Viaggiare virtualmente e farsi molte domande

Per la terza lezione del corso di scrittura abbiamo chiesto agli iscritti di cimentarsi in un esercizio di ispirazione e di scrivere un racconto ambientato fuori dalle mura domestiche, in una città conosciuta o lontana. Lo scopo era viaggiare virtualmente e farsi molte domande su questi luoghi “virtuali”, sulle persone che li abitano, sui dettagli che li circondano.

Pietro Garanzini ci porta nella Baia di San Francisco. Siamo seduti su una panchina e guardiamo l’isola di Alcatraz, da lontano… Buon viaggio!

 

Fumo tranquillamente, ascoltando le grida dei gabbiani e assaporando il profumo dell’oceano. Le prime luci dell’alba mi permettono d’intravedere l’isola di Alcatraz e la sua famosa prigione. Nubi pesanti sembrano scivolare sull’acqua, come un vascello fantasma, nascondendo le poche imbarcazioni in navigazione.

Spengo la sigaretta sotto la suola delle scarpe e mi alzo dalla panchina, avvicinandomi al parapetto che mi separa dall’acqua. Sulla pedana, al centro del porticciolo, un mucchio di foche dorme tranquillo. Sorrido, mi sembra impossibile che quel castello di animali resti immobile, senza franare in acqua.

Una ragazza arriva di corsa, nel deserto della baia a quest’ora del mattino. Si vede che è uno sport che pratica tutti i giorni. Fuseaux attillati neri, scarpe da corsa super leggere, maglia tecnica a manica lunga, musica nelle orecchie. Corre in modo elastico, continuo, con falcate tutte uguali. Ha il fisico asciutto dell’atleta, capelli biondi raccolti in una coda di cavallo che le ondeggia sulla schiena, ma i suoi lineamenti sono anonimi. Non la trovo bella né brutta, è insipida.

Faccio quattro passi guardando l’oceano, speravo in un’alba dalla luce migliore per le mie fotografie. Invece è tutto grigio, buono per il bianco e nero, non per i colori.

Mi siedo nuovamente. Non ho mai avuto fretta, la luce giusta prima o poi arriva, è solo questione di attendere.

Una donna mora si è fermata davanti a me, è appoggiata alla balaustra, intenta a guardare l’oceano, Alcatraz o chissà cos’altro.

Porta un paio di scarponcini da trekking ai piedi, molto usati, jeans un po’ lisi e un maglione verde scuro. Riccioli neri le cadono fin sotto alle scapole, fittissimi. Io non sono molto alto, normale, un comunissimo metro e settantacinque e lei è almeno dieci centimetri più di me.

Guardo la sua schiena, cercando d’immaginarmi i lineamenti, il suono della sua voce e i suoi pensieri.

Sta ferma, nella stessa posizione, per diversi minuti. Io non oso muovermi, per non disturbarla, ma ho voglia di fumare. La voglia aumenta e inizio a sentirmi un po’ ridicolo. Sto facendo la statua di sale per non infastidire i pensieri di una perfetta sconosciuta.

Mi metto una sigaretta in bocca e faccio scattare lo zippo. Mi conferisce un tono da uomo di mondo, ma non parte mai quando dovrebbe. Provo una, due, tre volte. Niente.

La ragazza pare risvegliarsi al rumore del mio accendino e si gira a guardarmi, non sorride, ha gli occhi arrossati e gonfi. Non come se avesse pianto, più da notte insonne.

Finalmente vedo i suoi lineamenti, è bella, di una bellezza non appariscente, molto affascinante. Le sorrido come un ebete, con la sigaretta spenta tra le labbra e l’accendino nelle mani che vorrei scagliare in cielo.

Ha due occhi scuri, come l’acqua della baia alle sue spalle e che non riesco a smettere di fissare. Non ho mai avuto una gran faccia tosta e il mio inglese fa troppo schifo per poter fare una battuta legata al mio zippo, così sto zitto.

Mi domanda se voglio da accendere. Parla col tipico accento californiano e mi ci vuole un attimo per fare la traduzione mentale della domanda e della risposta. E in quel lasso di tempo la ragazza si è avvicinata e mi sta davanti.

