“Non prendo appunti. Se un’idea è buona deve resistere al tempo”: intervista a Paolo Zardi

di Sara Meddi (Intervista apparsa il 26 gennaio 2015 su Pagina Successiva Facebook)

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Paolo Zardi, classe 1970, esordisce nel 2008. Si prende tutto il tempo necessario ma da allora ha
pubblicato un romanzo, due raccolte di racconti, entrambe bellissime (Antropometria e Il giorno che
diventammo umani) uscite per Neo Edizioni, e diversi racconti su varie antologie. Il suo ultimo libro, Il
signor Bovary (un racconto lungo disponibile in e-book per Intermezzi Editore), racconta dal punto di
vista maschile i conflitti tra soldi, noia, fedeltà e rovina (quelli, per intenderci, che tanti problemi avevano
creato alla più famosa signora Bovary).
Zardi è uno scrittore di vero talento ma non un intellettuale da salotto, preferisce che siano le sue storie a
parlare per lui. È ingegnere, crea sui tavolini degli Eurostar con una scrittura chirurgica, che opera sulle
persone e ne mette a nudo pensieri e corpi. Ci vediamo su Skype una mattina di gennaio, con il tempo
comodo delle vacanze, e dopo un po’ di imbarazzo riusciamo a parlare della sua officina da scrittore.

Partiamo dal principio. In che ambiente sei cresciuto? C’erano dei libri e come hai iniziato a
leggere?
Mia madre è una maestra, mio padre è un ricercatore di fisica nucleare, quindi era un ambiente stimolante.
A casa mia c’erano veramente tanti libri, e io andavo a curiosare, a prendere quello che mi sembrava
interessante da queste librerie. Mio padre inoltre mi consigliava diversi libri, sempre per ragazzi un po’più grandi di quello che ero in realtà. Ho letto cosa da grandi già da piccolino. Mi sono iscritto al liceo
classico, ma intorno ai sedici anni ho avuto una totale repulsione per il mondo della letteratura, tant’è che
a diciannove anni mi sono iscritto a ingegneria e ho scelto quel tipo di strada. La scrittura è arrivata molti
anni dopo.

La tua professione di ingegnere ha influito, poi, su come scrivi?
Eh, questo non lo so. È una cosa che mi sono chiesto anch’io. Non so cosa venga prima, io ho fatto
ingegneria non per caso, c’era sicuramente un interesse verso quel tipo di mondo, quello della scienza e
della precisione nelle descrizioni. Sicuramente quando scrivo ho una certa attenzione al dettaglio: il
dettaglio anatomico, il dettaglio tecnico… e probabilmente questo va insieme al fatto che ho scelto di
avere una formazione ingegneristica. Io penso che leggendo le cose che scrivo si capisca che dietro c’è
anche un ingegnere.

Hai esordito abbastanza tardi, nel 2008 mi pare, con un racconto, e avevi trentotto anni. Nel
frattempo cosa facevi?
Come ho detto fino ai sedici anni ho letto tantissimo, ho letto tutti i classici, poi ho quasi smesso di
leggere; e nel ’95 ho letto John Grisham, l’autore del Socio, un autore che adesso non considero
particolarmente interessante, e mi ha fatto tornare la voglia di leggere. Ho letto John Grisham, Ken
Follett, ma mano a mano che andavo avanti con queste letture iniziavo a stufarmi. Da lì sono andato in
crescendo, ho ripreso il percorso che avevo interrotto anni prima. Ho iniziato a leggere Salinger, Kafka e
poi sono arrivato a Philip Roth, e per me è stata una rivelazione, in particolare Pastorale americana. Siamo
nel 2005, io avevo trentacinque anni e non avevo mai provato a scrivere, avevo fatto qualche tentativo
intorno ai dieci anni e intorno ai quindici anni ma di fatto non avevo mai scritto nulla. Il 5 gennaio del
2006 ho aperto un blog, casualmente, e lì ho iniziato a scrivere anche se non con l’intenzione di scrivere
letteratura ma piuttosto le cose che mi succedevano. Piano piano ho iniziato a trovare il piacere di
scrivere, stimolato anche da questi libri che stavo leggendo, da Philip Roth, da Wallace. Ho iniziato ad
avere voglia di raccontare i miei ricordi, e quando li ho finiti ho iniziato a raccontare storie, e questo è
successo intorno al 2007. Nel 2008 ho mandato un racconto a Giulia Belloni, che era all’epoca editor di
Sartorio; ma anche questo in modo casuale, io non avevo mai fatto leggere nulla a qualcuno fuori dal
blog. Ho provato ed è andata bene.

