Intervista a Nicoletta Vallorani: la scrittura come atto di libertà

val(intervista di Rossella Monaco)

Buongiorno, Nicoletta, grazie di aver accettato la nostra intervista. La prima domanda è abbastanza generale: Cos’è per lei la scrittura?

Un atto di libertà. La definizione non è mia, ma mi rende del tutto fiera che ad applicarla al mio lavoro di scrittrice sia stato Luigi Bernardi, forse la persona da cui ho imparato di più sul mestiere di scrittore. E un amico alla cui assenza non riesco a rassegnarmi.

Poi: la scrittura è respiro. Un atto involontario e una magia, quando ti rendi conto del miracolo che essa comporta.

Quando inizia a scrivere un romanzo ha già in mente tutta la storia e i luoghi in cui intende ambientarla?

Non necessariamente la storia, ma di sicuro i personaggi principali. Posso cominciare a scrivere solo quando il personaggio esiste, quando ne sento la voce. Da lì in avanti, la sensazione è quella di essere il braccio di qualcun altro, che mi racconta e pretende quello stile e quel modo, e non consente sgarri. Questo determina anche l’ambientazione, che è inevitabilmente predittiva, e la storia, che finisce per seguire tappe ben definite. Io non decido quasi nulla. Piuttosto, imparo ad ascoltare la voce del personaggio.

Conosce già anche la fine?

No, mai. Quella non dipende da me. E siccome non dipende da me, quando arriva a “decidersi”, non posso cambiarla.

I suoi romanzi si caratterizzano per un’attenzione molto forte per il linguaggio e la sperimentazione stilistica. In generale c’è un’eterogeneità di stili e contenuti nei suoi lavori. Da cosa derivano questo interesse e questa propensione?

Il linguaggio è una pratica di significazione, perciò la scelta anche di una sola parola al posto di un’altra è un atto di attribuzione di senso, che non va mai sottovalutato. E ogni personaggio, proprio come ogni persona, ha la sua musica. Bisogna seguirla per essere convincenti. Non ho mai deciso di essere “sperimentale”. Forse, semplicemente, è successo che io lo diventassi a forza di seguire questo criterio.

Aggiungerei anche che:

  1. non si è trattato di una scelta; dal punto di vista del marketing, sarebbe stato molto meglio se avessi potuto “scegliere” lo stile che mi conveniva di più;
  2. Quel che lei definisce “sperimentazione stilistica” mi ha portata a essere percepita, soprattutto dagli editori, come una scrittrice “troppo letteraria” (che personalmente non so cosa significhi) e comunque difficile (una complessità che io vivo come un atto di stima nei confronti dei lettori). In sintesi, questo aspetto mi ha resa, parrebbe, meno vendibile. Ma non posso scegliere come scrivere, appunto.

Le va di descriverci una sua giornata-tipo mentre è alle prese con la scrittura di un romanzo?

Le regole di lavoro si son rimodellate, negli anni, nel senso che quando le mie figlie erano piccole, potevo scrivere solo in vacanza o di notte, e mi davo una disciplina molto rigida (tot ore di lavoro, e tot pagine scritte), per costruire il materiale che poi andava limato in fase di editing. Non buttavo molto di quel che avevo scritto, e scrivevo quasi sotto dettatura, ascoltando la voce dei personaggi.

Oggi le regole son diverse, perché ho più tempo, e sono diventata più esigente. Dunque diciamo così: la cosa che è rimasta è l’idea che vi debba essere una disciplina: se sto scrivendo un romanzo, mi impongo due ore al giorno almeno di scrittura (ma tenete conto che io ho un altro lavoro, dunque la scrittura è comunque tempo ricavato dentro una cornice di tempo altro). Quelle due ore devono esserci comunque, e non vi è nessuna deroga. Questo significa che scrivo nelle condizioni in cui mi trovo (in treno, in aereo, a casa o in spiaggia, non importa), e ho imparato una capacità di concentrazione assoluta. Altrimenti non riesco a sentire la voce del personaggio, e mi perdo. Non c’è molto più di questo, comunque.

