I tre puntini di sospensione

(da scrivo.me. Portale del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

di Rossella Monaco

Immagine

(illustrazione di Tommaso Pedullà)

Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

Italo CalvinoLe città invisibili

Uno. Due. Tre. I puntini di sospensione sono diventati utili pomelli a cui agganciare le frasi, spesso in maniera distratta. Li troviamo sugli schermi dei cellulari, nei blog e nei temi scolastici, nelle fatiche di moltissimi scriventi. Spesso sono file ininterrotte di puntini: la quantità a rafforzare l’enfasi di un contenuto mutevole che può significare titubanza, insinuazione, paura, evasione, inganno, affanno.

Si tratta di sospensione, e si può intendere anche suspense, in vista di un accostamento insolito.

Italo Svevo li utilizzò con molta creatività nella Coscienza di ZenoLa donna a me non piaceva intera ma… a pezzi!

Ma può essere anche sospensione del parlato: un discorso che scema, frutto dell’eco della memoria, o della vergogna di chi parla.

De Roberto nei Viceré ne fece uso a imitazione del parlato:

«La principessa… Morta d’un colpo… Stamattina, mentre lavavo la carrozza…»

«Gesù!… Gesù!…»

«Ordine d’attaccare… il signor Marco che correva su e giù… il Vicario e i vicini… appena il

tempo di far la via…»

«Gesù! Gesù!… Ma come?… Se stava meglio? E il signor Marco?… Senza mandare avviso?»

«Che so io?… Io non ho visto niente; m’hanno chiamato… Iersera dice che stava bene…»

«E senza nessuno dei suoi figli!… In mano di estranei!… Malata, era malata; però, così a un tratto?»

Quanta esitazione, quanto strazio! Proprio perché profondamente legati al discorso orale e alla sua espressività, di puntini sospensivi se ne trovano abbastanza nella tragedia.

Parla…

Dimmi l’affanno… e se t’incalza un Nume

Gli svenerò vittime opime… un tempio

Gli innalzerò… ! Di fulgid’auro e bronzo

Ricca ho la casa, e di floride greggi

Copia m’allevan negli erbosi paschi

I mandriani accorti…

Vieni… vieni con me…

Così parla Teseo nella Fedra di Racine. Affannato per l’affanno di lei.

I tre puntini sospensivi presuppongono un’elusione, un non detto. Qualcosa di solo suggerito. E chi scrive lo fa, di solito, per dire qualcosa. Se si abusa di un segno, esso perde la sua forza. Invece, i tre agganci provvidenziali diventano spesso una scorciatoia per evitare di piegare con cura ogni vestito e riporlo al suo posto nell’armadio. Ci vuole coraggio per dire certe cose invece di evocarle, così come ci vuole mezza frazione di secondo in più per recuperare dalle scelte automatiche del telefono un punto e virgola o i due punti.

Nella comunicazione su schermo, è vero, il punto fermo sembra troppo categorico, poco morbido. Così per timore che il mittente fraintenda, meglio abbondare con l’enfasi di faccine e punti esclamativi, e con i puntini, che smorzano le frasi senza interromperle bruscamente.

Non sempre però si tratta di comodità o di timore. Come i puntinisti utilizzavano la scomposizione pittorica dei colori perché fosse la retina dell’osservatore a ricomporre tonalità e sfumature, c’è chi li rivendica come parte della propria tecnica scrittoria, affinché sia il lettore a ricomporre i significati e le forme della composizione. Con i tre puntini le frasi rimangono aperte, non finite, ci si può agganciare alla successiva e alla precedente, rimontare e smontare, far coincidere gli spazi, come quando si montano i mobili dell’Ikea, et voilà, il gioco è fatto, in una miriade di possibilità combinatorie.

E siccome in letteratura forma e significati dovrebbero influenzarsi a vicenda e riflettere in qualche modo l’immagine di un’epoca, si potrebbe supporre che l’abbondanza di puntini sospensivi debba essere il sintomo di una generazione sospesa, senza definizione precisa, in balia di avvenimenti inediti e timorosa, mai categorica, tragica e allusiva…

Si potrebbe. O si può?

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