Anteprima: estratto da “Tasmania Blues” di Helen Hodgman

tasmania_blues-copertinaEcco un estratto da Tasmania Blues (pag.108, euro 12), uno spregiudicato romanzo al femminile della scrittrice scozzese-australiana Helen Hodgman, in uscita il 24 ottobre per le Edizioni Socrates.

Traduzione di Valentina Rossini.

Ho osservato fin dall’inizio.

Prima del suo arrivo, la nostra casa era l’ultima della strada: il malconcio “punto e basta” che concludeva una lunga e prosperosa fila di bungalow australiani in compensato. Risultava un po’ fuori contesto, non essendo ancora stata tinteggiata di uno smagliante color pastello come le altre – non riuscivo mai a decidermi sulla tinta. Inutili campioni di colore erano disseminati per casa.

Sul lato destro, una piccola macchia arida progrediva verso la spiaggia, l’ultimo appezzamento invenduto. Per giorni potevo dimenticare di vivere in periferia, semplicemente guardando fuori dalle finestre che si affacciavano a destra.

Poi l’appezzamento fu venduto e bonificato. Buche furano scavate. Uomini costruirono la casa.

La donna che aveva acquistato il terreno arrivava ogni giorno per controllare lo stato dei lavori. Io origliavo rimanendo dietro le tapparelle, la sentivo spronare gli uomini a darsi da fare. I corpulenti operai, imporporati dal sole, rimanevano impassibili. Se la prendevano comoda, loro, concedendosi pause a intervalli regolari per scaldare il billycan con il tè, fumare, e rivolgere a lei timidi sorrisi celati da abbondanti bocconi di meat pie.

Il lavoro venne terminato rapidamente e la casa posta in equilibrio su un irregolare ritaglio di nuda terra rossa. Gli uomini se ne andarono. Era un periodo piovoso e presto, attorno alla casa, si formarono delle pozzanghere a chiazza di petrolio in cui si specchiava il cielo. Il sole vi si rifletteva, circondando l’edificio come un recinto di scaglie metalliche.

La donna pagò un altro branco di uomini robusti per livellare il terreno e drenarlo. Lo scavarono e lo prepararono per ospitare sacchi di semi d’erba.

La manutenzione dell’erba era a cura esclusiva della donna. Un quadrato di aguzzi fili d’erba affiorò di fronte alla casa: una vivida e irrealistica distesa verde. Da una certa distanza appariva sconcertante, da vicino risultava alquanto misera. I fili d’erba erano molto radi. Con l’arrivo dell’estate la terra divenne più polverosa, rivelando la sua presenza tra quegli spazi, come scabbia, a dispetto dell’irrigazione giornaliera.

L’erba autoctona frusciava e ondeggiava ai bordi del coccolato fazzoletto di terra. Ogni tanto, rivendicava la propria identità indigena sull’usurpata patria, lanciando un seme per fertilizzare e conquistare un altro centimetro di spazio. Sebbene dura e tenace, non riusciva mai a sopravvivere alla quasi quotidiana tosatura.

 

***

 

Durante i primi giorni dopo la semina del prato, la donna arrivava alla casa di primo mattino e si metteva a sorvegliarla. Dal modo in cui attendeva la crescita dell’erba, sembrava non aver fretta di stabilirsi lì. Le passavo accanto mentre tornavo dalla spiaggia, ma lei era troppo assorta per parlare, si teneva sulle sue: atteggiamento che accoglievo con piacere, fintanto fosse durato. Se in quel momento si fosse presentata, avrebbe spezzato l’incantesimo della spiaggia che, con un po’ di fortuna e senza interruzioni, mi avrebbe accompagnata durante tutta la giornata. La spiaggia era la ragione principale della mia permanenza in quel luogo.

L’avevo scoperta un weekend, durante una visita alla mia futura suocera. La gravidanza era stata confermata solo ventiquattro ore prima. Non c’era fretta, avevo pensato io. Ma a mio marito piaceva fare le cose per bene. Il problema era dare la notizia e trovare un posto dove vivere.

Ero andata a fare una passeggiata di primo mattino per meditare su queste cose quando, da un lieve rialzamento della strada, vidi la spiaggia. Sembrava senza fine anche se, ai piedi del pendio, si confondeva con un groviglio di alghe ruvide e taglienti, che terminavano dove alcune impronte di pneumatici si disperdevano nella sabbia. Da quella prospettiva appariva meravigliosa – una spiaggia degna di stare in copertina su una brochure turistica – con quel giallo pallido e perfetto che si estendeva da un lato all’altro. Rocce nere sporgevano alle due estremità, senza preavviso, il mare più blu del blu era spruzzato di scintille d’argento.