Tu hai scritto molti racconti e un solo romanzo. Perché?
Io non sono un fanatico del racconto, ne ho letti tanti ma leggo anche romanzi. Forse le prime cose di
letteratura che ho sentito leggere sono stati i racconti di Dino Buzzati; ce li leggeva, a me e ai miei fratelli,
una baby sitter che avevo in montagna quando avevo sei o sette anni. Questa baby sitter l’ho ritrovata a
distanza di trentacinque anni e mi ha fatto la fotocopia della copertina del libro, perché me la ricordavo
perfettamente, e questi sono stati i primi racconti che ho letto. Poi ci sono stati i racconti di fantascienza, a
casa mia c’era Urania, c’era la raccolta L’ora di fantascienza, curata da Fruttero e Lucentini per Einaudi.
A dire il vero il primissimo libro che ho letto è stato Caro bruco capellone, che era ovviamente un libro
per bambini, ed era fatto di piccole storie di una pagina, e forse lì mi è venuto il piacere per la lettura.
Poi ho letto i racconti di Kafka, di Čhecov, che mi piacevano molto, e poi i racconti americani… varie
antologie che avevo a casa e Flannery O’Connor, che è in assoluto una dei miei autori preferiti. In
generale penso che sia più facile scrivere un buon romanzo che un buon libro di racconti, per cui mi pare
più facile trovare un buon romanzo che una buona raccolta di racconti. Però quando i racconti sono fatti
bene sono davvero bellissimi.
È anche vero che ho scritto più di un romanzo, ne ho pubblicato solo uno ma ne ho scritti diversi e tra
due-tre mesi ne uscirà un altro. Quindi direi che mi piace scrivere romanzi tanto quanto scrivere racconti.

Cosa nutre la tua immaginazione? Questa è una cosa che mi incuriosisce molto, perché quando ho letto i tuoi racconti mi è piaciuto il modo in cui tratti il corpo, in modo quasi chirurgico… ci sono anche dei luoghi ricorrenti, l’Auchan torna in molti racconti… ci sono dei temi ricorrenti, il corpo appunto, ma anche il sesso… e quindi come sono nate queste storie?
Diciamo che non è stata una scelta, non c’è stato un programma. Non ho deciso di scrivere racconti che si
svolgessero all’Auchan piuttosto che al McDonald. Diciamo che sento il bisogno di scrivere quando le
storie hanno certe caratteristiche: durante la giornata vedo molti fatti, e quelli che secondo me hanno una
valenza drammaturgica vedo che finiscono quasi sempre per avere a che fare con la malattia, con il
desiderio, con la paternità… e ho voglia di scrivere quelle storie, il perché non lo so. Per quanto riguarda
l’ambientazione, più sento che l’ambientazione mi è famigliare più mi è facile far muovere i personaggi.
Nel momento in cui cerco di trovare un’ambientazione che non sia la mia mi sento in imbarazzo, faccio
fatica a sentirmi credibile. Io, per esempio, ho lavorato per sei-sette anni davanti all’Auchan, quindi ci
stavo spesso in mezzo. Semplifico la location per potermi concentrare meglio sulla dinamica della storia.

Come scrivi? Da cosa parti?
Il punto di inizio è sempre un evento, non è mai un personaggio. Spesso penso «come sarebbe se…» e
metto in moto un evento. E sulle mie idee non prendo appunti, una volta lo facevo ma adesso credo che se
un’idea è buona deve riuscire a resistere al tempo. Faccio una specie di selezione darwiniana delle idee,
tra quelle che spariscono e quelle che hanno la forza di rimanere. Può passare anche tanto tempo: mesi,
anni, fino al momento in cui arrivo ad avere una storia. Poi cerco i personaggi più adatti, penso «a chi
potrebbe succedere questa cosa?»; e quando sono assolutamente pronto, quando ho tutta la storia in testa e
ho trovato la voce giusta per raccontarla approfitto di un viaggio in treno per scriverla. Viaggio spesso in
treno per lavoro, prendo quello delle 6.48 da Padova e arrivo alle 9.00 a Milano, poi c’è il viaggio di
ritorno. In questi due viaggi, andata e ritorno, di solito scrivo una storia. Quindi c’è un lungo periodo di
incubazione, che può durare anche anni, e poi l’esecuzione è velocissima.

Scrivi solo in treno o hai altri posti?
Diciamo che ho due trance di scrittura in treno, la mattina presto e la sera, questi sono i momenti in cui mi
trovo meglio a scrivere: sono treni Freccia, quindi c’è un tavolino, appoggio il PC, mi metto le cuffiette,
guardo un po’ il paesaggio e poi entro in uno spazio mio, senza alcun tipo di distrazione. Lì non devo
rendere conto a nessuno, spengo il telefono e so che posso dedicarmi solo a quello. Faccio molta fatica a
scrivere a casa. Il treno è un non luogo perfetto per scrivere.

Hai pubblicato anche su antologie tematiche, La vita sobria, ESC – Quando tutto finisce e altre,
come scrivi su un tema che ti viene proposto?
Quando devo scrivere un racconto per un’antologia ci lavoro come a un esercizio. Per me non è facile
scrivere su argomenti che non sono miei, ho fatto molta fatica a trovare un racconto che mi convincesse
per La vita sobria. Però trovo che sia un buon esercizio, è utile forzarsi a costruire una storia intorno a
un’idea che non è la tua. E poi penso, molto egoisticamente, che le antologia siano ottime occasioni per
conoscere persone interessanti. Se conosco Francesco Coscioni, uno degli editori della Neo Edizioni, che
per primi hanno pubblicato una mia raccolta, è perché eravamo insieme nella stessa antologia, Giovani
cosmetici. Il 95% delle persone che conosco nell’editoria hanno a che fare con le antologie alle quali ho
collaborato.

