Descrizione di un quadro in racconto

Per la nona lezione sulla descrizione abbiamo chiesto ai partecipanti di scrivere un racconto a partire da un famoso quadro: La colazione dei canottieri di Renoir, che privilegiasse la parte descrittiva ma che fosse interessante anche dal punto di vista della narrazione. Abbiamo scelto di pubblicare il racconto di Stefano Senatore che bene rappresenta questo equilibrio. Buona lettura.

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Arrivarono su due carrozze separate.

Lei accompagnata dal padre e dal fratello, lui con la sorella e un paio di amici.

Un volta giunti a destinazione, dopo i saluti di rito, approfittarono della confusione per abbandonare la mischia e passeggiare lungo il corso d’acqua riparati dai salici piangenti.

Il sentiero era uno sterrato largo un paio di metri e costellato da qualche pozzanghera fangosa, residuo del temporale dalla sera precedente. Da un lato il bosco e dall’altro il lago, coperto dalle fronde degli alberi. La vista si perdeva in lontananza e il silenzio era riempito dai cinguettii e dalle voci lontane della compagnia che si era riunita sulla riva. All’orizzonte si poteva scorgere una vela navigare trascinata dalla corrente tranquilla delle acque.

“Qui non dovrebbe vederci nessuno”, sussurrò lei prendendogli la mano.

Lui la strinse.

Passeggiarono in silenzio. Le loro mani unite dicevano già tutto.

A un certo punto videro uno yorkshire nero con le zampe grigio chiaro correre verso di loro, un rumore di passi veloci lo seguiva.

Un’occhiata d’intesa e si divisero proprio là dove il sentiero si biforcava, ognuno nascosto dietro a un cespuglio.

Emilia arrivò col fiatone a recuperare il cagnolino scappato. Addobbata con una gonna lunga scura in tinta con la giacca, colletto e maniche di pizzo bianco, non le risultava facile correre senza sembrare goffa. Teneva il suo cappello di paglia ornato sulla cupola con un nastro azzurro e fiori variopinti, non voleva rischiare che le cadesse in acqua. Con una mano afferrò Gastone e con l’altra si riposizionò il cappello sulla lunga chioma ramata, raccolta in una coda.

Si voltò e tornò nel gruppo senza badare ad altro se non a camminare facendo attenzione a non sporcarsi su quel sentiero a tratti melmoso.

Dopo qualche minuto, i due tornarono sui loro passi e si riunirono al resto della combriccola. Chiacchiere e sole rendevano la giornata una favola, se non fosse stato per quel senso di inquietudine che lei si portava dentro ma di cui si sarebbe presto liberata.

Quando il sole raggiunse lo zenit, tutti si spostarono sulla terrazza della villa che si affacciava sul lago, una tenda a strisce longitudinali grigie e arancioni la teneva ombreggiata senza renderla troppo buia.

Si accomodarono a tavola e il pranzo iniziò.

Il pasto era saporito e accompagnato da vino rosso ad alta gradazione.

Tutti, seduti ordinatamente al proprio posto, assaporavano le pietanze che scorrevano dalla cucina ai tavoli.

Occhiate lanciate da un tavolo all’altro e non intercettate, se non dal destinatario, intervallate da occhi bassi sul piatto, facevano da contorno.

Giunti alla frutta, l’ordine si sciolse e ognuno si mise a conversare del più e del meno, aiutato dall’alcol che favoriva una buona parlantina, anche ai meno avvezzi alle chiacchiere.

Si parlava della festa di primavera in programma per la settimana seguente, di battute di caccia e del ballo dei primi di maggio.

Giulia era appoggiata alla ringhiera con lo sguardo perso nella direzione di Luca, in silenzio. Con la mente ripercorreva la loro passeggiata sul lago e  fantasticava cullandosi in altri ricordi segreti. Si sorreggeva il capo con la mano destra, gomito sulla ringhiera e palmo sotto il mento. Il braccio sinistro era adagiato sul parapetto come un gatto sonnacchioso. Il suo corpo era messo in risalto da un maglioncino bianco con la maniche bordate di arancione chiaro che lasciavano scoperti gli avambracci pallidi, il cappello di paglia col nastro verde faceva spuntare ciocche castane sulla sua fronte liscia.

Neanche stava ad ascoltare le parole che uscivano dalla bocca di Antonio. Seduto di  fronte a lei, le faceva il filo parlando dei suoi ultimi lotti di terra acquistati e mettendo in bella mostra il suo costoso vestito scuro e la bombetta.

