La scrittura e il tempo

di Rossella Monaco

(dal portale scrivo.me del Gruppo Mondadori. Rubrica “Sulle spalle dei giganti”)

Immagine

(Illustrazione: Studio Armad’illo / Nina Cuneo)

In ogni caso il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo.

Italo Calvino, Lezioni Americane

Anche chi non scrive sa che un romanzo è simile a un viaggio in una macchina del tempo. Non è più inverno, è estate; non è più giorno, è notte; non è più il 2014, è il 1940 o il 2045. All’interno di un’opera, il tempo ha regole tutte sue, a volte diverse da quelle del mondo reale. In aggiunta, chi scrive sa che spesso durante la creazione letteraria si perde la cognizione del divenire. Per uno scrittore è sempre difficile dare metodo alla propria attività quotidiana.

Il tempo come tema, il tempo come struttura narrativa, il tempo come norma di lavoro, il tempo come qualità interiore, il tempo per la lettura, il tempo perso: sono diverse facce dello stesso cubo e si influenzano vicendevolmente nel mondo dello scrittore. Egli ha da sempre con la dimensione temporale un rapporto complesso e interessante. Cerca di acciuffare i secondi, di non sprecarli, di metterli tra le pagine, di dargli una forma ben definita secondo il suo modo di vedere le cose.

C’è chi ha basato interi romanzi sul tempo. Pensiamo banalmente all’ossessione del Bianconiglio e all’ora del tè in Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll o alla percezione del mutamento nel Grande Gatsby di F. S. Fitzgerald. E quando si parla di tempo, è impossibile non riferirsi a Proust e alla sua Recherche. Tantissimi sono gli scrittori che si sono confrontati e si confrontano tutt’oggi, in maniera anche opposta, con la quarta dimensione. Troppi per citarli tutti. Il Novecento può essere considerato a diritto il secolo della ridefinizione del tempo, che ha reso ancor più complesso il mestiere dello scrittore. Tanti i personaggi e gli studi, le tecniche e le tecnologie che hanno influito nella ricerca: la Relatività, il pensiero di Bergson, i passi da gigante nel campo dei trasporti, della fotografia e del cinema, la rete internet, il digitale e i progressi in campo industriale e scientifico. Materiale narrativo e metodologico interessante.

Incarnare il tempo nelle pagine non è cosa semplice. Si tratta di un’entità senza forma precisa. È qualcosa di pervasivo, immateriale, cui da sempre cerchiamo di dare una definizione. Convenzionalmente lo releghiamo in ore, giorni, mesi, anni. Per rendere regolare qualcosa che non lo è affatto.

Allo stesso modo, lo scrittore, se vuole essere produttivo e creare qualcosa di concreto, sa che è necessario scadenzare le proprie attività, darsi un programma, dare forma alla propria creatività. T.S. Eliot, ad esempio, non scriveva per più di tre ore al giorno: “Quando ho provato ad allungare le tre ore, non ho mai prodotto cose soddisfacenti. Meglio piantarla lì e fare qualcosa di diverso”.

Alberto Moravia, per necessità pratiche, scriveva di mattina, il pomeriggio lo dedicava al lavoro giornalistico. Ken Follet si auto-impone di lavorare dalle 9 alle 16, come un impiegato. Truman Capote realizzava programmi di lavoro precisi per diversi anni a venire e li rispettava immancabilmente, per lo stupore delle persone che lo circondavano.

Se scaviamo più a fondo e analizziamo l’effettiva qualità di questi attimi, scopriremo che gran parte del lavoro dello scrittore è tempo perso, in un’accezione positiva che non tutti riescono a capire. J. Conrad lamentava l’incapacità di far comprendere agli altri che, anche quando apparentemente era inoccupato e si smarriva a guardare fuori dalla finestra, stava lavorando. Perché l’ozio letterario è infinitamente produttivo. Tanto caro era per Petrarca l’allontanarsi dal “rumore mondano”, l’ozio dedicato alla cultura, alla lettura, il lavoro solitario interrotto solo di tanto in tanto da un amico. Dedicarsi ad altro, perdere tempo, può essere un ottimo metodo per smettere di pensare a un passaggio ossessivo e sbloccare la creatività.

Una cosa è certa: “Per essere poeti bisogna avere molto tempo”, come diceva Pasolini, anche per leggere altro. Lui stesso si ritagliava degli spazi per la lettura durante il tragitto casa-scuola, sui treni e sugli autobus affollati. E lo faceva tutti i giorni, con regolarità, aiutato forse dallo scorrere uniforme e indistinto delle immagini sul finestrino. È grazie alla regolarità che la creatività, di per sé informe, cresce; altrimenti dilaga e si disperde, come il tempo.

E tra i vuoti e i pieni scanditi dalla scrittura, si crea un ritmo peculiare. Un ritmo che è diverso per ognuno e che coinvolge il testo e le modalità espressive, così come i processi creativi. Attilio Bertolucci passeggiava nei boschi con un taccuino e scriveva seguendo il ritmo del camminare. Lo stesso facevano Mandel’stam e Chatwin e molti sono gli scrittori che si sono fatti ispirare dal fluire ossessivo e ciclico dei mezzi di trasporto.

Ma l’argomento è troppo vasto per non perdersi in digressioni e anticipazioni dannose. Meglio seguire il programma. Il mestiere dello scrittore è, alla fine, la capacità di dare una forma limitata al tempo. E allo spazio anche. Ma di questo parleremo la prossima volta.

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