Dean Winchester e la pioggia di stelle

Abbiamo chiesto ai nostri iscritti di scrivere un racconto di loro invenzione che includesse un noto personaggio di finzione (personaggi di libri già editi, di film o di serie tv), mantenendone la caratterizzazione. Ecco il racconto di Marina Stefani su Dean Winchester della serie tv Supernatural.  

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Avevano litigato. Tanto per cambiare. La discussione sempre la stessa, da molte settimane. Troppo presto per rituffarsi nella mischia secondo Sam; sempre troppo tardi per lui, che ricordava pochissimo di quei lunghi mesi in cui era stato demone. Era come aver passato un anno sabbatico senza rendersene conto. Sarebbe stato più semplice spiegarlo con una specie di versione tutta personale dell’Invasione degli Ultracorpi. Come se avessero mandato un cattivissimo baccellone al suo posto e poi, d’incanto, se lo fossero ripresi restituendo il maltolto. Fine della storia. Non sarebbe stato poi così strano, visti i loro trascorsi. Era tornato, era lui, era Dean, come nuovo, pronto all’avventura e all’azione… Che noia mortale stare lì a pescare, a bere birra in riva al lago e a cercare di regalarsi un po’ di “tempo di qualità” per riprendere l’abitudine di stare insieme. Come ce ne fosse bisogno. Figurarsi, ma se è l’unica cosa che i Winchester fanno da sempre! Bah, cazzate! E i mangiarini sani che gli propinava per aiutare il corpo a purificarsi? Che schifo! Sapeva bene cosa gli serviva, tanto per cominciare un bel cheeseburger pieno di bacon e colesterolo, un piatto traboccante di patatine fritte con tutte le salsettine del caso, una bottiglia di sano Bourbon in quel posticino un po’ equivoco, laggiù all’angolo, dove aveva adocchiato una top model travestita da barista e poi chissà… Ma soprattutto aveva bisogno di aria, aria! Via, lontano da Sam per un po’, solo con se stesso. Sì, era sempre lui, era tornato, tutto era a posto, ma aveva bisogno di spazio. Tanto spazio. Troppo caos nei suoi pensieri. Ma non l’avrebbe mai confessato a Sam. Gli sarebbe corso dietro e quella era l’ultima cosa che voleva. L’avrebbe accompagnato anche in capo al mondo per tenerlo d’occhio e assicurarsi che non facesse altri brutti incontri. Lo sapeva, lo capiva bene. Dovevano tenersi alla larga dai guai, almeno per un po’. Dovevano far perdere le loro tracce. Giusto. Almeno per un po’. Meglio cominciare col far perdere le tracce a Sam e cercare un angolo tranquillo. Almeno quella notte.

Si guardò intorno. Aveva girato l’America in lungo e in largo per così tanti anni da non rendersi più conto di dove fosse. I loro viaggi erano una mappa costellata di punti collegati fra loro da una scia di sangue. Chi aveva tempo per guardare il paesaggio? A lui poi non era mai fregato più di tanto. Bastava correre con la sua Impala, rock a palla nelle orecchie, vento fra i capelli e via verso il prossimo caso da risolvere, il prossimo demone da sconfiggere, il prossimo angelo caduto da salvare o da cui salvarsi, la prossima trappola di Crowley da schivare. Avevano macinato ormai milioni di miglia, poteva darsi il tempo di osservare dove si trovava, no? Si rese conto che erano finiti dalle parti di Phoenix. Valeva la pena farsi una bella guidata in mezzo alle montagne e andare fino a Sedona. Tutti quei fricchettoni che parlavano del vortice di energia positiva che vi aleggiava intorno si erano fumati l’impossibile, ma si sentiva in vena di dar loro una chance. Non gli avrebbe mica fatto male respirare un po’ di aura benefica, dopo tutto. Vibrazioni positive, bah, cazzate! Ma magari il giro valeva la pena. Erano sì e no un paio d’ore di strada, una passeggiata di salute. Via sull’Impala, l’immancabile “Highway To Hell”, per creare l’atmosfera giusta, e dopo qualche miglio, ragazzi che fame! Il posto perfetto per fermarsi. L’insegna diceva Rock Spring Café e un cartello pieno di promesse lampeggiava “specialità torte”. Quanto gli era mancata l’apple pie! Sedona poteva aspettare ancora un pochino.