Ero sorpresa, nel mattino giunto da poco, dall’assurda bellezza, dalla girandola di colori che associai alle ore notturne.

Mi sedetti nella polvere, tra lattine di birra vuote, e piansi.

Mi ero arenata su quella spiaggia come la povera frastornata tartaruga che avevo visto una volta in un film. Aveva appena deposto, con grande fatica e dolore, un carico di uova; nessuna speranza di riuscire a tornare in mare; stremata, si era lasciata morire.

Sulla strada del ritorno notai una casa in vendita.

Ci facemmo prestare i soldi, la acquistammo e andammo ad abitarci. Mio marito lavorava sodo: doveva estinguere il debito e prepararsi finanziariamente alla paternità. Io mi adagiai come la tartaruga e aspettai di morire.

Non accadde. I giorni passarono e cominciai a dubitare che potesse realmente succedere. Erano giorni infiniti, l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.

Le altre donne, appartenenti a questa riserva naturale per femmine, riuscivano a inventarsi sempre qualcosa per riempire il loro tempo in modo decorativo e rasserenante, perlopiù assecondando i suggerimenti delle riviste femminili – quei placebo prescritti per addolcire il tempo e tenere metà della popolazione quieta e al contempo attiva. Ma simili modelli richiedevano spirito, un bisogno impellente di colmare le giornate in modo socialmente accettabile. Io non possedevo nulla di tutto questo.

 

***

 

La spiaggia, nella perfezione del primo mattino, aspettava solo me e l’eventuale cane con padrone a passeggio. Quando il sole diventava più alto, il giallo pallido della sabbia la faceva somigliare a una striscia di deserto. Le nere rocce si appartavano alle estremità assumendo l’aspetto di primitive pietre da culto: le Stonehenge degli antipodi.

Più tardi, quando il fuoco del mezzogiorno s’acquietava, arrivavano le donne del posto. Quelle che abitavano vicine venivano a piedi, con il loro carico di borsoni dai vivaci colori e di bambini piccoli, trasportando il cospicuo occorrente per potersi godere un’ora all’aperto. Quelle che invece abitavano in fondo alla via arrivavano in macchina, le ruote delle loro piccole utilitarie di seconda mano alzavano polvere e smuovevano la sabbia ai bordi della strada. Tendevano a raggrupparsi, occupando entrambe le estremità della spiaggia. Le rocce, fino ad allora misteriose, venivano impiegate per usi domestici: i piani lisci erano convertiti in tavoli, le fessure in magazzini per mantenere fresche le bibite e riparare gli abiti dalla sabbia.

Quando i figli più grandi uscivano da scuola, raggiungevano le loro famiglie alla spiaggia. La sabbia veniva scavata e scolpita a forma di castelli, alfabeti giganti e buchi tanto profondi da raggiungere la Cina. I mormorii delle madri e dei neonati intontiti dal sole si dissolvevano sopraffatti dagli strilli acuti e competitivi dei ragazzi: i suoni di distensione che seguono l’uscita da scuola. Infine, madri e figli radunavano le loro cose e se ne andavano. C’erano cene da preparare per mariti che rincasavano, irrigatori da accendere, panni da ritirare dagli stendibiancheria rotanti posti sul retro della casa – i ghirlandati totem dei quartieri residenziali australiani. I bambini più grandi si attardavano, assecondando i propri propositi, difendendo la propria libertà, fino a quando le grida di ammonimento delle madri non s’innalzavano nel tramonto obbligandoli al rientro frettoloso.

La mia noia prosperò nel mezzo dell’abbondanza, abbondanza di persone. Ne avevo una persino dentro di me: ogni tanto scalciava per ricordarmi la sua presenza. Compagnia incorporata.

Ma non si deve pensare al bimbo in quel modo, o sì? Posi la questione al mio ginecologo.

«Si può?» Oddio, quel medico era così affascinante, soprattutto quando sorrideva.

Sorrise.

«Beh, no. È un modo insolito di porre la questione. Ritengo che la maggior parte delle donne non guardi oltre l’incontestabile, importante compito di far nascere il bambino. Il futuro è loro celato, come da una tenda».

«O da una tapparella», suggerii, pensando che la sua risposta fosse inadeguata alla mia domanda.

«Se preferisci». Un altro sorriso ma stavolta, lo potevi vedere, non con il cuore.

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