Gertrude Stein e la bellezza dello scrivere

di Rossella Monaco

(dal portale scrivo.me del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

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(Illustrazione: Paola Rollo)

Una rosa è una rosa è una rosa

Gertrude SteinSacred Emily

La rosa è da sempre metafora della bellezza e della perfezione.

Ciascuno di noi ha ben chiara nella mente la propria definizione di bellezza e la porta dentro di sé a paragone di tutto ciò che vive e che produce. Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace. Ma se insistiamo su questo concetto relativo di bellezza, esiste il pericolo di dimenticare la concretezza universale del fiore. Come quando leggiamo la frase “una rosa è una rosa è una rosa” e ci concentriamo sulla forma. Sulla musicalità e il ritmo delle parole. La rosa non è più una rosa è solo musica, esteriorità, ripetizione diversa e sempre uguale.

A casa Stein, una casa Salon, con le pareti ricoperte di quadri di RenoirGauguinCezanne– allora poco più che sconosciuti – la bellezza era forma ma era anche contenuto. In rue de Fleurus 27 a Parigi si elevavano nel silenzio del sabato sera discussioni sulle modalità, sugli scopi e le fortune della nuova arte, letteraria e pittorica. Poi tutti se ne andavano, dopo lunghe nottate trascorse tra bicchieri, tele e fogli; e Gertrude scriveva, pensava, si riposava, poi ricominciava.

Gertrurde Stein era la lettrice ideale degli scrittori, che tentava di portare l’interno all’esterno e viceversa: ciò che si otteneva era un pastiche di spazio e tempo, come in un quadro cubista appeso alla parete dietro di lei. Era un critico vigile, Stein, e una donna dallo sguardo unico, libera da preconcetti, amante della letteratura e già allora attenta al mercato. Capiva e anticipava la fama. «Gertrude Stein ha bisogno di lettori, non di collezionisti», scriveva, e viveva questa voglia di circondarsi di artisti che sapessero esprimere stile e consistenza allo stesso tempo.

Gli scrittori che si trovavano a casa sua non erano amici (o nemici) di classifica, di premi letterari, o solo persone con cui fare quattro chiacchiere alle presentazioni dei libri. Erano amici con i quali portare avanti una nuova ricerca sulla bellezza, strettamente legata alla forma.

Quando abbiamo perso di vista la bellezza concreta e ci siamo aggrappati alla superficie, la luce si è spenta, abbiamo offerto di noi il lato più brutto e incompleto. E la rosa si è trasformata in cantilena senza senso, triste lamento di voci eterogenee che abbiamo imparato a registrare su supporti tecnologici, a condividere, e abbiamo quindi reso dilagante, “seriale” in senso negativo: una rosa che è solo apparenza, composta di milioni di tesserine sparse per il mondo senza apparente legame. Queste tesserine dovrebbero invece ricomporre un puzzle, una figura che, se non perfettamente aderente alla realtà, provi a riprodurla concettualmente.

Harper Lee e Truman Capote, amici fin dall’infanzia, si influenzarono a vicenda nella scrittura dei loro più grandi capolavori: A sangue freddo e Il buio oltre la siepeMoravia e Pasolini, seppur lontani dal punto di vista ideologico e dei risultati letterari, contribuirono, con il loro dialogo, alla costruzione di un immaginario comune. Puskin e Gogol si scambiarono idee e soggetti per le loro opere, consapevoli l’uno delle possibilità e dei limiti dell’altro.

I grandi scrittori del passato condividevano contenuti insieme alle forme, provavano a costruire il puzzle nella sua interezza insieme ad altri autori ed artisti, o semplicemente dialogando con altri libri. Da soli avrebbero potuto creare soltanto una rappresentazione parziale della rosa.  Insieme invece, sentivano ognuno il profumo, vedevano la forma del fiore e capivano che queste caratteristiche di bellezza esteriori erano strettamente legate alla concretezza, al suo messaggio universale.

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