Con la pancia soddisfatta, l’occhio appagato dalle grazie della fanciulla che l’aveva servito e coccolato come un bambino, e l’umore in netta ripresa, si rimise in macchina. Ma sì, dai, la vita può anche essere bella. La notte era limpida e tersa, da anni non ricordava una stellata così. Una grande luna rischiarava la strada vuota che correva via rapida, miglio dopo miglio, snodandosi fra le rosse montagne. Man mano che si avvicinava a Sedona, percepiva davvero che qualcosa stava cambiando. E ciò lo sorprese. Era come se le rocce tutte intorno avessero una storia da raccontare, come se la strada lo accompagnasse verso un appuntamento, un punto preciso che attendeva solo lui. Voleva prendersi quel momento per sé e gustarne gli insoliti aromi. L’aveva cercato, aveva creato inconsapevolmente la circostanza perfetta. Non era ancora stanco di guidare e si accorse che le luci di Sedona brillavano di lontano; all’uscita da una curva, capì di essere arrivato. Si fermò. C’erano degli alberi inaspettati e le loro foglie non erano ancora ingiallite, nonostante fosse autunno inoltrato. Un vento fresco le faceva muovere piano e quel fruscio era come una musica che interrompeva il silenzio rendendolo più familiare. Una piccola distesa di erba morbida lo invogliò a scendere. Sorrise guardando i suoi stivali impolverati affondare nel verde imperlato di brina. Si appoggiò all’Impala, socchiuse gli occhi e respirò la notte. Lentamente, come se fosse la prima volta che riusciva ad assaporare il profumo umido del muschio. Si sentì vivo e quasi felice quando il lieve bruciore dell’aria si fece strada dilatandogli i polmoni. Alzò lo sguardo per osservare il cielo. Non lo sapeva proprio che quella era una notte speciale. Era prevista la consueta pioggia di meteoriti, come diavolo le chiamavano? Chi se lo ricordava, ma lo stupore si disegnò sul suo volto quando le vide. Lacrime di luce, a decine. Una scia di fuoco attraversava la notte e spariva in un baleno, appena il tempo di capire e subito un’altra, e un’altra ancora. Che spettacolo! Affiorò alla mente la vivida immagine di lui con Sam bambino mentre si preparavano a festeggiare il Quattro Luglio con un’invidiabile scorta di fuochi d’artificio. Era uno dei suoi ricordi più belli. Non era forse il primo che aveva rivissuto quando gli avevano permesso di vedere com’era il paradiso? Ma questa era una pioggia di stelle continua. Gli ricordava maledettamente la notte in cui Metatron aveva scaraventato giù a migliaia le anime incredule degli angeli, costretti a reincarnarsi. Possibile che non riuscisse a sgombrare la mente dai ricordi e dall’azione e godersi un momento così magico? Cercò di perdersi nella volta celeste. Chiuse gli occhi per un lungo istante e si rivide bambino, nelle sere d’estate, a scrutare il cielo per una stella cadente, sfidando il sonno nell’attesa. Ora le vedeva tutte quante, tutte insieme, in quella notte pazzesca e irripetibile. E finalmente si lasciò andare al ricordo più dolce e più doloroso, quello dell’abbraccio della mamma che veniva a raccoglierlo dalla sua postazione di osservazione stellare, dove il sonno alla fine aveva avuto la meglio. Era come se quel cielo di velluto potesse ridargli il calore delle sue braccia amorevoli che lo sistemavano nel lettino, delle sue mani delicate che lo coprivano con cura, delle sue labbra morbide e fresche che gli davano il bacio della buona notte, della sua indimenticabile voce che gli diceva di dormire tranquillo, che l’angioletto lì accanto avrebbe vegliato su di lui. Non gli era mancata mai sua madre come in quell’istante, e non l’aveva mai sentita così vicina. Come se quelle braccia, quelle mani, quel bacio fossero ancora lì per lui. Le guance gli si rigarono di lacrime. Aprì gli occhi e si immerse nello spettacolo incredibile del diluvio di luce che lo avvolgeva e per un attimo fu di nuovo felice. Lei era sempre accanto a lui, non l’avrebbe lasciato mai.

Provò come una lieve vertigine quando le luci cominciarono a diminuire. Riprese a respirare la notte e si fece forza per tornare alla realtà. Risalì sull’Impala e scelse una malinconica ballata, una di quelle melense canzoni che sarebbero piaciute a lei. La tristezza profonda che da troppo tempo gli si leggeva negli occhi, dietro il luminoso sorriso, cominciò a diradarsi e scomparve. Non si sarebbe mai più sentito solo. Lei c’era. Era parte di lui, della sua anima, e lo sarebbe sempre stata. Questo cambiava tutto. Le lacrime di stelle si erano portate via il dolore di tutta una vita. Poteva ancora ricominciare a sperare che per lui e per Sammy domani potesse esserci un futuro “normale”.

All’orizzonte cominciava a rischiarare. No, non sarebbe andato a Sedona da solo. Sarebbe tornato indietro a prendersi quella spina nel fianco di Sam e sarebbe arrivato prima ancora che lui potesse anche solo iniziare a preoccuparsi. Gli avrebbe detto di smetterla di stargli addosso e togliergli l’aria. Gli avrebbe detto che era ora di fare le valigie e di rimettersi in pista. L’avrebbe portato al Rock Spring Café a rifarsi gli occhi con la fanciulla tutta curve e avrebbe infranto la dieta mordendo con gusto il suo grasso, unto, delizioso bacon burger, traboccante di salsa e formaggio. Si sarebbe anche fatto portare una cherry pie e infine avrebbe fermato la macchina là in quel punto preciso e avrebbe raccontato tutto a Sam. Stavolta non gli voleva nascondere nulla. Era come un nuovo inizio. Ne avevano avuti a dozzine, ma sapeva che questo contava più di tutti gli altri. Era deciso. Sarebbe andata così e forse un giorno, avrebbero potuto vivere come gli altri, una vita normale, una famiglia normale, ricordi normali. Per ora c’era ancora tanta strada da fare. Fece rombare il motore dell’Impala, si levarono alte le note di “Carry On My Wayward Son”. La strada era sua, ancora una volta. Sorrise mentre lasciava dietro di sé una scia di polvere rossa e andava incontro al nuovo giorno.

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