Lo scrittore, l’agente, i lettori

di Rossella Monaco

(dal sito scrivo.me del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

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(illustrazione di Camilla Pintonato)

«… Un pubblico cosciente dei problemi editoriali può facilitare ed accelerare il progresso editoriale, che è sempre anche progresso culturale».

Erich Linder, prefazione a La verità sull’editoria di Sir Stanley Unwin

La figura dell’agente letterario nasce in Inghilterra nell’Ottocento, mentre in Italia è Erich Linder, nel dopoguerra, ad avviarsi in questo campo insidioso, a metà tra l’autore, l’editore, il libraio e il lettore. Nel nostro Paese, Linder ha rappresentato la categoria per circa quarant’anni ed è stato anche direttore e proprietario dell’Ali (Agenzia letteraria internazionale).

Riguardo alla consapevolezza editoriale dello scrittore, alla fine degli anni Settanta, in una conversazione con Vittorio Spinazzola, Linder affermò di non credere a una divisione netta fra l’autonomia dello scrittore e quella dell’editore: il rapporto tra le due parti doveva mettere “in grado lo scrittore di sentirsi una parte indispensabile dell’attività editoriale”. Ne parlava ovviamente dal punto di vista contrattuale ma anche delle scelte relative alla veste grafica e alla produzione e la commercializzazione dell’oggetto-libro.

Ci sono infatti altri aspetti da considerare oltre a quello economico, che hanno grandissima importanza: la copertina, i caratteri, il paratesto, la pubblicità. Tutte attenzioni cui l’autore bada poco e che invece possono fare il successo o l’insuccesso di un’opera.

Elsa Morante si rivolse a Linder perché la copertina americana della Storia uscisse senza i due punti tra History e a novel: “Bisogna togliere quei due punti, che falsano il titolo (sembra che novel sia un attributo di history; come se fosse ‘la storia è un romanzo’). Bisogna mantenere il titolo originale”.

Italo Calvino discusse con l’agente delle strategie di diffusione della propria produzione all’estero. Linder gli consigliò di non pubblicare la sua opera nell’ordine cronologico in cui era stata scritta, alternando invece agli scritti fantastici quelli realisti per rivolgersi a un pubblico più ampio e non limitare la propria fama. Le Cosmicomiche (edite da Seuil) non si trovavano sugli scaffali delle librerie né si trovava la prima edizione statunitense del Barone rampante. Calvino si interessò direttamente della situazione e scrisse per un parere a Linder.

Basta spulciare negli archivi della Fondazione Mondadori, per trovare la corrispondenza tra l’agente e i suoi autori, e per capire che, di fatto, da che esiste l’industria editoriale, agli scrittori viene richiesta una certa assunzione di responsabilità affinché tengano conto del mercato, del proprio pubblico di riferimento, dal momento della creazione dell’opera alla fase di distribuzione e promozione.

L’autore dovrebbe pensare a tutto anche senza occuparsi di tutto. Questo sia che decida di pubblicare la sua opera con una casa editrice – e quindi di affidarsi a professionisti in grado con le loro esperienze di fare il lavoro per lui e consigliarlo al meglio – sia che decida di auto-pubblicarsi, lasciando il lavoro a free-lance o preoccupandosene egli stesso.

Leonardo Sciascia, anch’egli rappresentato da Linder, si pose come consapevole attore del processo editoriale dei propri libri, grazie anche alla sua esperienza da editor per la casa editrice Sellerio. Decise con l’aiuto dell’agente come gestirne l’uscita, con quali tempi, considerando la ricezione dell’opera da parte del pubblico.

Interessanti in questo senso le lettere relative alla pubblicazione con Einaudi del volume di racconti A ciascuno il suo e del romanzo Il contesto. Sciascia spiega i suoi ragionamenti sulla ricezione delle opere in una lettera dell’ottobre 1968:

“Caro Linder, sono un po’ intrigato, nello scrivere il racconto, da un fatto del tutto esterno: dalla preoccupazione, cioè, che i lettori possano confonderlo con la contestazione corrente e alla moda. E poiché la contestazione alla moda è seria e greve, ‘lourde’, io cerco la leggerezza, il divertimento: e così ho lasciato un po’ decantare la materia, a farle raggiungere il grado di leggerezza che può massimamente raggiungere. Mentalmente, il libro l’ho scritto almeno tre volte”.

Se simili considerazioni erano valide già negli anni Sessanta, con il passare del tempo i lettori sono stati sempre più coinvolti, anche nella formazione del gusto letterario, perché sempre più presi in considerazione dalle realtà editoriali e, più recentemente, dai self-publisher.

Ciò non vuol dire che tutti i romanzi debbano essere confezionati su misura per i lettori; è però importante per chi scrive valutare per chi lo fa, come verranno recepite le sue parole, in quale contesto andrà ad inserirsi il suo lavoro e, di conseguenza, creare la domanda anche dove non esiste, guidare in questo modo chi legge, coinvolgendolo nel processo.

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