Flashback e nebbia

Abbiamo chiesto ai partecipanti al corso di scrivere un breve testo utilizzando la tecnica del flashback. Questo è il lavoro di Chiara Ferrari. Buona lettura!

nebbia

Una strada di terra battuta che corre tra i campi. La foschia avvolge tutto, rivelando solo i profili degli alberi che costeggiano le radure. L’orizzonte è un’idea celata alla vista. La strada non ha un inizio, non ha una fine. Come sospeso nell’aria, un uomo cammina curvo, sotto il peso dei suoi pensieri. Il volto ancora giovane è un intrico di rughe che solcano la pelle. Cammina, dondolando un sacco sulla schiena. Un bastone cadenza i passi. Scarponi di cuoio screpolato ai piedi. Cammina. Attorno a lui i campi nel riposo invernale, istantanee in attesa della luce. Fa freddo, si stringe nel cappotto di buona fattura. La strada porta ancora i segni di una pioggia recente e ogni passo lascia il suo ricordo di fango sul bordo delle scarpe. L’atmosfera è spettrale.

Cammina e vorrebbe non dover smettere più. Cerca di raccogliersi nel profondo del cuore e di riportare alla mente ricordi che giacevano sepolti dentro di lui, che possano scacciare il gelo che ora sente attanagliargli la gola.

La nebbia fa da sfondo al concretizzarsi delle memorie: immagini, persone, profumi che, passo dopo passo, diventano reali. Improvvisamente, quel campo smorto che costeggia la strada si anima del rumore metallico degli attrezzi da lavoro, del colore pieno dell’estate e l’aria si impregna di quel misto di sudore e terra smossa che il pensiero dei suoi genitori gli riporta alla mente.

È una calda e soleggiata estate della sua infanzia. Lui è lì, sul limitare del campo, sudato e affaticato sotto il fazzoletto annodato che gli protegge il capo dal sole; sgrana un cumulo di semi. Accanto a lui i figli più grandi di Piera e Luigi, i grandi amici dei suoi genitori: sono Nicola e Michele, nove e undici anni, l’uno massiccio e rubicondo, a dispetto della minore età, l’altro smilzo e emaciato, sempre come sul punto di svenire per il caldo. Stanno lavorando, sei mani impazienti, sei piedi scalpitanti, gli occhi che fuggono continuamente al piccolo boschetto di aceri poco lontano; l’altalena costruita dai loro genitori li attende. Anche un piccolo campo da calcio, con una palla di stoffa, è in attesa nell’aria ferma. Sono stanchi, assetati, vogliosi di sfogare la loro energia repressa. Ancora qualche minuto e i grandi li dispenseranno, ancora qualche attimo e schizzeranno, all’ombra. E poi, all’improvviso, Piera dà loro il via libera e scompaiono. Un moto di rabbia lo avvolge mentre si rende conto che per lui, invece, il lavoro non è ancora finito.

Ora che è adulto e che la bocca è guastata da tante ingiustizie, sente ancora sulle labbra il sapore acre dell’invidia e della stanchezza. I minuti passano e sembrano ore, mentre le risate e gli urli di Nicola e Michele hanno lo stesso gusto dell’olio di ricino della nonna e lo rendono più frettoloso, impreciso. Solleva il capo e cerca lo sguardo di sua madre, vi cerca quella parola di autorità che lo renderebbe libero. La vede a pochi metri da lui, china sul campo. I lunghi capelli rossi raccolti in un fazzoletto bianco annodato dietro la nuca, le braccia muscolose che si tendono fuori dal suo povero vestito blu a coste, le mani arrossate che scivolano dentro e fuori dalla terra. Una sottile ciocca infuocata le fa capolino sulla fronte e lei, di quando in quando, la scosta dal viso con un leggero movimento del polso. Ricorda la stizza, nel vedere le labbra di lei composte in un sorriso e nel sentire che canta. Alla mamma piaceva cantare, sopra ogni cosa, cantava quando era triste, cantava quando era felice, cantava per farsi forza e per ringraziare, cantava per chiedere aiuto al Signore e darsi il ritmo nel lavoro. La rivede là, semplice e sporca, che canta, come se fosse un giorno di festa e non l’ennesimo di una lunga vita di lavoro. A un tratto si ferma e tira su lo sguardo. Dai, mamma, guarda qua, dai, mamma, lasciami andare… sussurra, come una preghiera. Ma lei si mette a sedere, si tira via dagli occhi la ciocca ribelle e cerca con lo sguardo suo marito Antonio, che, non molto lontano, sta conducendo l’aratro, lanciando improperi in direzione del mulo che arranca. La rivede sorridere a quella visione amata, mentre modula il suo canto in una preghiera alla Madonna, perché il lavoro del suo amore sia lieve, perché il raccolto possa essere buono. Poi, finalmente, si gira a cercare suo figlio. Con la capacità che solo le mamme hanno, gli legge in cuore la voglia di ombra, di altalena, di gioco. Guardandolo fisso, fa un breve cenno divertito con il capo in direzione del boschetto (“Va’ pure, dai!”, lui sa che gli sta dicendo) e poi si rimette al lavoro.

