Isabella Marchiolo: “Vi racconto cosa è per me la scrittura”

Oggi è venuta a trovarci Isabella Marchiolo, scrittrice e giornalista, e ci ha raccontato i suoi esordi, la sua motivazione a scrivere e le sue preferenze letterarie. Ci ha raccontato della sua splendida terra, la Calabria, e di come la provenienza geografica influenzi la scrittura. Buona lettura!

marchiolo

Ho sempre amato la lettura e la scrittura. Da bambina amavo i temi, scrivevo poesie e un po’ per gioco fino all’adolescenza ho provato a scrivere di tutto, dall’irrinunciabile diario fino alla sceneggiatura di una fiction… Dopo il liceo classico ho fatto un percorso di studi che sembrava dovermi condurre da tutt’altra parte, scienze politiche, e da lì per strade traverse la scrittura è tornata quando un amico mi ha proposto di collaborare per un quotidiano locale. A proposito di passioni fanciullesche, nei miei anni verdissimi c’era stata anche quella, il giornalismo. Avevo inventato un giornalino per bambini interamente scritto e disegnato a mano – protagonista un omino stilizzato che insieme ai suoi amici pretendeva di far concorrenza a Topolino – con tanto di rubrica della posta, fumetti, pagina del bricolage e pubblicità di prodotti di pura fantasia! Lo realizzavo con puntualità(era un mensile) in pagine di quaderno e lo rilegavo con le spillette…
Fresca di laurea e vari impegni di doposcuola e guida turistica, ho iniziato a scrivere per il giornale che poi mi avrebbe portata a diventare giornalista professionista, mi avrebbe assunta come redattrice e fatto leggere la mia firma in testa a recensioni di libri e spettacoli, interviste a personaggi letterari e di cultura, inchieste a sfondo sociale… il giornale che, dopo 14 anni, da un anno ha interrotto la pubblicazione e di cui non so ancora per quanto tempo sarà dipendente. Lungo questi 14 anni mi sono accadute molte cose e nel 2008, ripensando a persone, sentimenti e luoghi che avevano attraversato la mia vita, ho scritto alcuni racconti che, senza mia precisa intenzione, si componevano da soli in un mosaico di esperienze emozionali fuori dal comune. Donne soprattutto, ma non solo, capaci di scelte di vita forti e indomite, personaggi spesso perdenti e solitari ma sempre in grado di guardare nelle pieghe dell’umanità, riconoscere miserie ed errori, accoglierli senza giudizi. 20070610-copertina_libroQuesti scritti divennero i racconti del mio primo libro, “Comuni immortali”, pubblicato dalla casa editrice pugliese Palomar dopo la solita trafila di invii del manoscritto a vari indirizzi. Loro risposero e il libro, per grafica e progetto editoriale, è ancora un piccolo gioiello… peccato che non si trovi più in catalogo, ogni tanto qualcuno mi chiede come averlo ma sono rimaste in “vita” solo le mie poche copie e da un po’ mi sta venendo in mente di ripubblicarlo…
Dopo ho continuato a scrivere. Avevo ormai capito quanto la scrittura giornalistica, con i suoi sacrosanti vincoli, mi stesse stretta. Ho scritto altri racconti e li ho pubblicati in rete (uno nell’antologia “Books and others sorrows” di BooksBrothers), ma ciò che volevo era una storia di respiro più ampio. Un romanzo. Ho scritto “Un giorno come lei” spinta da un’idea che allora mi ossessionava: cosa succede quando qualcuno che ami scompare – decide di scomparire? Cosa succede a chi resta? Come si continua a vivere ed amare? “Un giorno come lei” è stato edito da Abramo e fortemente sostenuto da Mauro Minervino… mi piace ricordare che un indimenticabile amico e un maestro di cinema come Andrea Frezza, che oggi non c’è più ma è sempre con me, amò questo romanzo e mi disse di esserne sempre orgogliosa. Ed è così, caro Andrea.
Quasi subito dopo quel libro ho iniziato a pensare a un personaggio di donna, una tipa che forse ho davvero conosciuto e mi stava pure piuttosto antipatica. La donna vera si è fusa con quella che prendeva forma nella mia immaginazione e, per certi versi, con alcuni aspetti di me stessa. Sarebbe diventata la Vienna di “Nome d’arte Goran” (Città del Sole edizioni), dove però protagonista è la periferia del Sud: un luogo dove chi fa l’artista ha vita dura, vede smantellarsi i propri sogni e spesso si arrende. Tutti i personaggi di questo romanzo vivono avventure tragicomiche seguendo aspirazioni che alla fine sono tutte disilluse… anche quelle di chi riesce a raggiungere il successo grazie a circostanze che hanno poco a che fare con il merito.