Noioso!

Lei osservava Luca, col suo maglione chiaro da cui sporgeva un colletto bianco con cravatta nera e i capelli un po’ scompigliati. Era meraviglioso.

Stava in piedi tra i suoi due amici di sempre, Giancarlo e Anna.

Anna voltata appena alla sua sinistra gli porgeva l’orecchio, facendo attenzione a ogni sua parola. Un cappellino bianco le copriva in parte i capelli rossicci, il vestito azzurro terminava con grande colletto bianco di pizzo che contornava morbido la pelle lentigginosa. La sua eleganza e il portamento contrastavano con quelle di Giancarlo, seduto a cavalcioni sulla sedia girata al contrario e con indosso la sola canotta bianca su dei calzoni scuri. Il cappello di paglia scopriva dei corti capelli castani, meritevoli di una riordinata dal parrucchiere. Entrambi sembravano pendere dalla labbra di Luca, appoggiati sulla tovaglia ormai spiegazzata dove restavano solo bottiglie mezze vuote, bicchieri abbandonati alternati a rimasugli di pane sbocconcellato e cesti di frutta.

Starà parlando del suo ultimo sonetto – pensava Giulia. Non si capacitava di come Emilia stesse giocando col suo cagnolino senza badare a lui, pur avendolo di fronte. Possibile che solo io vedo quanto è bello? Sono tutte interessate solo a chi ha più pezzi d’oro in cassaforte e medaglie al petto?

Lucio, spalle alla ringhiera, sovrastava tutti con la sua altezza e la sua muscolatura messa in evidenza dalla canotta che lasciava scoperti i bicipiti. Con la sua barba rossa e lo sguardo sostenuto sembrava un gendarme, intento a controllare che tutto proseguisse senza intoppi.

Giulia aveva deciso per quel giorno di non badare a lui, sapeva benissimo che suo fratello non avrebbe approvato la sua unione con Luca, ma a lei che importava? Non era mica suo padre!

Ebbe un fremito pensando alla sera prima, nel granaio. Si erano ritrovati lì tardi, quando tutti erano già persi nei fumi dell’alcol e non avrebbero ricordato neanche il loro nome se solo glielo avessero chiesto.

Lui aveva letto il sonetto che le aveva dedicato. Lei era arrossita un attimo, poi gli si era lanciata tra le braccia cercando la sua bocca. Il resto era stato poesia allo stato solido.

Ora erano di nuovo insieme, ma divisi da quel segreto. Ancora per poco.

Suo padre era alle sue spalle, col suo inseparabile cilindro in testa e la giacca nera lunga fino al bacino. Stava discutendo di ferrovie col cugino Sergio. Non avrebbe badato a lei, almeno per un po’. Poi i treni sarebbero andati in secondo piano. E pensare che lui la voleva sposata con Antonio! Troppo presuntuoso, precisino e… vecchio! Otto anni più di lei erano decisamente troppi per i suoi gusti.

Un attimo di terrore le attraversò lo stomaco pensando a quello che sarebbe potuto succedere, ma se ne andò via subito, quando ripose lo sguardo verso il suo amore.

Mancava poco.

Finalmente, Edoardo, padre di Giulia nonché padrone di casa, prese parola:

“Grazie a tutti per aver partecipato a questa giornata di festa. Vi aspetto al ballo di maggio”, si girò appena verso Antonio facendogli l’occhiolino, “e fortunato sarà colui che avrà l’onore di danzare con mia figlia” concluse indicandola a due mani.

Lei sorrise.

Antonio si alzò e le andò incontro tendendole la mano. Lei la scansò. In pochi passi arrivò a fianco al padre.

Sguardi interrogativi percorsero il terrazzo.

“Sono felice di annunciare chi sarà il mio cavaliere”, riuscì a dire con voce ferma ma col cuore tremante. Si girò verso Luca, allungandogli le braccia.

“Eccomi, mia principessa!” disse lui, abbracciandola.

Al silenzio stupefatto seguì un brusio interrogativo.

Antonio sembrava in stato catatonico, Edoardo non sapeva se gridare o lanciarsi su Luca per staccargli la testa, le donne sorridevano maliziose perché già avevano intuito da tempo.

Giulia e Luca oltrepassarono questa momentanea immobilità a passi decisi, salirono su una carrozza e si diressero verso la loro nuova vita insieme.

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