A proposito di verosimiglianza: documentarsi

Per la quarta lezione abbiamo chiesto agli iscritti di pensare a un luogo reale a loro vicino, dove poter ambientare un racconto. Lo scopo era documentarsi, osservare le persone, parlarci, farsi raccontare storie, disegnare quel luogo con le parole o in immagini.

Ecco il racconto di Barbara Salardi che bene si è approcciata a questa documentazione dei luoghi, tanto che ci sembra quasi di essere lì a vedere. 

Arrivai a Roncobilaccio che erano le 11. Presi la strada principale che taglia il paese a metà e passai sotto il ponte ad arco dell’autostrada A1. Andando ancora avanti uscii dal paese e sul lato destro trovai uno stradellino asfaltato delle dimensioni di una mulattiera che si addentrava nella vegetazione. All’imbocco dello stradellino, due cartelli stradali indicavano “Castagnolo” e “Capannelle”.

Dopo una breve camminata, ecco apparire il primo piccolo agglomerato di case, soltanto cinque edifici massicci in sasso: Castagnolo di sotto. Anche se tutto lasciava pensare che le case fossero abitate – imposte aperte, sedie e tavoli da giardino, fiori curati alle finestre – non c’era nessuno in giro. Lo stradellino proseguiva, e continuai, in mezzo alla vegetazione. Poco più avanti, lo stradellino si inerpicava in salita e con fatica arrivai al secondo piccolo borgo: Castagnolo di sopra, appena più grande del precedente.

A sinistra, c’era una casa bassa, bianca, dal tetto spiovente. A destra, un edificio in pietra con due distinti ingressi, due finestre al primo piano e due al secondo. Più avanti c’era un’altra casa bianca, con una porta a vetri, due finestre ai lati e due al piano di sopra.

Una signora si avvicinò incuriosita. Indossava un vestito a fiori leggero, aveva i capelli corti grigi, gli occhiali da vista e il viso solcato dalle rughe.

«Lei abita qui?» domandai.

«No, ci vengo solo d’estate» rispose.

«Quindi in queste case non ci abita nessuno d’inverno?»

«No, d’estate ci veniamo solo noi vecchi che siamo nati e abbiamo vissuto qui fin dopo la guerra. Però una volta non era così, non c’era tutto questo bosco intorno. C’erano campi coltivati di grano e di formentone, su quel poggetto là sopra battevamo il grano d’estate. D’autunno raccoglievamo le castagne e le mettevamo nel seccatoio, che era proprio lì». Indicò un punto alle sue spalle, dove c’era un muretto che delimitava la casa con la porta a vetri.

«Non doveva essere facile vivere qui d’inverno», dissi.

«Per niente. D’inverno ci nevicava in casa, e io dormivo nella stanza sopra alla stalla. Immagina la puzza». Rise. «Avevamo poco, ma stavamo bene. Io e gli altri miei cugini eravamo tutti orfani di padre, ma il nostro poro nonno non ci ha mai fatto mancare niente. Durante la guerra non abbiamo patito la fame.»

«Il “poro” nonno?»

«Sì, perché qui eravamo tutti senza padre. Il mio è morto a trentasette anni nel sonno e il nonno ci ha cresciuti tutti quanti. Poro nonno, un giorno è andato nel bosco a cercare funghi e non è tornato. L’hanno ritrovato accasciato per terra, dentro a un fosso, sembrava che dormisse, invece era morto già da un pezzo. Ci portava sempre da mangiare nei rifugi».

Mentre la signora raccontava, un uomo uscì dalla casa con la porta a vetri e si mise ad ascoltare la nostra chiacchierata con le braccia strette sul petto. Aveva i capelli grigi, ma un aspetto ancora giovanile. Portava una camicia a quadri bianchi e neri, e un paio di jeans logori e sporchi di terriccio.

«Io ero piccino quando entrammo nei rifugi».

«Sì, me lo ricordo. Ci siamo stati quindici giorni durante la guerra. Siamo entrati che c’erano i tedeschi e siamo usciti che c’erano gli americani».

«La mi mamma diceva che ci hanno spruzzato il DDT addosso quando siamo usciti».

«È vero», rise la signora, «si vedevano le pulci che ci saltavano via di dosso».