ONDE-8
Ho pubblicato anche libri di non fiction, due, ai quali tengo molto. “10 grandi donne dietro 10 grandi uomini” ha inaugurato la collana 10! di Laurana editore ed è un’antologia di ritratti di donne straordinarie e legate ad uomini altrettanto unici (cito solo Michelle Obama, Pilar Del Rio, Lee Harper e Anna De Grazia, moglie di Natale, ufficiale morto mentre indagava sulle navi dei veleni nei mari della Calabria). L’altro è “Ladymen – Una donna racconta le trans”, dove si parla delle vite di persone transessuali che hanno accettato di dividere con me le loro sofferenze e i loro traguardi. Infine, non posso omettere un “piccolo” libro, che resta, di fatto, il mio vero esordio, la primissima volta in cui ho visto il mio nome stampato sulla copertina di un libro. Prima di “Comuni immortali”, c’era stato quello che considero il mio contributo alla promozione culturale della mia terra – settore che, ahime’, è da anni in agonia e ormai prossimo alla fine. Si tratta di un glossario di autori, registi, attori e tecnici del cinema calabrese. Un esperimento-censimento mai fatto prima in Calabria: io e l’editore di Ariel, Nuccio De Benedetto, l’avevamo intitolato “Schermi dell’Utopia”. Non abbiamo mai trovato fondi per aggiornarlo e pubblicare le successive edizioni per inserire i tanti nuovi artisti che ancora provano a fare cinema da queste parti.
I luoghi sono il cardine della mia scrittura. In tutto ciò che ho scritto, e in quello che scrivo ancora, c’è la Calabria, ci sono i colori e i paesaggi naturali e urbani del Sud, e c’è soprattutto la sensazione, sospesa e precaria, del vivere in periferia. Sono nata e cresciuta a Reggio Calabria, poi con il giornale mi sono spostata in Basilicata, poi di nuovo in Calabria, a Cosenza, dove vivo adesso con la mia famiglia. Sono stata per anni con le valigie nell’ingresso, eppure sempre emigrante dentro confini netti, da un Sud all’altro. Ancora oggi, con due figli che anche piccoli sentono già forte l’appartenenza al loro luogo, non mi sento sicura di essermi fermata.

Un fatto comune a molti della mia generazione in questi anni di crisi, ma nel mio caso c’è qualcosa di diverso. Continuo a sentirmi estranea a tutti i luoghi, perdo pezzi di memoria nella mia città natale (pezzi che un tempo credevo scolpiti nella pietra del mio passato) e non riesco a provare la stessa affezione per i ricordi che sto costruendomi oggi – ricordi carissimi che ovviamente ci sono e si stanno accumulando. Mi sono convinta che questo straniamento sia non tanto dell’emigrante, ma di chi, come me, abbia sempre vissuto e lottato da una prospettiva di periferia, di marginalità. A Sud come a Nord. Siamo gente fiera, gente che si adatta ma non si tradisce, che alla fine, se resta come sono rimasta io, deve arrendersi a rinunciare a tante possibilità di futuro, ma in cambio acquista il grande dono di guardare dentro cose che per gli altri sono invisibili. E può raccontarle, queste cose. Quasi tutti gli scrittori calabresi che scrivono della Calabria sono partiti: della periferia conoscono quello che c’era quando vivevano qui, non sanno cosa sia un margine di mondo nell’epoca della Rete, tanto per fare un esempio. Ecco, essere rimasta in un posto da cui per tutta la vita si è sperato di scappare. Volere di meglio per i figli ma, in fondo al cuore, non avere più tanta voglia né la forza necessaria per ricominciare altrove. Più di tutto credo che sia questo ad entrare indelebilmente nella mia scrittura.

