La narrativa seriale tra arte e pubblico

di Rossella Monaco

(dal portale scrivo.me del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

Immagine

(Illustrazione: Milena Cavallo)

C’era una volta…
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio

Bisogna sempre guardare oltre. Ce lo insegna ormai da più di cent’anni la storia di Pinocchio, ideata da Carlo Lorenzini (Collodi) e inizialmente pubblicata dal 7 luglio al 27 ottobre 1881 sul “Giornale per i bambini”.

La pratica del feuilleton – o romanzo d’appendice – era molto diffusa nell’Ottocento e consisteva nella pubblicazione di lunghi romanzi a puntate sulle riviste. Gli scrittori vi si dedicavano con attenzione, perché per suo tramite era possibile raggiungere ampie fasce di pubblico e perché rappresentava il più delle volte un’operazione commerciale conveniente per autori e editori.

TolstojVictor HugoMatilde SeraoJames Joyce furono tra gli scrittori che scelsero di pubblicare a puntate, affidandosi a meccanismi seriali di successo simili a quelli che oggi possiamo ritrovare nelle serie tv o nel mondo videoludico.

Molto presto però il Gatto e la Volpe decisero di metterci lo zampino e il romanzo d’appendice divenne agli occhi dei critici e del mondo letterario narrativa di serie B, che, pur avvicinandosi per metodi e contenuti alla vera letteratura, non la raggiungeva mai, perché considerata priva delle qualità estetiche ed espressive necessarie. Si metteva il punto sulla ricezione popolare dei testi e non sul fatto che potesse essere una grande occasione di diffondere la letteratura.

Ma come Pinocchio impara che è inutile mentire agli altri e a sé stessi, è bello ricordare che il romanzo è questa cosa qui, fin dalle sue origini: un incontro ideale tra arte e pubblico ed è per questo che nella forma seriale, capace di coinvolgere il lettore nella sua quotidianità, nelle sue abitudini, trova un grande successo.

Hegel definì il romanzo una “moderna epopea borghese”, un prodotto che cercava fin da subito uno stretto rapporto con i lettori, per esprimere le condizioni e le idee di una nuova società, per un pubblico via via più ampio. Il romanzo è per definizione legato alla lingua del popolo, alla quotidianità (romance, in francese, era la lingua romanza, parlata nella vita di tutti i giorni e contrapposta al latino).

Trasferendosi dal libro ad altre finestre, la narrativa seriale non ha perso l’attenzione di interpreti illustri: David Lynch o Quentin Tarantino nel loro lavoro al cinema e in tv; Tom Clancy sceneggiatore di decine di videogiochi per Ubisoft; BoselliSclaviFaraciMari, disegnatori e sceneggiatori delle più famose serie a fumetti.

Più di recente, la serialità è poi emigrata in maniera naturale sul web. Pensiamo agli esperimenti letterari sui social network, come quello della scrittrice premio PulitzerJennifer Egan che ha pubblicato il suo racconto #BlackBox (in italiano #ScatolaNera) esclusivamente su Twitter, a cadenza fissa, facendo discutere sulla riformulazione in chiave moderna del romanzo seriale ottocentesco.

Eppure la spaccatura tra arte e pubblico non è ancora del tutto risanata perché la difficoltà più grande, per chi scrive e per chi decide cosa pubblicare, sta nel presentare opere che funzionino per un ampio pubblico e che ammettano anche una certa letterarietà.

Aveva torto Tommaso Landolfi quando diceva che non si può chiedere a Dumas di essere più di uno scrittore, che non si può chiedere ai suoi romanzi di essere più che pura narrativa. Nel Conte di Montecristo, pubblicato a puntate a metà dell’Ottocento, emergono la società parigina dell’epoca – fondata sull’apparenza, sul denaro e la corruzione – così come si affrontano temi morali ed esistenziali. E questo romanzo ebbe e ha ancora oggi un grande successo di pubblico.

La narrativa seriale, quindi, è sempre stata un modo intelligente di fare letteratura, di arrivare a molte persone.

Oscar Wilde e molti altri hanno sostenuto che l’arte non deve mai tentare di farsi popolare; è il pubblico che deve cercare di diventare artistico. Ma come può il pubblico diventare artistico se l’arte non gli si rivolge, aspirando a diventare popolare?

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