Così, come per grazia ricevuta, è libero anche lui. Percepisce sulla propria pelle le emozioni di quel mattino, risente le ali ai piedi e la voglia di correre e si rivede mentre calpesta impetuoso la terra, chiudendo alcuni dei solchi appena aperti dal padre, diretto verso il suo quadrato d’ombra.

Eppure, al riparo di quegli aceri, non trovò quello che cercava. Quanto aveva desiderato quel momento, e invece ad accoglierlo fu un dolore sottile e tenace che gli attraversò lo sguardo e lo lasciò senza parole: la solitudine. Si accovacciò sotto un albero, cavò di tasca il suo coltellino e si mise a tormentare un rametto, stupito, indeciso, offeso. Ricorda che all’improvviso i due ragazzi lasciarono l’altalena e si spostarono poco più in là, a tirare calci alla palla di pezza. Lui si alzò e conquistò l’altalena. Dondolava lentamente, ma non era divertente da soli. E loro continuavano a ridere, escludendolo.

Anche ora riesce a ricordare il brivido che lo percorse. Sembra ridicolo pensarci adesso ma quell’unica piccola ferita dell’infanzia a distanza di tempo fatica a guarire: il dolore del rifiuto, che si porta dietro come un fardello invisibile, una cicatrice accanto a tante altre nel suo cuore, una macchia che nessun sapone ha mai potuto lavar via.

Quel giorno lontano, però, è indissolubilmente legato anche ad altro: il volto di sua madre. La rivede in tutta la sua semplice forza: un attimo prima al lavoro nel campo e un attimo dopo già lì accanto a lui. “Tutto bene? Non ti preoccupare, bimbo mio, la mamma è qui!”. Una voce, una mano leggera a spingere l’altalena, ad accarezzare i suoi capelli, due occhi nei quali sentirsi accolto. Quel giorno ha scoperto anche l’antidoto, attraverso gesti semplici che gli hanno fatto capire di essere amato, che lo hanno riscaldato più del grande falò della vigilia di Natale, placando l’urlo muto del dolore.

Sua madre è cristallizzata in quell’episodio. Ora lo capisce davvero, ora che la strada lo porta verso la chiesa dove saluterà per l’ultima volta le sue mani e i suoi occhi. Felice per la prima volta della spessa caligine che lo avvolge, continua a camminare, lasciandosi invadere dai ricordi tumultuosi, a ogni passo più numerosi, più limpidi. Ogni metro di quella terra battuta immersa nella nebbia è un momento in più in sua compagnia, fuori dal tempo e libero dalle fredde evidenze della realtà. Il ricordo pare creare piccole crepe nel gelo, si insinua un calore conosciuto.

La nebbia comincia a diradarsi e il profilo delle case si delinea davanti ai suoi occhi; la strada lo conduce verso la piazza del paese, davanti al portone della chiesa dentro la quale sua sorella e i suoi amici lo attendono. “Sei tornato, finalmente”, accenna lei accogliendolo dietro una cortina di lacrime. “È arrivato il sacerdote per il funerale. Possiamo iniziare”.

Eccolo lì, a percorrere la navata della chiesa verso la bara che contiene il corpo senza vita di sua madre, l’organo suona la macabra marcia dell’Io credo risorgerò. Si sfila la sacca dalla schiena e ne tira fuori una piccola statuina di legno della Madonna, comprata poche ore prima al Santuario della Madonna del Campo. La appoggia sulla bara della madre prima di sedersi accanto alla sorella in prima fila, davanti all’altare.

Tutto attorno riecheggiano le orazioni del sacerdote mentre l’odore dell’incenso impregna l’aria, saturandola di morte e decadimento; la rivede vicino a sé, viva come quel giorno nel campo, gli occhi rapiti nel ricordo.

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