Le chiediamo di raccontarci del suo blog, sparladeipescicani
nome_darte_goran__marchiolo_cop_okIl blog sparladeipescicani è nato come uno spazio libero dove radunare i miei scritti, le idee, i pensieri che sento di voler esprimere. Certamente l’ho creato anche per motivi di lavoro, per raccogliere le recensioni dei miei libri, dare altra diffusione agli articoli che ho pubblicato come giornalista e che ritenevo meritevoli di grande risonanza, farmi trovare da chi volesse cercarmi. Ma soprattutto, a far nascere il blog è stato il mio bisogno di avere una pagina bianca per dire la mia su fatti di attualità, vicende che mi hanno toccata, cambiamenti che caratterizzano ogni giorno la mia vita di donna, di madre, di persona. Scrivo molto di argomenti legati al mondo delle donne e alla famiglia, ma alcuni post sono focalizzati su riflessioni dedicate alla letteratura, al mondo dell’editoria, a tanti dubbi e piccole conquiste che riscontro durante la scrittura. Tramite il blog invito chi lo visita ad accedere anche ai miei account di Twitter e Instagram, che ho attivato da poco più di un anno e mi appassionano molto. Resto un’amante irriducibile delle parole, una a cui la pagina sta sempre stretta, ma nonostante ciò trovo molto intrigante la possibilità che ha un tweet, con la sua risicata barriera di caratteri fissi, di comunicare un sentimento o anche dare un “assaggio” di qualcosa che si sta scrivendo (un esempio sono i bellissimi tweet letterari di Michel Houellebecq). La stessa cosa vale per le foto di Instagram.

E come si rapporta con la realtà che la circonda…
Il contesto sociale che osservo attorno a me è alla base di tutti i libri che ho scritto. Nel caso dei lavori non narrativi questo è ancor più vero, sebbene io non ami il tipo di scrittura tipica dei saggi o delle inchieste giornalistiche. Leggo molti libri di non fiction e che indagano l’attualità, ma sono tutti caratterizzati da un tipo di scrittura e da una struttura trasversali, dove l’autore si mette molto in gioco, fa rimandi alle proprie esperienze, sconfina nella narrativa, insomma avvicina i fatti al lettore abbattendo quel formalismo e quella neutralità che sono propri del giornalismo. Quando mi capita di leggere saggi “classici” invece, mi annoio subito e abbandono il libro… Ecco perché, anche per i miei libri non narrativi, ho analizzato i temi che mi premevano offrendo notizie, storie e approfondimenti ma con un tono introspettivo: per me l’attualità, la conoscenza del mondo e dei fatti, coverè una partecipazione personale e collettiva, dove tutti – sia chi informa e sia chi è informato – sono ugualmente coinvolti e danno il loro contributo a capire realmente cosa succede, come cambia la società, come si possono migliorare gli aspetti che non vanno bene e fare tesoro dei progressi. E anche la narrativa, secondo il mio parere, non può prescindere dall’attualità o comunque da un contesto sociale preciso e documentato nel quale si sviluppano i fatti narrati. Se il suo è un romanzo storico, lo scrittore deve calare il lettore nel tempo che racconta; se la storia si svolge oggi vale la stessa cosa. Chiaramente ognuno lo fa con la propria impronta: un romanzo può essere dettagliatissimo di dati, date e riferimenti, oppure l’ambientazione può essere vaga, sospesa e far capire lo stesso benissimo di cosa stiamo parlando. Philiph K. Dick ha scritto bellissimi romanzi di fantascienza e distopici inventando mondi paralleli ma riuscendo a dare l’idea esatta della crisi della società americana dei suoi anni (anche ai lettori non americani!); la “Trilogia della città di K.” di Agota Kristof è assolutamente indefinita in quanto a contesto temporale e fisico, ma leggendo siamo proprio lì, nella disperata epoca in cui la scrittrice ha voluto portarci.