Quando ha messo la parola “fine” a un romanzo, cosa fa?

Ascolto il silenzio, prima di brindare a me stessa.

Come il rapporto con i luoghi che vive e abita influenza la sua scrittura?

I luoghi sono colorati dalle persone, dunque non riesco a pensarli a prescindere da chi li respira. E le persone sono il senso e lo spunto di ogni cosa che scrivo.

Come riesce a bilanciare vita privata, sforzi promozionali e scrittura, una volta uscito il libro?

Non ci riesco. Non sono molto brava a promuovermi. E ho fatto una gran quantità di errori, compreso per esempio incaponirmi a intitolare un romanzo Le madri cattive, in un contesto come quello italiano, dove cioè la madre è la Madonna, e se non lo è, diventa un mostro innominabile.

Non esiste alternativa, comunque, tra promozione e vita privata. La vita privata e le persone che amo vengono comunque prima. Non si discute neanche.

Come vede il mondo dell’editoria oggi?

Un mondo mediamente privo di coraggio, telecomandato dal marketing, con alcune piccolissime eccezioni, spesso destinate a morire di anoressia. Ma forse sono un’inguaribile ottimista.

Scherzi a parte, se non cambia qualcosa di radicale, l’editoria sarà presto un’industria e basta. Dimentichiamoci le valenze culturali.

L’insegnamento all’Università influenza la sua attività di scrittura? Se sì, in che modo?

Certo che sì. Studio i grandi della letteratura e lavoro con persone che cambiano – gli studenti – e adoro entrare nel loro mondo. Insegnare è l’unica cosa che sono sicura di saper fare, e sono una che impara e che cambia. Tutto quello che sono finisce nella scrittura. Dunque, appunto, la risposta è sì, perché insegnare modella la persona che divento, insieme ad altri piccoli aspetti della vita.

Lei è rappresentata dall’Agenzia letteraria internazionale. Le va di raccontarci come è iniziato il rapporto con il suo agente?

Ho cambiato diverse agenzie, e mediamente son state loro a cercarmi. Anche per la ALI è successa la stessa cosa.

Quelli che mi han seguito ottenendo i risultati di pubblicazione migliori sono stati, senza ombra di dubbio, Daniela e Luigi Bernabò. Suppongo dipenda dal fatto che facevano un lavoro che ora non mi pare, sulla base della mia esperienza, si faccia più molto: un sofisticato editing a fronte di una prospettiva editoriale precisa (i.e. l’editore al quale si intendeva presentare il romanzo). Penso che ora il panorama editoriale sia molto diverso.

In che cosa le facilita la vita l’agenzia?

Essenzialmente, nel mio caso, l’agenzia è fondamentale soprattutto nella definizione del contratto e nella sollecitazione dei rendiconti.

Il suo ultimo romanzo L’ultimo segreto del fuoco è uscito nel 2013 per Salani. Come mai ha scelto di scrivere un fantasy?

In realtà l’idea del fantasy è stata del co-autore, Mauro Garofalo. Io gli sono andata appresso, perché c’era e c’è un rapporto di stima reciproca, e perché son curiosa e mi piace sperimentare. Lavorare insieme è stato molto interessante. E utile.

Sta scrivendo altro in questo momento? Le va di anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo, o, per meglio dire, sto continuando a disegnare la mia mappa della Milano futura, quella che era cominciata con Eva. Ho già finito Piccoli fuochi, che va in questa direzione ed è ora in cerca di una “casa” editoriale. E per la prima volta, praticamente appena finito quel romanzo, ne ho iniziato un altro (Scylla, per ora), stilisticamente molto diverso e cronologicamente lontano da quello di Eva e di Piccoli fuochi, ma appartenente allo stesso universo narrativo e alla medesima geografia. Non so … vediamo cosa ne salta fuori.

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Categorie:interviste

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