Sorride tristemente e mi porge il suo accendino, pescato dalla tasca dei jeans. Lo prendo farfugliando un grazie e, finalmente, la accendo. Nel ridarle l’accendino le sfioro le dita, ma non dà segno d’aver percepito il contatto delle nostre mani.

Mi chiede se può sedere qui con me e le rispondo di sì, spostandomi dal centro della panchina. Le offro una sigaretta, estrae un pacchetto dalla tasca e s’accende una delle sue.

Sono in imbarazzo, mentre lei pare calma, sicura e triste.

A metà sigaretta, mi domanda da dove vengo e alla mia risposta si gira di scatto.

<<Io ho vissuto molti anni in Italia!>> Mi risponde in Italiano, con un marcato accento alla Dan Peterson.

<<Davvero?>> Le rispondo con stupore. Sono a San Francisco, a un’ora assurda del mattino e l’unica persona con cui interagisco parla bene la mia lingua.

<<E dove?>>

<<Ho lavorato in molti rifugi, sulle alpi, e poi sono stata qualche anno a Noasca, in Valle dell’Orco. Tu di dove sei?>>

<< Sono nato in un paesino del novarese, ma ormai sono anni che vivo in una valle sopra Domodossola.>>

Lei si accende un’altra sigaretta, aspirando il fumo in lunghe boccate, come se le fosse mancato terribilmente.

<<Cosa ti ha portata in Italia?>>

Mi guarda col suo sorriso triste e per un attimo ho paura d’aver fatto la domanda sbagliata.

<<All’inizio le montagne… un tempo scalavo e le alpi sono famose in tutto il mondo. Ho fatto un viaggio di due mesi: dolomiti, alpi centrali, Monte Bianco. Difficile non innamorarsi di quei posti. Poi ho cercato lavoro in un rifugio della Val di Fassa, pensavo di fermarmi una stagione, così da imparare la lingua e scalare il più possibile. Alla fine, sono stata in Italia otto anni.>>

<<Otto anni? Magari ci siamo anche incrociati da qualche parte.>>

Lei mi guarda senza dire niente, come se non capisse ciò che sto dicendo.

<<Sono una guida alpina>> aggiungo.

Lei si volta verso l’oceano e rimane in silenzio. Io tiro fuori il pacchetto delle sigarette e provo a offrirgliene un’altra. Questa volta la prende e poi mi passa il suo accendino.

<<Da quanti anni?>> Mi domanda sempre fissando l’orizzonte.

<<Dieci.>>

<<Eri molto giovane, allora.>>

<<È ciò che ho sempre voluto fare, oltre alla fotografia>>. Indico la macchina fotografica. <<E tu cosa fai adesso? Lavori sempre nell’ambiente dei rifugi?>>

I suoi occhi neri mi fissano per un attimo e poi si gira verso la baia. Penso che sia una strana persona, enigmatica, forse depressa, ma chi sono io per pensare queste cose?

<<Sì.>>

Non mi pare molto convinta, sembra quasi che mi abbia risposto a caso, solo per educazione.

Non mi va d’insistere e rimango in silenzio. Lei estrae il pacchetto, me lo porge e io accetto, per cortesia. Ho la bocca impastata, l’ultima cosa di cui ho voglia è fumare. Accendiamo le sigarette e restiamo in silenzio ancora per un po’.

Sono combattuto sull’andarmene o il rimanere.

<<Sono stata fidanzata sei anni con una guida.>> Mi dice all’improvviso e quasi sussulto.

<<Ma dai, magari lo conosco, come si chiama?>>

<<Paolo Perucca.>>

Ci penso un attimo. Non riesco mai a collegare una faccia a un nome.

<<Di dov’è ?>>

<<Purtroppo di dov’era… Era di Noasca…>>

La guardo con aria interrogativa e inizio a intuire la tristezza di questa ragazza.

