Un personaggio speciale

Nell’ottava lezione del corso abbiamo parlato di caratterizzazione dei personaggi. Abbiamo chiesto ai corsisti di scrivere un racconto di loro invenzione che includesse un personaggio noto della letteratura, del cinema o della tv, già fortemente caratterizzato, in un altro contesto. Ecco il racconto di Herbert Zambelli. Buona lettura.

Si risvegliò dal sonno indotto, con in testa un urlo disperato. Sentiva un tepore lungo il corpo, che gli fece intuire di essere sotto delle lenzuola calde; il profumo di ammorbidente rafforzò la sensazione. Ci volle qualche istante prima che gli occhi riuscirono a dargli la visione del luogo in cui si trovava.

“Ma dove cazzo sono?”, sgranò gli occhi.

Non era nella cloaca di appartamento che aveva preso in affitto per farsi, non era disteso sopra un materasso pieno di macchie, l’unica nota di colore a un umido e buio appartamento. Era in un letto caldo, coperto da lenzuola bianche, era altrove.

Rimase immobile ancora per qualche istante poi cominciò a guardarsi intorno. Di fronte a lui, una grossa porta scorrevole, dava verso un corridoio, alcune persone in camice bianco lo stavano percorrendo. La stanza era di un bianco immacolato e la luce del sole che picchiava sulle pareti dava un riverbero fastidioso agli occhi. Sopra la porta un enorme orologio digitale segnava le 11.35 am. Sentiva un rumore familiare, il ronzio delle pompe da infusione e il bip dei monitor, unito a un odore acre di disinfettante chirurgico. Era in una stanza d’ospedale.

Come c’era finito in quella stanza? L’ultima cosa che ricordava era la botta forte dell’eroina che entrava in circolo e poi il battito del cuore che pian piano rallentava fino a fermarsi. Girò leggermente la testa dalla parte in cui era arrivato l’urlo: un uomo ricoperto da pustole su buona parte del viso, si agitava in preda a convulsioni, la bocca si apriva e chiudeva lasciando uscire un suono gutturale e liquido, le gengive rosse e tumefatte non avevano l’ombra di un dente. Aveva gli occhi spalancati, il bianco aveva lasciato il posto a un giallo iniettato di striature rosse.

In quell’istante il suo cervello si rimise in moto, ebbe la sensazione di un motore che con un tonfo secco faceva ripartire i cilindri risucchiando benzina. Quando mise insieme in pochi istanti la diagnosi di quell’uomo, s’insinuò dentro di lui la paura. Quell’uomo stava lentamente morendo di Aids, l’aveva capito dalle pustole sul viso, e dalle convulsioni che probabilmente erano date dalla febbre molto alta, una cosa non era chiara: uno stadio della malattia così avanzato non l’aveva mai visto. Solitamente il corpo non può sopportare la distruzione del virus per molto tempo e quando gli antiretrovirali non fanno più effetto, la morte è veloce.

La paura che provava era dettata dal non sapere perché si trovasse nel letto di un reparto di malattie infettive, aveva anche lui l’Aids? Oppure qualcos’altro…

Veloce tentò di alzare un braccio per vedere se la sua pelle cominciava a ricoprirsi di segni, vide un grosso ago inserito nel braccio ma nessun segno di ferite, croste o altro. Si rilassò un attimo, deglutì e nello stesso istante in cui la saliva cominciò a scendere lungo la trachea, un bruciore intenso, come se qualcuno gli avesse acceso un fuoco nella gola, gli fece risalire il senso di paura.

Si girò di scatto verso l’altro letto e vide una figura vestita di bianco, china verso l’uomo disteso nel letto.

Non era alto, portava un paio di zoccoli bianchi di plastica e una divisa anch’essa bianca, il collo era velato da pochi capelli corti, le orecchie leggermente sporgenti, finivano appuntite. Le mani coperte da guanti azzurri armeggiavano sul braccio dell’uomo nel letto e quando ebbero finito, si portarono verso la testa e presero ad accarezzarla.

“Ehi, tu”, disse House cercando di sopportare il bruciore in gola, ma non ebbe risposta.

“Ehi,  dottor Spock puoi girarti?”, ma non ebbe nessuna reazione.

“Ho bisogno di una mano per favore”.

L’uomo si girò. udendolo finalmente. “Lei è sveglio?” disse.

“Ascolta non ho tempo di aspettare, ho la gola che mi brucia, la gamba che mi fa un cazzo di male, ho bisogno che tu venga subito”, disse urlando.

Non ebbe risposta.

L’uomo chiamò un collega, ripose gli attrezzi su un carrello di acciaio, tolse i guanti e li gettò in un contenitore, si lavò le mani e poi si girò verso di lui.

Il viso era ricoperto da una leggera barba, portava un paio di occhiali blu, sorrideva. Si avvicinò al suo letto.