Tornando alle letture, cosa stai leggendo adesso?
In questo momento sto leggendo Grandi speranze di Dickens; a me Dickens piace, anche se non riesco a leggere più di un suo romanzo ogni tre-quattro anni. Mi lascio suggestionare da quello che leggo, ma quando inizio a scrivere veramente devo stare molto attento. Mentre tra un romanzo e l’altro lascio che entrino più cose possibili, quando scrivo cerco di scegliere letture legate a quello su cui sto lavorando, ma non dal punto di vista della ricerca, dell’informazione… non mi piace fare ricerche per scrivere un libro, non mi verrebbe mai in mente di scrivere una storia sulla quale devo cercare altre informazioni. Cerco invece autori che abbiano uno stile che possa suggestionarmi, che possano farmi venire voglia di scrivere, che possano darmi delle idee dal punto di vista stilistico. Devo stare attento a non trovare libri che mi sviino: stavo lavorando a un romanzo, ho letto un libro di Fabio Viola e poi non sono più riuscito a leggere quello che stavo scrivendo… ho buttato tutto e ho ricominciato mesi dopo con un’altra storia. Quindi devo stare attento a non uscire dal mio stile.

Hai esordito tardi e non ti eri mai confrontato prima sulla tua scrittura, adesso proliferano corsi e libri di scrittura creativa, che ne pensi?
Io ho tenuto due corsi, uno nel 2012 e un altro nel 2014, eppure non sono favorevole a priori ai corsi di scrittura. Penso che un corso funzioni quando al centro c’è lo scritto di chi partecipa, non le parole di chi tiene il corso. Ho puntato sul prestare attenzione a quello che scrivevano i miei allievi, ho cercato di far sì che emergessero delle voci autoriali. Quindi non do consigli astratti: un racconto si scrive così, ci deve essere il climax, il dialogo deve essere fatto così; ma piuttosto dico: scriviamo insieme, vediamo come scrivete e cosa funziona. Faccio molto uso della mia esperienza, sono uno scrittore che è stato guidato, e che quindi sa che è importante avere qualcuno che ti dica cosa funziona e cosa no.

Cosa leggi o consigli di leggere durante i tuoi corsi?
Be’, sicuramente pesco dalle cose che piacciono a me: faccio leggere Philip Roth, Flannery O’Connor, Fitzgerald, Čechov, ma anche cose più moderne, Stefano Sgambati, Nicola Pezzoli, autori che conosco anche di persona e che mi piacciono molto. Cerco di estrapolare pezzi dove si capisce qualcosa di particolare sulla scrittura, magari un pezzo dove i dialoghi sono costruiti molto bene: per esempio ho fatto leggere l’inizio di Glamorama di Ellis perché ha dei dialoghi pazzeschi.

Prima hai detto di aver inviato il tuo primo racconto pubblicato a Giulia Belloni, come hai trovato i contatti per esordire? Perché a tanti sembra una cosa difficilissima essere pubblicati ma magari, se si è bravi, non lo è.
Io avevo un amico che aveva un amico che aveva un’amica… e sapevo che lavorava per una casa editrice.
Io onestamente non conoscevo Giulia Belloni, mi occupavo solo di ingegneria e non conoscevo nulla
dell’editoria. Ho chiesto a questo amico se poteva metterci in contatto perché volevo avere dei consigli,
lei mi ha detto «perché non ci vediamo a cena?», abbiamo cenato insieme e la sera le ho inviato i miei
racconti, due giorni dopo mi dice «ok, ti pubblico» nella raccolta che stava curando proprio in quel
periodo, le mancava un racconto per chiudere l’antologia e ha scelto il mio. Da lì in poi è stato tutto più
semplice, perché come dicevo le antologie permettono di conoscere gente. Ho conosciuto Coscioni, siamo
stati insieme, ci siamo confrontati, gli ho dato i miei racconti ed è andata così. Però non penso che sia una
strada facile: avevo provato a inviare il mio primo romanzo ma nessuno mi aveva risposto, quindi non so
quanto l’invio spontaneo alle case editrici possa funzionare. Io non l’ho sperimentato ma l’impressione è
che non funzioni così.

Ultima domanda: quali sono gli scrittori italiani contemporanei che leggi?
Diciamo che non sono un gran lettore di scrittori italiani; quelli che piacciono a me sono, tra l’altro, autori
che conosco anche di persona: Stefano Sgambati, Fabio Viola, Nicola Pezzoli, Alessandro Turati, Gianni
Teti, Nicola Manuppelli, Simona Castiglione, Federica De Paolis e Marina Sangiorgi, che ritengo la migliore autrice di racconti in Italia, considerando sia gli uomini che le donne. Il fatto che li conosca fa sì
che ci sia un legame, un rapporto più profondo, comunque sono questi gli scrittori che mi piace leggere.

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