La femminilità è un attributo che si sente forte nei suoi scritti…
Appartengo a un “genere” che, oltre la neutralità delle definizioni, è l’involucro di una categoria svantaggiata. Nel caso specifico di handicap ne ho due: femmina e meridionale. Sto ancora elaborando la scoperta che non sarò mai “persona” ma per sempre donna, elemento numerico di uno status minoritario, che per rivendicare diritti fondamentali continuerà ad aver bisogno della cintura di sicurezza di una fascia protetta. Mi dicono che ho comportamenti marcatamente femminili e che la mia scrittura è femminile (anche quando ho scritto romanzi con protagonisti uomini, poi esautorati e soggiogati dalla potenza delle comprimarie donne). Leggo anche molti romanzi scritti da donne e incentrati su temi ritenuti di interesse femminile, come la maternità, l’amore, la famiglia. Ma sono davvero argomenti di cui gli scrittori uomini non si occupano? La letteratura ci insegna che non è così. A cambiare, tra uomini e donne, è piuttosto il punto di vista. Che ci piaccia o no (e senza banalizzare) siamo diversi, e la pensiamo in modo diverso su certi aspetti della vita, che poi sono proprio quelli dove maschi e femmine devono coesistere per permettere al mondo di continuare a girare. Pensarla in modo diverso, però, non significa che il modo sia sempre quello. Cioè: le donne hanno tutte lo stesso istinto materno; nelle relazioni gli uomini sono comandati dagli impulsi sessuali; qualcuno tradisce più di qualcun altro; al Sud le famiglie restano unite fino alla morte, e così via… Scrivere rinnovando questi cliché è menzognero, forse è persino un esercizio inutile, e di certo non è letteratura. Le donne dei miei romanzi sono tutte nate da un’ispirazione della mia esperienza o da somiglianze con persone che ho conosciuto nella vita, ma poi hanno preso la loro strada cambiando radicalmente quello che inizialmente pensavo di loro. Quasi sempre questa strada è stata provocatoria, contraddittoria, arrabbiata, volta verso un’impossibile ma mai rassegnata ricerca di identità e libertà.
Credo che una certa differenziazione tra romanzi scritti da donne e da uomini permanga. Ma non è una questione di temi trattati o di personaggi femminili o maschili. Le donne, per storia e cultura, hanno una collocazione diversa nella società rispetto agli uomini, e questo non può non riverberare nel modo in cui hanno imparato a stare a galla nel mondo, e dunque anche nel modo in cui raccontano di tutto questo. Il resto è irrilevante: la scrittura di una donna può essere fredda e cinica, quella di un uomo sentimentale. Credo che il massimo traguardo nella scrittura sia riuscire a non far capire al lettore se l’uomo o la donna che parlano in un romanzo siano opera di un autore maschio o di un’autrice femmina! Da donna penso che una ladymen-una-donna-racconta-le-trans-di-isabel-L-1scrittrice non dovrebbe mai censurarsi (neanche uno scrittore, ma per le donne le sollecitazioni in tale senso sono molte di più…) e scrivere liberamente e senza condizionamenti. Anche quando si scrive di grandi tabù di genere, come il sesso e la maternità. Forse ci si può riuscire solo facendoci guidare dai personaggi che prendono forma dentro le parole, e sono, loro, davvero creature libere.

