Intervista a Edoardo Brugnatelli: l’editor come un cane da tartufo

edoardobrugnatelli(intervista di Rossella Monaco)

Iniziamo dal principio. Sono sicura che i lettori sono curiosi di sapere se già da ragazzo sperava di lavorare con i libri e le storie oppure è qualcosa che è nato successivamente?

Da ragazzino sono stato un lettore avidissimo e anarchico (Tarzan, Sara Crewe Reginella prigioniera, l’enciclopedia Vita Meravigliosa, etc etc etc) , ma arrivato al liceo ho smesso di botto e per cinque anni non ho aperto un libro. Quando cominciai l’università nemmeno immaginavo che esistesse il lavoro dell’editor. Sognavo Foucault e poststrutturalismi vari. All’università conobbi un professore – Gian Arturo Ferrari – molto tosto e carismatico che seppe trasmettere a me e a molti altri una passione per i libri che andava oltre i piani di studio e gli esami. Quando mi laureai mi chiamò a lavorare in Mondadori come redattore. Come spesso avviene a noi umani, il caso ha guidato anche il mio destino: da ragazzo sognavo di diventare Neil Young, dovevo solo perdere 30 kg, imparare a suonare bene la chitarra acustica e avere una certa qual creatività e sarei diventato come lui. La malinconia e le camicione a scacchi da boscaiolo quelle le avevo già.

È stato editor e ideatore della collana Strade Blu di Mondadori. Come nacque l’idea e qual era la caratteristica che secondo lei più caratterizzava i libri che ne facevano parte?

Strade Blu nacque all’interno della Mondadori che era ed è un organismo pluricellulare assai complesso. Per questo bisogna sottolineare che la paternità e la maternità di Strade Blu sono da ascrivere a molte persone. Ai tempi ricordo quanto fu prezioso per me il fatto di lavorare al fianco di Massimo Turchetta, che allora dirigeva gli Oscar. Negli Oscar esisteva una collana che si chiamva PBO (Piccola Biblioteca Oscar) che era un po’ come una versione ridotta di quella che sarebbe diventata Strade Blu. L’altra influenza in quegli anni fu la nascita e l’impetuoso successo di una collana come Stile Libero di Einaudi. La caratteristica dei libri dei libri di Strade Blu era che mi piacevano un sacco: erano dark, visionari, geniali (almeno ai miei occhi), davvero erano fuori dagli schemi. Il nome della collana non era casuale: il libro Strade Blu di William Least Heat Moon era un on the road nel quale l’autore girava gli USA sulle Blue Highways, le strade secondarie, le meno battute, quelle fuori dai percorsi canonici.

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Qual è la cosa più difficile per un editor nella selezione dei testi?

È difficilissimo tener sotto controllo la propria personale ossessione per certi libri. Per essere buoni editor diceva giustamente (anche se con intenti non esattamente onorifici Ferrari) “non bisogna essere intelligenti”. Un buon editor è come un cane da tartufo col naso sintonizzato su determinati odori. Quando li sente nell’aria scava furiosamente col grugno e tira fuori quello che c’è sotto terra. Ora, il problema è che questa forte identificazione coi testi che hai da lettore deve essere sempre temperata dalla coscienza che il libro non lo pubblichi per te ma per dei lettori che dovrebbero esserci “là fuori”. Quindi mentre scavi freneticamente col grugno nel terriccio devi porti la domanda “Questo succulento tubero potrebbe piacere anche a qualcun altro o me lo pappo da solo seduta stante e morta lì?”

Un consiglio agli scrittori che inviano i loro lavori alle case editrici?

Non inviateli alle case editrici. Rivolgetevi a degli agenti letterari. Ci penseranno loro nel caso ad inviarli alle case editrici.

Il suo lavoro, grazie alla rete o per colpa di essa, si è modificato negli anni e oggi il lettore sembra avere, almeno in quanto a libertà di parola e diffusione, più voce in capitolo rispetto al passato. Come e in quanta parte ciò può influenzare chi sceglie i titoli da pubblicare?

Il web è una ricchezza immane ed offre a noi editoriali spesso e volentieri l’occasione di sentire per davvero cosa pensano i lettori “là fuori” dei nostri tuberi. Ciò detto – almeno per me – non cambia granché: il web dà una voce alla moltitudine di opinioni e di pareri che già albergavano nella testa di milioni di persone ante-Web. Rimango dell’idea che la forza di un editor stia nel farsi guidare dalle sue passioni e non nel cercare – come spesso si fa, per giunta con risultati parecchio deludenti – di seguire presunte “tendenze”. Anche perché va sempre ricordato che i pareri che leggi sul web sono pur sempre quelli di quell’esigua minoranza di lettori che han voglia di esprimersi. La maggioranza dei lettori resta abbastanza “last century” da limitarsi a leggere e stop. Quindi a seguire i pareri che trovi sul web corri il rischio di seguire solo la voce di una minoranza, appassionata, attiva ma pur sempre minoranza.