“Non sia scortese, non l’avevo sentita… ”

Gli occhi del ragazzo erano marrone-verde, lo scrutavano. Si rivide in lui.

“Ascolta, ragazzo, mi sono svegliato in questo posto e non so per quale motivo mi trovo qui, ho la gola che mi va in fiamme…”

“Mi ascolti…”, disse l’uomo, “si trova nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Bergamo…”

“Bergamo, ma dove si trova?” disse con aria interrogativa.

Il ragazzo non riuscì a trattenere una risata “Bergamo, Italia!”

“Mi ascolti attentamente. Io sono americano, l’ultima cosa che mi ricordo è che mi trovavo in una camera nella zona di Las Vegas, mi manca una buona parte della mia vita partendo da lì”.

Il ragazzo capì che non stava scherzando, il viso si fece più serio, la risata divenne un sorriso di conforto.

“Quel che so dalla sua cartella clinica recapitatami stamattina è che è stato trovato circa due anni fa fuori dal parcheggio delle ambulanze, in coma, è stato portato al pronto soccorso dove, dopo le prime cure, l’hanno trasferita in terapia intensiva”.

Si fermò un attimo, attese ancora qualche secondo e poi riprese il racconto: “Tre giorni fa ha ripreso a muoversi e a respirare da solo, il bruciore in gola è dovuto al tubo endotracheale che ha tenuto fino a poco fa, dalle analisi che le hanno fatto all’ingresso, è risultato affetto da epatite C, credo sia dovuto all’abuso di… ehm… eroina…” esitò, “è stato trasferito in questo reparto poco fa…”

“Ascolta, dottor Spock, smettila di prendermi per il culo, sai chi sono io? Il mio nome è Gregory House, medico rinomato di un importante ospedale del New jersey, e se questo è uno scherzo, ti giuro che nessuno mi potrà fermare quando il mio pugno sbatterà contro la tua faccia”.

Il ragazzo riprese a ridere dopo un attimo, spazientito: “Senti, se tu sei il dottor House, io sono Superman e porto gli occhiali perché adesso sono sotto copertura; assomigli in modo strabiliante all’attore che recita la parte di House, lo vedo, ma purtroppo devo comunicarti una notizia, non siamo in un telefilm, l’ottava serie è terminata almeno cinque anni fa, e tu hai sbagliato reparto, mio bello, perché la psichiatria sono tre piani sotto al nostro…”

“Ti assicuro che sono House, secondo te come posso capire che la persona alla mia destra ha l’Aids e quella alla mia sinistra un’encefalite acuta? Se fossi un semplice paziente, non potrei saperlo”.

Il viso del ragazzo si fece serio, non riusciva a capire come l’uomo avesse azzeccato le diagnosi di entrambi i pazienti nella stanza: nessuno è in grado di fare una cosa simile in così poco tempo.

“Forse eri un medico prima di finire così, ma ti assicuro che non puoi essere il dottor House. E poi parli italiano…”

“Non ti è passato per la testa che forse sei tu, con le tue belle orecchiette a punta ad aver bisogno della psichiatria? E che magari… sei in un fottuto telefilm?”

“Ma come?…”

“Magari per spiegare come, faranno una puntata a parte, dove tu fortunatamente non ci sarai”, disse House al ragazzo che adesso appariva visibilmente turbato.

House continuò: “Mi vuoi spiegare cosa ti prende? Attieniti al copione!” alzò la voce, poi trasse un respiro e con calma cercò di tranquillizzarlo.

“Senti, Herbert, non so cosa succede, non so perché ti comporti così…” e aggiunse: “… ricordi Tequila e Bonetti? Quel telefilm sul detective e il cane che parlava, avevano fatto una serie in Italia, una vera cazzata a dire il vero…”

Herbert si fermò, si guardò in torno, ebbe l’impressione che stesse cambiando qualcosa, c’era qualcosa di diverso, guardò l’attore che interpretava House: “Non hai la stessa voce che hai nel telefilm in italiano… ” Si aggrappò al letto, tolse gli occhiali e strizzò gli occhi: “Se è vero quello che mi stai dicendo, adesso da quella porta entrerà la gnocca di turno, pseudo-attrice reperita da qualche…”

Non ebbe il tempo di finire la frase che la porta scorrevole si aprì e una procace ragazza entrò in camice bianco, era talmente formosa che i bottoni del camice a stento si chiudevano, e il seno era messo in bella mostra.

La sua vista si annebbiò e cadde in terra svenuto.

Ebbe solo il tempo di sentire la voce del regista: “Stop… Hugh, scusami, sapevo di non dover usare un vero infermiere, ma il budget è quello che è. Herbert… Herbert… svegliati”.

Buio.

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2 replies

  1. Bello! Scritto molto bene, House è ben caratterizzato e il colpo di scena finale inaspettato!

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