Riflessioni di Bartholomeus, detto Bartolo l’inglese

Abbiamo chiesto ai partecipanti di scegliere due romanzi, di trascrivete l’incipit dell’uno e il finale dell’altro e, infine, di inventare un testo di collegamento. Ecco il testo di Annalisa Guarini. 

Immagine

Quando chiudo gli occhi e mi perdo nei ricordi, la prima cosa che vedo è il giardino sul retro della casa dei miei genitori, sulle Lickey Hills, appena fuori Birmingham. Ho otto anni, sono seduto al pianoforte e sul leggio davanti a me è appoggiato uno spartito.

Lo spartito è dell’Inno d’Italia che sto cercando di imparare dietro suggerimento di Sam, il mio compagno di banco, che sostiene mi aiuterà a familiarizzare con l’idea di partire e lasciare Birmingham per sempre.

Domani prenderemo un aereo che ci porterà in Italia. Biglietto di sola andata causa trasferimento di papà. Non sarò felice mai più. Come si può anche solo pensare di essere felici lontano dall’Inghilterra?

La seconda cosa che vedo è l’arrivo in paese, a mezzogiorno. In piazza ci sono le bancarelle del mercato circondate da capannelli di donne con le braccia cariche di sacchetti di plastica. Un vocio ininterrotto e cantilenante di cui non una singola parola ha per me significato. Mia madre vuole un caffè ed entriamo in un bar. Lo beve in piedi, al bancone. Noto così, per la prima volta, il tintinnio che fanno le tazzine, scontrandosi tra di loro sulla macchina del caffè e atterrando con precisione sul piattino già pronto, in attesa. Un tintinnio cui alla fine mi sono affezionato e che mi piace godermi, a occhi chiusi, ogni volta che mi capita di essere in un bar.

La terza cosa che vedo è la mia insegnate di italiano, Irene. Viene da noi due ore al giorno tre volte a settimana, in pratica è una di famiglia. Quando, dopo sei mesi, la chiamo Irene e non Airin, all’inglese, si commuove come una mamma quando si sente chiamare per la prima volta dal figlioletto. Ma Irene è davvero come una mamma per la nostra famiglia. Si prende cura di noi istruendoci sulle abitudini alimentari degli italiani, sull’orario di pranzo e cena e sulla rigida divisione degli alimenti concessi tra i due pasti principali (la pasta a cena no, il cappuccino massimo fino alle 10:00 del mattino, assolutamente mai pasta e pane insieme). Regole che abbiamo cercato di seguire scrupolosamente, addirittura rinunciando al succo d’arancia e al latte durante il pranzo. A distanza di anni le mie papille gustative ringraziano per l’educazione che hanno ricevuto.

La quarta cosa che vedo è la mia vicina di casa Margherita che ha la mia stessa età e viene a giocare da me tutti i giorni pur sapendo che non capisco nulla di ciò che mi dice. Arriva ogni pomeriggio alle 16:30, dopo aver finito i compiti, suona e dice “Permesso!” e entra, dice “Buongiorno signora” a mia mamma, poi mi raggiunge sul divano e finiamo di guardare Bim Bum Bam insieme. Mi racconta tante cose Margherita, si impunta quando vuole che capisca qualcosa e si cimenta in fantasiose definizioni, fin quando non è sicura che io abbia afferrato. A lei devo l’abitudine di fare la merenda, ogni giorno, cascasse il mondo.

La quinta cosa che vedo è Pizzeria da Romilda. Una stanzetta nel centro storico, due sgabelli e un  bancone su cui fumano e profumano, i tranci di pizza. Da Romilda, l’unica pizzeria al taglio del paese, nonché la più buona della zona, trascorro le ore più tristi, cercando di rallegrarle ingozzandomi, perché non è mica una regola universale che per consolarsi vada bene solo il gelato al cioccolato.

La sesta cosa che vedo è la sera del mio quindicesimo compleanno, a festa finita. Papà ci annuncia che possiamo scegliere di tornare in Inghilterra e noi decidiamo di restare a Capriati. Se chiudo gli occhi ci vedo tutti e tre seduti in giardino, è luglio, il cielo è puntellato di stelle e il silenzio è riempito dal canto delle cicale. È mia madre a dirlo: “Restiamo qui”. La decisione viene approvata da tutti.

Siamo ancora qui, dopo 19 anni. Ci sto pensando adesso, guardando il mio passaporto con scritto “italiano” nella sala d’attesa della questura, mentre aspetto di essere interrogato. Mi hanno arrestato. Niente di grave. Una rissa con un inglese ubriaco che ho trovato a vomitare sotto casa, proprio davanti al mio portone.

Avevi ragione tu mamma. Me lo dicevi sempre.

E tu ne sapevi di cose mamma dolce.

Cose di questo mondo e cose di quell’altro.

E me lo dicevi tu, mamma, me lo dicevi.

Certe cose lasciale fare agli altri, Bartholomeus, che noi siamo nati sotto una brutta stella. Certe cose lasciale fare agli altri.

Hai ragione, mamma.

Meglio lasciarle fare agli altri certe cose…

Perché noi siamo nati sotto una brutta stella, mamma.

Proprio una brutta stella.

INCIPIT: Jonathan Coe, Questa notte mi ha aperto gli occhi, Feltrinelli 2008

FINALE: Giovanni Di Iacovo, Tutti i poveri devono morire, Castelvecchi 2010

Annunci


Categorie:esercizi

Tag:, , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: