La letteratura: una normale ossessione

di Rossella Monaco

(dal portale scrivo.me del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

Immagine

(Illustrazione: Tai Pera)

Tutti siamo costretti, per rendere sopportabile la realtà, a tenere viva in noi qualche piccola follia.

Marcel Proust

L’attenzione maniacale per particolari all’apparenza trascurabili, l’ossessione per alcuni temi e un’immagine sfuggente: sono tutte caratteristiche che hanno allontanato la figura dello scrittore dalla comune concezione di ciò che è “normale”. Alcune curiosità sui grandi della letteratura non fanno che confermarlo.

Truman Capote, ad esempio, non iniziava e non terminava mai un libro di venerdì. Era talmente superstizioso che non lasciava più di tre mozziconi di sigarette nel posacenere, piuttosto se li infilava nella giacca. Friedrich Schiller si sentiva ispirato dall’odore di mele marce che teneva sempre nella sua scrivania. Edgar Allan Poe affidava a Catterina, il suo gatto, le scelte letterarie, leggendole ciò che scriveva e cercandone l’approvazione. Mark Twain si vestiva elegante ogni volta che doveva iniziare a scrivere, come se fosse un rito o una ricorrenza da festeggiare. C’è poi chi ricopriva le pareti della propria stanza di schemi come William Faulkner, fino a esserne circondato, e chi, cascasse il mondo, faceva una passeggiata ogni giorno alla stessa ora, come Immanuel Kant.

I rituali e le scaramanzie fin qui delineati possono essere facilmente accostati a disturbi ossessivi e del resto non è così azzardato avvicinare letteratura e follia come molti critici letterari e scrittori hanno fatto. Foucault ha scritto:

La nostra epoca ha scoperto – e in maniera quasi simultanea – che la letteratura, in fondo, era solo un fatto di linguaggio e che la follia, da parte sua, era un fenomeno di significazione.

Proviamo quindi a chiederci: Che cos’è la letteratura? È la letteratura stessa a porsi questa domanda e a cercare le risposte. Il meccanismo è parte integrante dell’atto di scrivere. Un processo autoreferenziale. Gli autori sono sempre animati dal bisogno di proporre qualcosa di nuovo rispetto al passato e al tempo stesso dalla necessità di situarsi in maniera legittima all’interno di uno spazio letterario già definito. Un ciclo ossessivo di “nuovo e sempre uguale”, per dirla alla Benjamin. Le opere letterarie ci aiutano a meditare sull’animo umano e lo fanno grazie a questa catena di specchi tra normalità e diversità, dove l’una riflette l’altra, all’infinito.

Pensiamo all’Orlando Furioso e al Don Quijote; ai romanzieri del XVIII-XIX secolo e al tema del manoscritto ritrovato (Walter ScottAlessandro Manzoni); alla riflessione sull’atto creativo camuffata nei romanzi (Mary Shelley); a Mallarmé e ai poeti maledetti; al ricorso alle citazioni nei romanzi del Novecento (Angela CarterIan Mc Ewan). Senza dubbio, ci sono grandi differenze tra queste esperienze letterarie, ma il tema comune della follia, come strumento di conoscenza dell’io, rimane molto forte a caratterizzare tutti gli scritti, in maniera più o meno consapevole.

La letteratura ci parla di ossessioni anche nel suo essere combinazione di presente, passato e futuro. Nabokov amava richiamare frammenti del tempo andato e continuò per tutta la vita, fino a quando non fu che ripetizione, memoria che ingurgitava e incrementava altra memoria, ponendosi al di sopra di qualsiasi livello temporale, al limite con l’immaginazione. Avete mai letto (o visto) L’Ultimo Nastro di Krapp di Samuel Beckett? Questo scrittore fece della ripetizione, anche stilistica, la base della sua riflessione letteraria sul non senso.

Le tante ossessioni degli scrittori, le nevrosi, la memoria che trascrivono delle cose e degli eventi – con angoscia un po’ feticistica o con nostalgico sollievo – si riflettono anche nei personaggi e nei loro comportamenti. Ne sono esempio Vitangelo Moscarda protagonista di Uno nessuno centomila di Pirandello – che assume la consapevolezza di essere disgregato in altrettante individualità quante sono le concezioni che gli altri hanno di lui – e Zeno Cosini, frutto della fantasia di Italo Svevo, un altro di quei personaggi nevrotici che tentano di affrontare la relatività dell’esistenza. E non possiamo dimenticare, in questo nostro breve percorso nella follia, il romanzo europeo, da Kafka a Joyce, da Musil a Schnitzler.

Come in tutte le opere d’arte, i temi prendono forma nello stile: la ripetizione di frasi, suoni e parole diventa incarnazione visiva e musicale delle ossessioni, grazie alle allitterazioni, alle anafore, alla costruzione del periodo, all’uso della punteggiatura. L’ossessione non può che influenzare lo stile letterario e quindi quello che leggiamo; alla fine, noi stessi. E così scopriamo che tutto è così pervasivo da poter essere ricondotto paradossalmente alla normalità.

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