Scoppiarono a ridere entrambi.

«Quando siamo usciti dai rifugi, c’erano gli americani» continuò la signora. «Io dovevo avere circa dodici anni o giù di lì, e quest’americano mi fa il gesto che ha sete e vuole bere. Allora io sono andata a prendere una bacinella, l’ho riempita d’acqua e gliel’ho portata. Lui in cambio mi ha regalato una barretta di cioccolato. Ero la bambina più felice del mondo!» rise.

Nel frattempo un’altra persona si era avvicinata a noi. Era un uomo, un po’ tarchiato, con un paio d’occhiali da vista e le guance paffute.

«Giovanna, ti ricordi quando si andava a scuola?» disse.

«Ma certo che mi ricordo. Io ho preso la licenza elementare a quindici anni!»

Risero.

Il nuovo arrivato si rivolse a me: «Vedi quel monte lì di fronte? Vedi quella chiesa là in cima nascosta fra gli alberi? Ecco, noi andavamo a scuola là. D’estate, d’inverno, sole, pioggia o neve, noi partivamo da qui dove siamo adesso, prendevamo per i campi, scendevamo giù giù fino ad arrivare al fiume che c’è in fondo, attraversavamo il ponte e risalivamo fino alla chiesa dove andavamo a scuola».

«Chissà che fatica» dissi.

«Sì, però lo facevamo senza lamentarci» disse Giovanna. «Vieni con me, ti faccio vedere una cosa».

Salutai i due uomini e m’incamminai con la signora Giovanna.

Seguimmo ancora lo stradellino che portava verso un altro agglomerato di case, l’ultimo: Capannelle. Erano case fatte di sassi, non avevano intonaco e l’unica cosa recente erano i tetti di tegole rosse. Al centro c’era un’aia, uno spazio aperto con attorno tutte queste case, costruite una a ridosso dell’altra. Oltrepassato un poggetto sul lato destro dello stradellino, ci trovammo di fronte un edificio basso dal tetto spiovente, costruito con pietre sbozzate tutte di dimensioni diverse. Una trave chiudeva la porta di legno marcio, mentre le finestre non avevano imposte, soltanto delle grate di ferro arrugginite.

«Qui c’era uno spaccio una volta» disse Giovanna. «Il proprietario prendeva il mulo e lo portava fino a Roncobilaccio, dove comprava un po’ di tutto. Poi tornava qui tutto carico e ci vendeva quello che ci serviva».

Mi fece vedere un ammasso di pietre indefinito: «Una volta qua ci cuocevamo il pane, ora come vedi non c’è più niente».

Ritornammo sui nostri passi e percorremmo lo stradellino a ritroso. Arrivammo a Castagnolo di sopra, quindi proseguimmo fino a Castagnolo di sotto e ancora avanti. A un certo punto, la signora Giovanna si fermò e mi fece notare un altro sentierino che entrava nel bosco. Era così stretto e circondato di vegetazione che all’andata mi era sfuggito. Scendeva molto ripido, fino a un vecchio rudere di sassi, ormai divorato dagli alberi e dalle sterpaglie. Un rivolo ormai rinsecchito lo affiancava. Un ponte di pietra attraversava il fiumiciattolo e portava a un altro sentiero che continuava nel bosco.

«Questo era il mulino dove facevamo la farina».

Ci avvicinammo al rudere. Uno dei muri interni era ancora in piedi e si vedevano persino gli stucchi azzurri sulle pareti, lo stipite di legno di una porta e una vecchia trave di legno del soffitto. In mezzo, i rovi e gli alberi avevano preso il sopravvento.

«Durante la guerra, una ragazza si uccise buttandosi nella gora del mulino. La ritrovarono affogata lì dentro. Non era neanche di queste parti. In realtà non abbiamo mai capito se si è ammazzata o se è caduta per sbaglio, però aveva con sé una lettera e da lì capirono che si chiamava Valentina. L’hanno sepolta nel cimitero di San Giacomo, lontano dagli altri, perché si era ammazzata. Ma nessuno sa niente di lei».

«Grazie, signora Giovanna, è stato bellissimo».

Le strinsi la mano e me ne andai commossa dai ricordi.

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