<<È morto due anni fa>> continua, fissando il pacchetto di sigarette che tiene in mano. <<All’improvviso, nel sonno, una notte, al rifugio Pontese. Aveva una malformazione al cuore o qualcosa di simile.>>

<<Mi spiace.>> Le dico in modo molto banale, c’è chi sa trovare sempre le parole giuste e io non sono tra questi.

<<Paolo scalava>> dice con rimpianto. <<Non ho mai visto qualcuno scalare come lui. Sembrava non fare mai fatica, non avere mai paura, era indescrivibile.>>

<<Lavoravi in quel rifugio? Voglio dire… >> M’ impappino tremendamente.

<<Sì, lavoravo proprio lì. Avevamo litigato quella sera. Paolo era un testone, impossibile farlo ragionare, era duro come il granito della Valle dell’Orco. Se ci penso ora, non mi ricordo nemmeno il motivo del litigio.>>

Vorrei dire qualcosa, ma non mi esce nulla.

<< Poi è andato a dormire, era su con due clienti per fare una salita e doveva alzarsi presto. E la mattina dopo non c’era più.>>

Mi guarda col suo sorriso triste.

<<Non ho parole>> le dico cercando di essere convincente.

<<È brutto non avere avuto il tempo di riappacificarsi. Mi sembra che rimarremo arrabbiati, l’uno con l’altra, per sempre. A volte sogno che sono con lui e che ci stiamo chiarendo, ma poi mi sveglio e dalla realtà non si scappa.>>

Ormai sono preso nella storia e mi improvviso psicologo: <<Non è colpa tua, non potevi prevedere una cosa del genere.>>

Lei si alza, ormai è giorno fatto e le nuvole sulla baia sono sparite. Io resto seduto e la guardo.

<<Voglio fare un giro sul ponte>> mi dice. <<Ti va di venire?>>

<<Quale ponte?>>

<<Il Golden, no?>>

Mi alzo, guardo verso il ponte e penso che non ho voglia. L’ho già attraversato a piedi altre volte. Troppe macchine, troppo caos, non fa per me e poi sono a disagio. Mi spiace per la tristezza della ragazza, per i suoi problemi, ma non sono tagliato per fare il consolatore.

<<Ti ringrazio dell’invito, ma credo che tornerò verso l’albergo.>>

Lei non mi risponde, mi guarda porgendomi la mano. Gliela stringo, poi lei s’incammina per la sua strada.

<<Domani mattina torno qui per le foto.>> Le dico in un soffio. <<Magari ci vediamo.>>

Lei si volta verso di me e annuisce con la testa. I suoi occhi scuri sono il riflesso della tristezza e della consapevolezza.

La guardo andare via, poi mi risiedo e accendo l’ennesima sigaretta.

 

La mattina seguente sono sempre seduto su quella panchina. La luce è perfetta e faccio delle foto soddisfacenti. Quando sono soddisfatto, ritiro l’attrezzatura e faccio quattro passi lungo la baia. C’è pochissima gente, la ragazza bionda che correva è passata anche questa mattina. Impeccabilmente atletica.

Qualche barbone sta ancora dormendo, imballato in casette di cartone e stracci.

Un giornalaio sta sistemando la sua edicola e lo saluto mentre gli passo vicino. Sul cartello, dedicato ai titoli del giorno del quotidiano locale, c’è una foto che mi fa fermare di colpo. Vorrei sbagliarmi ma è proprio la ragazza con cui ho parlato la mattina precedente. La foto è un po’ vecchia e rovinata, ma non ci sono dubbi.

Mi avvicino e con calma cerco di tradurre il titolo. Nella mia mente ripeto l’operazione più volte, sperando nel mio inglese elementare.

“Ennesimo suicidio dal Golden Gate”.

Riguardo la foto, la studio e non ho dubbi.

L’edicolante si avvicina e mi domanda se la conoscevo. Io scuoto la testa, gli dico che non parlo inglese e me ne vado.

Solo adesso penso che non conoscevo il suo nome, non ci eravamo nemmeno presentati.

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1 reply

  1. Le mitiche foche del pierre 39!
    Mi piace come viene descritta quella fetta di San Francisco.Realistico il racconto, purtroppo fin troppo verosimile nel suo epilogo.

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