Parlando di identità, le chiediamo quindi che relazione ha la sua provenienza geografica con il suo lavoro da scrittrice…
Nei miei romanzi il Sud è un’ambientazione forte e incancellabile. Sono sempre vissuta qui, è ciò che conosco e posso raccontare: questa è la prima osservazione che probabilmente viene da fare a me per prima, e credo anche a chi mi legge. Ma si tratta di un Sud volutamente caratterizzato da indeterminatezza geografica. Una direzione che ho preso, sin dai racconti di “Comuni immortali”, per rappresentare un’idea onnicomprensiva di Sud che – per come la vedo io – ingloba la dimensione esistenziale dei luoghi. Per me è il lato sentimentale del Mezzogiorno, quella cosmogonia di umanità, iconografie, simboli e anche luoghi comuni che caratterizzano la vita alle latitudini dell’emisfero meridionale. Di tutto questo fa parte, in una misura quasi totalitaria, la forma vaga e indefinibile della periferia – intesa come situazione remota e antitetica al centro – che in modo naturale, per ogni opera narrativa che ho scritto, diventa funzionale alla storia. Il Sud, che lascio intuire al lettore attraverso espressioni idiomatiche, o geografie di facile identificazione e allusioni a fatti di cronaca, riti antichi e contemporanee contraddizioni proprie di queste latitudini, è per me una metafora della condizione umana. Mi piace pensare che chi è calabrese, lucano, pugliese, riconosca qualcosa di familiare, ma che anche chi vive a Nord di Roma, leggendo, pensi: “In questa illusione, in questa rabbia, ci sono io”. Credo che raccontando il Sud e in particolare il Sud della periferia – che può anche essere un luogo metropolitano, come la mia Reggio Calabria, ma ugualmente distante dal “nucleo” del paese e degli eventi – si possa dire qualcosa che riguarda tutti noi. Questo orizzonte consunto e accartocciato, questi giorni con il respiro corto che per paura si ritraggono nel passato, sono l’irrinunciabile somma matematica dei dolori e delle gioie che hanno fatto di tanti di noi quello che siamo. E questa è forse la storia che ho voluto raccontare fin dall’inizio e che continuerà a trafiggere – in forme differenti, con la maturità e la consapevolezza del dolore esatto dei luoghi – ogni altra cosa che scriverò.

Che rapporto ha con le parole?

Le parole per me sono importantissime. Amo la lingua italiana, la trovo musicale, ricca di sfumature e soprattutto … generosa di vocaboli. Per questo nella mia scrittura tento di evitare le ripetizioni: ho tante parole a disposizione e non mi faccio scrupolo di usarle. D’altra parte ci sono parole che, da sole, si affermano nello scorrere di una storia. Possono essere parole usate nel linguaggio di un particolare personaggio, o parole legate a un luogo. Se mi accorgo che queste parole ricorrono le rispetto, le lascio lì anche se sono meno foneticamente “belle” o se le ho già usate spesso. In generale, punto sempre all’equilibro tra una lingua raffinata (non mi piacciono i libri scritti con linguaggio troppo “basso”, a meno che non lo richieda la storia) ma che sia al contempo credibile. Un libro, una storia, devono parlare al lettore, farsi riconoscere e amare da esso. Un linguaggio eccessivamente curato e senza altri pregi che la propria bellezza è come una scatola vuota, non fa nascere nulla nella mente e nel cuore. Io invece voglio suscitare reazioni, non importa che siano piacevoli. Anche la rabbia, il disagio sono veicoli di contatto. Alcuni degli autori che più amo – cito per tutti Houellebecq – la prima volta che li ho letti mi hanno fatto stare male..

