Charles Dickens, lo scrittore “social”

di Rossella Monaco

(dal portale scrivo.me del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

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(Illustrazione: Libero Gozzini)

Non amare Dickens è un peccato mortale, significa non capire che grazie a lui e a pochissimi altri la grande letteratura dell’Ottocento è riuscita a ipnotizzare il pubblico di massa e, nello stesso tempo, a raggiungere risultati artistici insuperabili.

Italo Calvino

In una fredda giornata di dicembre del 1867 una lunga fila di persone attende, tra la neve e le nuvolette bianche dei respiri, di entrare a Steinway Hall. La città di New York sembra paralizzata da quella prospettiva. Non c’è nessuno che non parli di lui. Charles si è preparato al meglio per il suo reading: due cucchiai di Rum con panna la mattina presto e, mezz’ora prima dello spettacolo, un uovo sbattuto nello sherry. È quasi arrivato il momento della performance. Il pubblico, dopo aver pagato un biglietto dal costo molto esiguo per volontà dello scrittore, prende posto nella sala. Nell’aria c’è elettricità. Stanno per vedere e ascoltare il grande Charles Dickens, i cui libri hanno letto intorno al fuoco nelle belle serate familiari, le cui storie hanno lasciato a bocca aperta i bambini e commosso gli adulti. Quelle pagine parlavano un po’ di loro e ora sono lì ad ascoltarle dalla viva voce di chi le ha scritte.

Dickens è tranquillo. I suoi precedenti tour in Inghilterra, Scozia, Irlanda, Italia, sono andati molto bene. Grazie ai giornali, per più di 15 anni si è costruito il suo pubblico virtuale, la sua community, i suoi lettori ideali. Spazzini, casalinghe, bambini, letterati: dal punto di vista sociale è un gruppo molto variegato e ampio, che lo segue con fiducia e affetto.

Sobriamente entra in scena, vestito dei suoi abiti, nessun trucco. C’è solo una luce che gli illumina il volto e le mani, perché tutti vedano la sua gestualità e le espressioni del viso e le colleghino al tono di voce. Davanti a sé ha un leggio, un libro aperto, un tagliacarte, un bicchiere d’acqua. Nient’altro.

Inizia il suo discorso: saluta i presenti, chiede loro collaborazione nell’immedesimarsi nell’infinità di emozioni che sta per rappresentare; chiede, gentilmente, di lasciarsi andare, di partecipare al reading, di interromperlo pure, senza preoccuparsi; chiede di interloquire con lui, immaginando di essere a casa nella biblioteca di famiglia o davanti al camino. E così riesce a creare un’atmosfera intima nonostante in sala ci siano centinaia di persone. Riesce a ricreare quello che ha appena definito:

“Un sentimento amichevole, cordiale, senza restrizioni”.

La folla applaude, lo incita. Un attimo di silenzio e i personaggi e le storie prendono vita.

Il giorno successivo i giornali riportano il successo dell’iniziativa meravigliati dall’aria familiare che vi si respirava. Dickens è considerato un amico dai suoi lettori, è molto più che uno scrittore, è un loro conoscente, che a tutti sembra di frequentare da sempre. E questo perché in tanti anni si sono immedesimati nei personaggi, interpretati e creati dall’autore, hanno visto in lui una semplicità inedita e se la sono portata a casa.

Dopo essersi separato con la moglie Catherine, a partire dal 1858, le letture pubbliche erano diventate la sua maggiore occupazione: furono quasi 500 alla fine della sua carriera. Alcune a scopo umanitario, altre per il guadagno personale. Dickens amava stare in mezzo al suo pubblico, conversare con loro. Oggi diremmo che era uno scrittore “social”, nel tema dei suoi romanzi e nelle relazioni di tipo orizzontale che stringeva con i lettori. Era certo consapevole dell’impatto mediatico di queste rappresentazioni e vi vedeva lo sbocco naturale del suo mestiere di scrittore. Dopo ogni lettura le vendite dei libri triplicavano e la lettura dei suoi libri faceva accorrere il pubblico alle performance, i giornali ne parlavano – anche i suoi giornali – e pubblicavano illustrazioni e romanzi a puntate, che contribuivano a creare questa rete di relazioni e amicizie virtuali. Le lettere dei lettori gli chiedevano di non lasciar morire un personaggio, permettevano al pubblico di partecipare in maniera attiva alla creazione: una sorta di coro orchestrato dal narratore.

Era qualcosa di inedito all’epoca, mentre oggi siamo abituati alle presentazioni degli scrittori, alle letture e alle scritture pubbliche e virtuali, al contatto diretto con l’autore sui social network. Anche in questo, Dickens fu un precursore.

E la cosa straordinaria è che, dopo la sua morte, rimase per molto tempo un punto di riferimento, anche per gli scrittori delle generazioni successive. Tra gli estimatori di Dickens: ConradKakfaTolstojDostoevskijJoyceSalman RushdieSaul Bellow.

Henry James molti anni dopo raccontò di essersi nascosto sotto il tavolo quando aveva appena sei anni, mentre la sua famiglia leggeva David Copperfield, il nuovo romanzo di Dickens appena arrivato per nave dall’Inghilterra. Fu così preso dalla storia che a un certo punto scoppiò a piangere, fu scoperto e spedito in camera sua. Ma qualcosa era già successo:

“Sentii che ero stato generato quella notte come artista. D’istinto compresi che grazie a Dickens il mondo poteva essere analizzato e riassunto in un libro”.

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