Intervista a Bobette Buster: la scrittura tra gli Stati Uniti e l’Italia

looking_down_400x400 (intervista di Ilenia Provenzi)

Tutti sappiamo raccontare una storia, ma come si diventa grandi narratori? Bobette Buster, consulente, insegnante e sceneggiatrice con una lunga esperienza maturata a Hollywood e in giro per il mondo, ha cercato di spiegare i principi dello storytelling in un libro, Do Story, che sarà pubblicato anche in Italia con il titolo Adesso Racconta. Da molti anni Bobette Buster tiene nel nostro paese un seminario estivo di sviluppo di progetti per il cinema, organizzato dall’Università Cattolica di Milano.

Innanzitutto, Bobette, parlaci brevemente della tua esperienza. Quando hai cominciato a occuparti di storie?

Sono cresciuta in una cittadina del Kentucky, nel centro degli Stati Uniti, dove la mia famiglia si era trasferita all’inizio della Rivoluzione (1792). È una zona remota, ai piedi dei monti Appalachi, e la narrazione era la principale forma di intrattenimento. Quando si faceva visita a qualcuno, si aspettava con ansia di ascoltare una storia davanti a un caffè e a una fetta di torta. Così, sono cresciuta “sulle ginocchia” di grandi narratori – mio padre, i miei nonni, i miei amici ­– ma solo quando mi sono trasferita a Hollywood, che era il mio sogno, mi sono resa conto di quanto avessi imparato da loro. In California ho scoperto che tutto ruota intorno a come viene raccontata una storia, e ho capito di potere offrire il mio talento e le mie capacità a Hollywood e agli studenti di tutto il mondo.

Tu insegni in tanti paesi, invitata dalle migliori scuole di cinema e scrittura, dai festival, dalle università. Noti delle differenze importanti tra gli studenti americani ed europei?

Ho notato che tutti gli esseri umani sono, per natura, dei narratori. Tutti noi sappiamo riconoscere una storia ben raccontata. La nostra civiltà evolve attraverso le storie, che permettono di comprendere la realtà e gli altri, e di opporsi al caos e all’ignoranza. Confrontando i vari paesi in cui sono stata, la differenza più evidente è che negli Stati Uniti le storie sono basate sul mito del “cowboy solitario”, per così dire, sull’idea che tutti possono realizzare il sogno americano – basta provarci. La capacità di cambiare è innata nella cultura americana. In Europa, invece, le storie sono più ciniche e caute nei confronti del cambiamento, forse perché gli europei hanno una storia lunga alle spalle, che comprende momenti di crisi, guerre e tragedie. Inoltre, gli europei devono fare i conti con i grandi narratori del passato. Ma ogni generazione deve aprire gli occhi sulla storia che sta vivendo: il compito del narratore, infatti, è quello di mostrare come ciascuno di noi può vivere al meglio la propria vita.

Manca, credo, il coraggio di osare, di affrontare un tema caldo della nostra epoca, di provare a cogliere lo “spirito del tempo”. Gli europei credono che i film americani, per esempio, abbiano successo grazie al budget stellare. Ma in realtà prodotti come Il discorso del re, 12 anni schiavo e Argo avevano un budget medio-basso. Non avevano neppure un cast famoso. Ma hanno vinto l’Oscar come miglior film, perché hanno osato raccontare storie in grado di svelare il “segreto imbarazzante” che ha paralizzato per un certo periodo la nazione.

bobette-Buster-copiaIn particolare, raccontaci cosa noti quando lavori con gli studenti italiani.

Mi piace venire in Italia, dove tengo corsi da dieci anni. Vedo una grande passione negli studenti italiani, un genuino desiderio di imparare a raccontare le loro storie. Molti vogliono affrontare temi seri, come l’immigrazione, la corruzione, la disillusione nei confronti del materialismo, in tanti modi interessanti e usando mezzi diversi. Vogliono che le loro storie attraversino i confini e diventino globali.

Quali sono gli errori più comuni commessi dagli scrittori alle prime armi?  

Volere dire troppe cose, oltre a non apprendere la disciplina e l’arte della narrazione.

Nel libro si descrivono i dieci principi della narrazione, utili a chiunque voglia raccontare una storia. Qual è la regola che gli studenti faticano maggiormente ad applicare?

A un certo punto tutte le regole diventano naturali, ma se dovessi sceglierne una, che molti studenti considerano ostica, è la necessità di essere “precisi” quando si racconta una storia. Scegliere un dettaglio illuminante, qualcosa di ordinario che diventa straordinario – un evento, un oggetto, una battuta ­– è fondamentale e non è difficile. Serve a connettere il pubblico, e può davvero fare la differenza.

Spesso si dice che il talento è innato e che la struttura è una “gabbia”. Perché una storia funzioni, invece, bisogna combinare tecnica e talento. Credi che le scuole di scrittura siano indispensabili per chiunque voglia fare seriamente questo mestiere?

Che la struttura sia una gabbia è la menzogna del secolo. La scrittura dovrebbe essere considerata come il football, con regole che tutti nel mondo possono seguire. Ma la domanda che rivolgo sempre ai miei studenti è la seguente: preferireste guardare i bambini che giocano a football o una partita dei Mondiali? Imparare a gestire la struttura con maestria può aiutare lo scrittore – e il pubblico – a immergersi nella storia. Tutte le grandi storie implicano una struttura.

Oggi si nota un appiattimento generale nel panorama narrativo. Si tendono a imitare le storie che hanno avuto successo, senza sforzarsi di cercare la propria strada. Ha senso inserirsi in un genere che funziona solo per vendere, o è meglio insistere e scrivere le storie in cui si crede davvero?

È vero, molte storie imitano altre storie. Così diventano noiose e ripetitive. Il problema è che chi gestisce i soldi (i produttori e gli editori) vuole “andare sul sicuro”. Hanno paura di investire in qualcosa di nuovo. Eppure, in realtà il pubblico preferisce una storia nuova e diversa, e i grandi scrittori si sforzano di cercarla.

Per concludere, ti chiedo un consiglio per chi vuole raccontare la sua storia, ma non sembra venire ascoltato. Cosa diresti a questo scrittore sul punto di arrendersi?

Da un punto di vista narrativo, viviamo in un’età aurea. Le opportunità per raccontare una storia sono illimitate, si possono sfruttare innumerevoli piattaforme – cinema, tv, internet, blog, e così via. Alla fine, tutto ciò che avete è una storia. La gente vuole ascoltarla, perciò non arrendetevi. Invece sforzatevi di perfezionarvi, di diventare i migliori narratori possibili – e i migliori narratori sono concisi, eleganti nei dettagli e interessati a ciò che accade oggi nel mondo. Chiedetevi: cos’è che la gente vuole sentir dire ad alta voce ma che ha paura di dire in prima persona? Ecco la storia di cui il mondo ha bisogno. E solo voi potete raccontarla.

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Categorie:interviste

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2 replies

  1. Intervista interessante. Ho letto Story di McKee, i manuali sono utili perché impostano certe regole. E le regole, a mio parere, sono quelle gabbie che fanno poi esplodere il talento!

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