Quando le chiediamo infine quale consiglio si sente di dare a chi ha appena iniziato a scrivere, risponde…

L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di scrivere, e di non smettere di leggere mentre si scrive. Scrivere quando la storia in testa “scorre” è più facile, ma mi sento di dire che bisogna continuare a farlo anche se ci si blocca. La scrittura è un lavoro e ha bisogno di disciplina, di routine, di abitudine. E’ fondamentale arrivare fino in fondo, ognuno con i propri tempi, anche se il risultato non è subito quello voluto. Migliorare quanto fatto avverrà in un momento successivo. Dalla mia esperienza, sconsiglio di scrivere come terapia, o sull’onda di un sentimento che si vuole guarire attraverso la parola. Può venirne fuori un bel romanzo, ma accade di rado. Che si scriva di fatti vissuti o di vicende inventate, credo sia importante mantenere un certo distacco dalla storia, riconoscerle autonomia, affidarsi ad essa. Lasciarla persino, se ce lo chiede. Di solito, se è la storia giusta, quando è il momento di scriverla, ritorna sempre a cercarci.

E lei cosa legge?

Sono una lettrice onnivora. Per motivi di lavoro tento di leggere molte novità, di autori famosi e di esordienti, ma mi sento libera di scegliere. Se un libro ben pubblicizzato non mi attrae non lo leggo e di solito i grandi best seller mi attraggono di rado. Sono una delle poche giornaliste e scrittrici a non aver letto una riga della saga delle “Sfumature di grigio”, di Camilleri ho letto tutto tranne Montalbano, mi piacciono però le macabre magie di Harry Potter e gli incubi di Stephen King. A proposito di best seller, mi è piaciuto il “Caso Harry Quebert”, in generale diffido degli autori i cui editori, per convincerti a leggerli, fanno paragoni con libri e scrittori celebri, tipo “…il nuovo Harry Quebert”. Ammetto che rispetto al passato sono diventata meno purista. Ho trovato piacevoli molti libri “leggeri”, dalla chick lit ai romanzi ben costruiti e ricchi di colpi di scena come quelli di Lisa Scottoline e Jodi Picoult, anche se so già che verrò delusa dal finale, dove in modo fasullo tutti i nodi vengono diligentemente al pettine. Una volta per me era importante la parola, la lingua, oggi do qualche chance in più all’idea. Resta un cardine che la storia mi attragga: se poi è ben scritta sono pienamente soddisfatta, altrimenti non boccio più senza appello come facevo prima. Ad esempio, ho trovato un gran libro “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn. Non è letteratura, lo so, ma quei personaggi… sono straordinari!
Al di fuori del lavoro, devo confessare una predilezione per la letteratura straniera, tanto da comprare, se conosco la lingua, l’edizione originale senza attendere l’uscita italiana – cosa che faccio, soprattutto, quando purtroppo una traduzione italiana di bei libri non è all’orizzonte… Tra i “miei” scrittori ci sono Jonathan Coe, Ian McEwan, Joyce Carol Oates, Laura Kasischke, Sue Miller. Molti americani, Carver in cima. Per atmosfere e temi amo gli autori iberici, primi tra tutti Saramago e Javier Marias, e sudamericani come Alan Pauls, e la stessa attrazione la esercita su di me l’Oriente (adoro Murakami). Se devo citare un italiano devo pensarci su… mi piacciono Elena Ferrante e Francesco Permunian, poi un libro molto bello che ho letto lo scorso anno è “Breve trattato sulle coincidenze” di Domenico Dara (Nutrimenti).
Come dicevo, a condurmi verso un libro è la storia… e spesso si tratta di storie che non ci sono. Trame appena accennate, libri con il finale aperto, frammenti di umanità lasciati ai lettori. Se un libro si presenta così, mi incuriosisce e lo leggo. In questo momento sono alle prese con due letture parallele: sto leggendo il ponderoso “IT” di Stephen King in lingua originale (non l’avevo mai letto, l’ho trovato su Amazon e per sbaglio me l’hanno mandato in americano; me lo sono tenuto ed eccomi alle prese con 1079 pagine di efferatezze che fanno paura anche in un’altra lingua …); e “La fine dell’amore” di Marcos Giralt Torrente, edita da Elliott.

Annunci


Categorie:interviste

Tag:, , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: