che a pochi passi da lì aveva la sua abitazione, di quella coppia straordinaria che sono stati il pittore folle Utrillo e sua madre, Suzanne Valandon, cavallerizza mancata, modella e musa di parecchi grandi pittori.
Raggiungiamo l’acclamata place du Tertre, punto d’incontro di artisti noti e squattrinati, luogo che nonostante l’aggressione turistica odierna serba ancora tracce del suo antico fascino. Svoltando e proseguendo fino all’11 rue Poulbot ci si imbatte in un altro atelier eccellente, che ha serbato gli intenti iniziali del proprietario, affacciandosi su Parigi come un’enorme quinta teatrale. È il Musée Salvador Dalì, che della più importante stagione della capitale ma forse del pensiero e dell’arte di sempre rappresenta una viva testimonianza. Prima di tornare sui vostri passi e scendere verso la place Blanche, soffermatevi un momento lungo la rue d’Orchampt,
austera e un po’ inquieta, davanti a quella che fu la casa della celebre infelice Dalida, un edificio bianco, che emerge dalla base del vicolo, che si leva contro il cielo, la cui targa ricorda l’affetto degli abitanti del quartiere nei confronti della cantante suicida.
Sulla parte opposta della via, invece, dove la strada si piega fino a incrociare la rue de l’Abreuvoir, sepolta negli alberi, con un fascino a dir poco metafisico, potrete riscoprire la Folie nella quale fu internato, durante una fase di sofferte crisi nervose, il poeta Gérard de Nerval. Certi versi ricordano la musica rurale e un po’ triste degli zoccoli dei cavalli, quando a sera giungevano per ristorarsi all’abbeveratoio che sorgeva a pochi metri dalla casa, e di cui le impronte sono ancora visibili.

Seconda giornata – con Renée Vivien

Renée Vivien si erge davanti a noi nella sua statura di poeta dell’invisibile. Suggestioni che è possibile cogliere solo partendo dalla sua tomba, nel delizioso Cimitero di Passy. La sepoltura di questa donna sola e geniale, che ha guerreggiato con il suo tempo, ci rimanda a un’altra lapide eccellente: quella dei fratelli Édouard ed Eugène Manet e della pittrice impressionista Berthe Morisot, sposa di Eugène ma legata al cognato da un rapporto d’amicizia appassionata che probabilmente rasenta l’amore. I tre si trovano nello stesso cimitero, sotto l’elegante busto dedicato a Édouard.
La casa nella quale Berthe Morisot inaugurava l’apprezzata abitudine dei tè del giovedì, all’interno di quello che i suoi contemporanei descrissero come un godibilissimo giardino di rose, la potrete rintracciare invece al 40 rue Paul Valéry. Riconoscerete il cancello di ferro nero, enorme, borghese, nello stesso edificio in cui abitò pure il poeta, che di Berthe sposerà una nipote.
Il quartiere di Passy è uno dei più malinconici ma pure dei più interessanti della capitale. Impossibile, vagando per i suoi boulevard e le sue grandi arterie, non pensare alla Vivien, alla sua fame di vita. Chi volesse cogliere la magia della biografia può fare un salto al 23 dell’avenue de Bois, dove un tempo sorgeva la sua abitazione e il giardino giapponese che ella stessa curò durante tutta la sua vita. Non siamo lontano dal Bois de Boulogne, dove i benestanti dell’epoca si recavano a passeggiare o a cavalcare. È forse in mezzo alla natura a tratti incontaminata di questo imponente giardino parigino che la giovane Saffo incontrerà Natalie Clifford Barney, suo contrastato amore.
La scrittura alimenta il carattere del quartiere. Non solo quella di Renée Vivien, ma anche quella di colui che forse è tra i più stimati romanzieri di sempre, ossia Honoré de Balzac, residente al 47 rue Raynouard, nell’appartamento dove oggi sorge l’omonimo Musée. Visitare la casa col giardino esterno rappresenta una delle autentiche delizie di un soggiorno in città.
Lo scrittoio sul quale ogni notte si svolgeva la battaglia con la creazione, la caffettiera dei numerosi caffè quotidiani che uccideranno Balzac facendogli letteralmente scoppiare il cuore, sono cimeli di un percorso intorno all’anima di Parigi. Passy accoglie anche un altro santuario eccellente dell’arte impressionista, il Musée Marmottan Monet, che potrete visitare al 2 Rue Louis-Boilly, nella palazzina appartenuta a Paul Marmottan, ricca di collezioni del Rinascimento e dei secoli
XVIII e XIX, ma soprattutto dei lasciti di Claude Monet, che ne forgia l’impronta sostanziale. Tra le molte tele dell’artista spiccano soprattutto le Nymphéas, queste sinfonie del colore, questi affondi nella dimensione vegetale del vivere che si muta
in festa panica e in esaltazione sensuale.

Terza giornata – con Carlos Casagemas

Carlos Casagemas, giovane talento suicida, lascia dietro di sé tracce che sarebbe bello ricalcare, per decifrare gli aspetti di una vita irrisolta e gli echi che l’umanità dell’artista ha assorbito nell’arrivare a Montmartre. Siamo di nuovo sulla collina
più famosa della capitale, e partiamo da un luogo che è a dir poco simbolico, perché racchiude la testimonianza di un altro genio della pittura incapace di farsi comprendere e amare dal proprio tempo. Mi riferisco a Vincent van Gogh, che ospite
del fratello Théo, abitò per qualche anno al 54 rue Lepic. Vi accoglierà l’azzurro del portone, profondo, simile a quello di tanti altri palazzi della zona, e un fiore plastificato apposto alla finestra indicherà il punto esatto nel quale la stella infelice del pittore per qualche stagione parve brillare.
Prima di raggiungere la casa di van Gogh, concedetevi una piacevole sosta al Café des Deux Moulins, 15 rue Lepic, non appena v’inerpicate per la via che porta alla sommità della collina. La bella ed eccentrica Amélie, magistralmente interpretata da Audrey Tautou nel film che l’avrebbe resa nota, tornerà a fissarvi dal ritratto che campeggia sullo specchio del fondo: il suo sorriso ingenuo e la sua originalità li vedrete riverberati pure nei colori che illuminano il locale, nello gnomo conservato nell’armadio espositivo della toilette, nelle mille citazioni del film disseminate all’interno del bistrot.
Ma è più su che voglio spingervi, perché se la Butte rimane uno dei vertici dell’arte moderna lo è soprattutto grazie agli artisti che la elessero a meta esistenziale e a rifugio dalla miseria e dalla fame. Se vi inoltrerete fino al termine della rue Lepic
potrete ammirare uno degli spazi che la pittura ha reinventato giacché fonte di ispirazione del massimo dipinto di Auguste Renoir, ossia Le Bal au Moulin de la Galette. L’antico mulino è ancora visibile, con la suggestiva torre e le enormi pale, su quello che oggi è uno dei più ricercati ristoranti della città.
Ritrovare i simbolismi, le tracce di ciò che l’arte ha mutato in eternità è il modo migliore per capire cosa sia realmente Parigi, quale stimolo continuo per la mente e il cuore.
Per completare l’immersione nella sognante dimensione del bello, imboccate la rue Orchampt e proseguite ancora per un piccolo tratto. I passi vi condurranno alla deliziosa place Émile Goudeau, sulla quale al numero 13 affaccia il Bateau-Lavoir, storica baracca dalla forma di battello-lavatoio scoperta da Max Jacob e Pablo Picasso dopo il loro arrivo in città.
L’antica abitazione, nata sulla leggendaria memoria di un hotel distrutto dal gas in cui due amanti infelici avevano posto fine ai loro giorni, diverrà la comune pronta ad accogliere, tra gli altri, nomi del calibro di Georges Braque, Guillaume Apollinaire,
André Salmon, Francis Picabia e Amedeo Modigliani, e sebbene l’edificio sarà condannato a bruciare in un incendio che ne cancellerà quasi completamente la struttura – del sito rimane solo l’ingresso – non potranno sparirne la memoria e lo splendore, divenuti fonte d’ammirazione perenne.

Quarta giornata – con Simone Thiroux

Questa nuova tappa del vostro itinerario sarà all’insegna di un sentimento di commozione. Ripercorrere le stazioni della vita di questa donna sola, sfortunata, incappata nell’amore devastante per Amedeo Modigliani, il più maledetto ma probabilmente anche il più seducente dei pittori, significa prima di ogni cosa partire dai luoghi del vivere. Trovate la casa di Simone Thiroux, purtroppo non segnalata neppure da una misera targa, al 207 boulevard Raspail, dove l’allora studentessa di
medicina della Sorbona andava ad abitare appena giunta a Parigi e nel quartiere di Montparnasse.
La giovane incontra il pittore livornese alla Rotonde, che riconoscerete per il fasto delle sue luci. Questo ristorante ancora attivo sorge in un punto divenuto crocevia di ricordi e fascinazioni letterarie: con il Select, il Dôme e la Coupole compone il quadrilatero del fasto culturale che negli anni Venti animò Parigi diffondendone lo charme oltre l’oceano. In questi ritrovi rintracciamo davvero tutti, la colonia americana al completo e gli artisti approdati dagli altri paesi europei: Ernest
Hemingway, Francis Scott Fitzgerald e la tenera Zelda, il fotografo Man Ray e la sua amante Kiki de Montparnasse, Tristan Tzara, il pittore Foujita. Simone Thiroux insegue il suo imprendibile Amedeo lungo i boulevard, per le strade del quartiere. Ci piace doppiare silenziosamente i suoi movimenti, nella speranza d’intercettarne,
come il protagonista del libro, lo spettro candido ed evanescente.
Ci sembra di vederla davanti all’Accademia Colarossi, 10 rue de la grande Chaumière, dove l’artista va a seguire i suoi corsi di disegno e dove incontrerà colei che diverrà la sua compagna ufficiale, la bella e dannata Jeanne Hébuterne. Poi sentiamo ancora la sua presenza disperata davanti al portone al numero 8 della stessa via, dove i poverissimi Amedeo e Jeanne andranno ad abitare fino alla morte del pittore. Simone sta lì, non se n’è mai andata, spettro tra i fantasmi di un’epoca che non potrà morire.
Prima di abbandonare il quartiere non perdetevi due ultimi preziosi riferimenti. L’Hôtel Istria, 29 rue Campagne Première, con la facciata bianca e la targa che ricorda gli ospiti noti che vi alloggiarono, tra cui Oscar Wilde, Tristan Tzara, Man Ray, Kiki de Montparnasse, nella stessa via in cui abitò il fotografo Eugène Atget e dove trascorse qualche notte anche Arthur Rimbaud. Sono le celebrità della capitale, molte delle quali le ritroverete nel poco lontano Cimitero di Montparnasse, sull’altro lato del boulevard Raspail, luogo che raccoglie, tra le tombe più note, quella di Jean-Paul Sartre, di
Simone de Beauvoir, di Charles Baudelaire, Guy de Maupassant e Constantin Brâncuşi.

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