I luoghi della scrittura

di Rossella Monaco

(dal portale scrivo.me del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

(Illustrazione: Studio Armad’illo / Zosia Dzierzawska)

Le case sono contenitori affettivi. Di per sé sono come le parole che non significano niente finché qualcuno non se le veste addosso. Muri vuoti, ma dentro aleggiano i fantasmi delle persone che le abitano.

Andrea Bajani

 

I luoghi della letteratura non sono città, fatte di case e persone indaffarate, o campagne estese fino all’orizzonte. Non sono paesaggi fluviali e marittimi, fatti di cose ed esseri viventi. I luoghi della letteratura hanno sempre a che fare con la soggettività che mette in forma la narrazione, oltre che con i personaggi che ci vivono. Sono posti reali e anche un po’ mitici, ricostruiti in un’infinita combinazione di possibilità romanzesche.

La creazione dei luoghi nel romanzo è, anche dal punto di vista tecnico, una fase molto importante della scrittura perché determina il modo in cui personaggi si muovono e dona al lettore delle informazioni in più sulla loro vita.

Parlare dello spazio e del suo rapporto con la scrittura non è affatto semplice oggi, nella civiltà dei non-luoghi e delle terre virtuali, dove la ricostruzione immaginaria degli spazi ha dato forma a qualcosa di molto concreto, fatto di impulsi elettrici e immagini modificate nella loro sostanza digitale, e dunque fisica, sullo schermo. Va da sé che il modo di rapportarsi ai luoghi ha subito una trasformazione negli ultimi decenni, anche per gli scrittori.

La parola scritta è da sempre una sintesi tra musicalità (che pertiene al tempo) e immagine (che riguarda lo spazio); si pone al centro tra l’arte musicale e quella pittorica-fotografica, riunendo in sé la dimensione spazio-temporale.

Molti scrittori e poeti hanno dato del paesaggio un’interpretazione in chiave geologica perché porta in sé i mutamenti del tempo, è investito di ricordi e significati esistenziali. E il viaggio riassume in maniera unica questa geologia, sin dai tempi di Omero.

Ma la percezione di trovarsi in una spazialità così connotata dal tempo è relativamente recente, una consapevolezza man mano rinforzata dai progressi in ambito fotografico, nel cinema e nei trasporti. Se ci pensate, il viaggio ha molto a che fare con l’immaginazione. Un passeggero sul treno ha la possibilità di concentrarsi sul paesaggio in movimento nella sua fissità da spettatore; e si crea, in entrambi i casi, uno sguardo concettuale, ricostruito, in grado di unire presente, passato e futuro in un flusso: quello delle parole sul foglio bianco e quello delle immagini sul finestrino.

Il successo delle citazioni credo sia dovuto alla nuova importanza data all’immagine e al frammento, alle sue relazioni con il resto. La citazione è come uno scatto da condividere con gli amici sui social network, il modo di affermare il proprio legame con i luoghi e le persone. Un modo di viaggiare con le parole, avvicinarsi e allontanarsi dagli altri.

Il viaggio è tema e ispirazione di moltissime opere letterarie.

La scrittura di Andrea Zanzotto, ad esempio,  fu molto suggestionata dal suo girare in bicicletta nel territorio da Asolo fino a Vittorio Veneto.

Il capitolo “Reincarnazione” del Fu Mattia Pascal di Pirandello si svolge quasi interamente sul treno, ed è lì che Mattia, il protagonista, riflette sulle sue due identità. In Corto viaggio sentimentale di Italo Svevo, il paesaggio all’esterno riflette l’interiorità del personaggio che vi si specchia.

Come esperienza letteraria, viaggiare è quasi sempre riconoscersi, grazie a un senso di alienazione, di alterità, e quindi di ridefinizione nel rapporto con l’altrove geografico. Sono concetti di non semplice comprensione. Avere un posto che si sente in qualche modo familiare in cui ritrovarsi, come una casa o il vagone di un treno o, ancora, l’impersonalità domestica delle biblioteche e dei Caffè, sembra dare una sorta di conforto agli scrittori, che cercano una certa ripetitività, un’abitudine da rispettare. Così gli studi degli scrittori, dove si dedicano alle loro fatiche letterarie, sono da sempre nelle fantasie dei lettori. Sono luoghi di eremitaggio, di reclusione forzata, a volte dei santuari. Oppure semplici postazioni di lavoro. C’è chi fa della propria stanza l’estremo rifugio con accesso negato, come Marguerite Duras, e chi adora condividerla con amici e parenti come Charles Dickens. I quaderni del carcere di Gramsci sarebbero stati la stessa cosa se avesse scritto le sue lettere a casa? O in una stanza d’albergo?

Proust scriveva recluso in una stanza, a letto; tutte le aperture erano schermate, mura e tetto erano sigillati col sughero per isolare dal rumore e dalla polvere. Rosetta Loy scrive rivolta verso il muro, su un ampio tavolo disordinato. Valerio Massimo Manfredi scrive in una torre, sotto le capriate, all’altezza delle chiome degli alberi, dove la notte è possibile sentire il movimento degli uccelli notturni sul tetto. Andrea Camilleri si muove tra due tavoli, uno grande e uno piccolo, grazie alla sua sedia girevole da barbiere dell’Ottocento. Paola Mastrocola preferisce scrivere alla Biblioteca Nazionale. Tomasi di Lampedusa scriveva al Caffè Mazzara di Palermo. Sartre e Hemingway nei café di Parigi.

E se la curiosità per le stanze e gli studi degli scrittori è così forte un motivo c’è: i luoghi dei loro romanzi sono spesso i luoghi in cui hanno scritto e vissuto, nel presente e nel passato. Anche quando trasfigurati dalla fantasia o ricostruiti da più località, realmente visitate o solo immaginate; anche quando assumono l’inconsistenza virtuale di un viaggio su Internet.

Nei luoghi sono incarnati l’anima e il corpo di ogni scrittore e lì resteranno, in mezzo alle parole, anche dopo la morte.

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