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Quando uno scrittore dovrebbe ricorrere, a suo parere, al self-publishing?

Quando nessuno lo pubblica. Con tutto l’affetto che posso nutrire per il mondo del self-publishing resta pur sempre vero che esso costituisce un “second best”. E il best resta essere pubblicati da una casa editrice, che significa essere affiancati nella pubblicazione da una molteplicità di professionisti (correttori di bozze, redattori, editors, grafici, markettari, art-directors etc etc etc ).

Dall’esplosione delle occasioni di scrittura innescata dalla rete e dai social e dalla crescita del self-publishing nel nostro Paese è nata l’avventura di scrivo.me. Lo scopo principale era mettere a disposizione dei self-publisher teorie e tecniche per presentare al meglio i propri lavori, elevare dunque la qualità dei libri autoprodotti, ma il portale è diventato molto di più. Quale potrebbe essere il suo ruolo oggi?

Oggi il suo ruolo resta quello originario: dare un contributo di know-how e di skills professionali a chiunque abbia l’intenzione di imbarcarsi nell’avventura di autopubblicarsi.

Su scrivo.me i lettori commentano e condividono e possono anche partecipare, se reputate abbiano qualcosa di interessante da proporre; rimane comunque un certo “controllo” da parte della redazione. Ciò avviene perché ci tenete a preservare una certa qualità dei contenuti, pur arrivando a molti, è esatto? Paragonando l’intento ad altre iniziative editoriali del presente e del passato, chi o cosa citerebbe?

Lo spirito guida di Scrivo.me è l’idea che il self publishing deve uscire dalla fase infantile nella quale ci si culla nell’illusione che scrivere sia una sorta di talento naturale che basterebbe a sé stesso per produrre libri accettabili. Scrivere è una professione, è una forma di artigianato assai complessa e seria e richiede esercizio, professionalità e dedizione. Quel minimo di controllo da parte nostra serve a sottolineare quell’aspetto.
Mi riesce diffcile paragonare l’intento della nostra iniziativa con altre. Non perché penso che siamo troppo avanti, ma perché sono parecchio ignorante, lo confesso.

scrivo-me

Con l’acquisizione di aNobii da parte di Mondadori, l’anno scorso, si occupa anche del social network dedicato alla lettura. In che modo è diverso oggi rispetto al passato? E quali sono le prospettive per il futuro?

Per me le prospettive sono esaltanti. Il web di solito viene visto come un’arma di distrazione di massa, un nemico giurato di quella lettura immersiva che costituirebbe l’alfa e l’omega della lettura “vera”. In realtà il web e un social network verticale come Anobii dedicato alla community dei lettori possono diventare degli hub ineludibili per chiunque oggi voglia vivere appieno l’avventura di leggere: posso vedere chi sta leggendo il mio stesso libro in quel momento e comunicare con lui, posso arricchire costantemente la mia lettura linkandomi, posso condividere opinioni, impressioni con altri, posso creare minicomunità di lettura online e offline etc etc

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Cosa sta leggendo ora?

Gasp. Sono un lettore casinista, e a volte la passione per la lettura crea in me degli ingorghi degni di lavandini d’altri tempi. Attualmente mi dedico soprattutto alla saggistica per un progetto che ho vagamente in testa: sto leggendo

  • – Lynn Isbell The fruit, the tree, and the serpent: Why we see so well
  • – Colin Tudge The Tree: A Natural History of What Trees Are, How They Live, and Why They Matter
  • – Tim Birkhead Lives of Birds : A Modern History of Ornithology
  • – Thomas Seleley Honeybee Democracy
  • – Dan Jurafsky The Language of Food: A Linguist Reads the Menu
  • – Alberto Cairo The Functional Art: An Introduction to Information Graphics and Visualization
  • – Edward Tufte Beautiful Evidence (un libro stupendo su uno dei saperi del presente e del futuro: l’infografica)

Su consiglio di mia figlia Anna sto leggendo Patrick Ness. Ho appena finito La fuga e ho appena iniziato Sette minuti dopo la mezzanotte.

Quando posso leggo qualunque cosa io abbia sottomano di David Sedaris.

Ci descrive il mondo editoriale in cinque parole?

Professionale, complicato, magico, tragico, affascinante.

Due notazioni personali:

  • 1) il tartufo è un tubero? Appartiene alla famiglia delle Tuberaceae ma è un fungo cosiddetto ipogeo
  • 2) Ho usato i seguenti termini inglesi: dark, web, last century, second best, art director, know-how, skills, hub, community. Ciò fa di me un bullshitter, sappiatelo.
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